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venerdì 2 aprile 2021

"CLIMA, come evitare un disastro" di Bill Gates

Nei giorni che precedono la Pasqua ed in un mondo ancora devastato dal Covid-19 credo sia importante guardare con un filo di ottimismo al futuro che ci attende. E’ con queste motivazioni che ho letto il libro di Bill Gates dal titolo “CLIMA, come evitare un disastro” (Edizioni La Nave di Teseo).


Ed ammetto che le mie speranze non sono state disattese.

Ormai sono molti i testi di questo tipo che nel corso degli anni ho affrontato nella speranza di apprendere le strategie migliori per difendere il pianeta dagli effetti, talora nefasti, causati dall’azione dell’uomo. Da questo punto di vista tale pubblicazione non rappresenta una vera novità rispetto ad altre uscite prima. Tuttavia questo libro ha un pregio particolare a mio avviso: quello di saper utilizzare un linguaggio estremamente semplice ed in grado di raggiungere anche un pubblico non particolarmente avvezzo ad occuparsi di certe discipline.

Ho un figlio di 14 anni che quest’anno frequenta il primo anno di Liceo. Leggendo il testo di Bill Gates ho subito pensato che esso potesse essere adatto a persone come Lui che abbiano la curiosità di voler farsi un’idea di cosa parliamo quando affrontiamo il tema della crisi climatica ed ambientale, di come ci siamo arrivati, quali siano le principali cause e cosa possiamo fare in concreto in primis per mitigarne gli effetti da subito e poi, di qui a qualche decina di anni (i tempi purtroppo sono, ahimè, lunghi), riuscire ad adottare delle misure tali da superarla definitivamente.

Gates, da uomo concreto, ci porta subito in medias res, sin dalla sua introduzione: “Ci sono due numeri da sapere se si parla di cambiamento climatico. Il primo è cinquantuno miliardi. Il secondo è zero.” Il primo dato si riferisce alla quantità media di anidride carbonica che ogni anno producono le attività umane.

“Zero è il numero a cui dobbiamo arrivare”.

Gates non ha la presunzione di dare nulla per scontato e dunque nell’analisi delle cause che hanno portato alla situazione attuale non ha problemi a spiegarne l’origine, nel tornare ad affrontare anche concetti base e forse per alcuni di noi ormai fin scontati come l’effetto serra e tutte le conseguenze che l’innalzamento della temperatura provoca. Ma il fondatore di Microsoft non si limita a questo; egli ci spiega la necessità fondamentale non solo di ridurre le emissioni ma anche quella, ad un certo momento, di dover iniziare a preoccuparsi di eliminare dall’atmosfera almeno una parte delle emissioni di gas serra da noi immesse in eccesso.

Il tema è affrontato nelle sue molteplici sfaccettature; si va dall’ancora indubbia convenienza economica dei combustibili fossili (che però nel loro costo di produzione non prevedono l’inserimento delle tante e cosidette esternalità ovvero dei costi causati dagli effetti negativi del consumo di combustibili fossili) rispetto a tutte le cosiddette energie alternative( solare, eolico, idroelettrico ecc.); dal fatto che ancora sul clima esistono larghe fasce di popolazione che risultano insensibili a questa problematica ( e da qui la grande necessità di informarle ed il fondamentale ruolo a riguardo da parte degli organi dell’istruzione e dell’informazione) fino ad arrivare al fatto che una buona parte degli strumenti necessari al cambiamento di orizzonte l’uomo già li possiede.

Gates pubblica un’interessante tabella che illustra le percentuali di gas serra che vengono emesse dalle principali attività dell’uomo:

Produzione industriale (cemento, acciaio, materie plastiche)

31%

Produzione di energia elettrica

27%

Agricoltura e allevamento

19%

Trasporti (aerei, camion, navi mercantili)

16%

Riscaldamento e condizionamento

7%

Se vogliamo risolvere il problema del riscaldamento climatico dovremo intervenire in tutti questi settori e non solo agendo su una parte di essi.

In tema di produzione di elettricità, ad esempio, Gates ci ricorda che ad oggi circa due terzi dell’elettricità generata nel mondo viene ricavata dai combustibili fossili. Pertanto, e quindi purtroppo, l’atto di acquistare, un veicolo elettrico, in questo momento non risolve il problema dell’inquinamento da gas serra prodotto nel campo dei trasporti e della mobilità privata, almeno fino a quando non saremo in grado di produrre energia elettrica da centrali che utilizzano fonti alternative.

D’altro canto le energie verdi quali, eolico e solare hanno purtroppo il grave handicap di non poter essere costanti e la loro intermittenza impedisce attualmente all’uomo di poterle utilizzare come costante e concreta alternativa a quelle fossili.

Andando poi decisamente in controtendenza, Gates nel suo libro si pronuncia favore dell’energia nucleare che, specie dopo i gravissimi incidenti di Three Mile Island, Černobyl' e Fukushima, la gran parte di noi dava ormai per morta e sepolta. Egli ne ribadisce le qualità in termini di economicità ed assenza di emissioni ad effetto serra, pur non nascondendo i problemi legati alla sicurezza ed alla gestione delle scorie, ma al contempo ritiene che le nuove tecnologie oggi siano in grado di garantire la costruzione di nuove centrali nucleari decisamente più sicure rispetto a quelle del passato.

Di grande interesse è anche il capitolo dedicato alle emissioni di gas serra (ben il 19% del totale!) causate dagli allevamenti di animali, in particolare dei bovini e suini, che sposta il problema sulle abitudini alimentari della gran parte della popolazione, almeno dei paesi medio/ricchi. Il nostro consumo di carne è oggi indubbiamente eccessivo. Dovremo, tra le altre, per forza modificare anche le nostre abitudini in tema di cibo per contribuire alla riduzione dei gas serra.

Ho trovato egualmente interessante il tema dei fertilizzanti chimici ed il loro utilizzo nell’agricoltura intensiva che ha moltiplicato le capacità di incremento dei raccolti ma col tempo causato anche un impoverimento progressivo del terreno ed un notevole incremento in termini di emissioni di gas serra derivante dai processi di produzione dei fertilizzanti sintetici.

Bill Gates propone un elenco di tecnologie che nell’insieme, se adottate con convinzione, potranno davvero portarci a raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero: Idrogeno prodotto senza emettere anidride carbonica, biocarburanti, cemento e acciaio prodotti a zero emissioni, latticini e carne a base vegetale, fertilizzanti ad emissioni zero, fissione nucleare di nuova generazione, cattura dell’anidride carbonica, materie plastiche ad impatto zero, sono solo alcune delle tecnologie perfezionabili nei prossimi anni e che, a parere di Gates, potranno contribuire in modo concreto a modificare gli attuali parametri delle emissioni.

Il tutto, secondo Gates, non potrà tuttavia essere realizzato senza la volontà politica di adottare seriamente queste misure. Ma la volontà politica potrà maturare a sua volta solo attraverso le pressioni della volontà popolare che, a sua volta, potrà concretizzarsi solo quando nella gran parte della popolazione sarà maturata una coscienza ed una maggiore sensibilità a queste tematiche. Da questo ultimo punto nasce la grande determinazione dell’autore, attraverso le iniziative della sua Fondazione Gates, condiretta da lui e sua moglie, per la divulgazione scientifica ed il finanziamento a progetti di ricerca che favoriscano lo sviluppo della produzione di energia a basso impatto.

Michele Salvadori

venerdì 5 febbraio 2021

"E se smettessimo di fingere?" di Jonathan Franzen

Torno a parlare di Jonathan Franzen del quale ho commentato già il suo “La fine della fine della terra” in quanto mi sono imbatttuto in questa sua piccola opera (40 pagine in tutto) nella quale lo scrittore statunitense torna ad affrontare il tema del cambiamento climatico fornendo quella che sembra essere la sua tesi definitiva sull’argomento.

Il titolo di questo piccolo pamphlet è “E se smettessimo di fingere?” – Ammettiamo che non possiamo più fermare la catastrofe climatica – (Edizioni Einaudi). Il messaggio appare chiaro ed in apparenza disarmante, sembrerebbe.

Lo spunto Franzen lo prende da un episodio vissuto in prima persona nel corso di un viaggio nell’entroterra della Germania, da Berlino in direzione della città di Joteborg, fatto nell’estate del 2019 dove lo scrittore ed un suo amico assistono impotenti ad un incendio di spaventose dimensioni che nel giro di pochissimo tempo distrugge centinaia di ettari di territorio boschivo.

La cosa mi ha particolarmente colpito perché mi ha ricordato le mie esperienze, altrettanto dirette ed in prima persona, sperimentate nel corso di questi ultimi anni girando in auto per l’Italia e di cui ho già parlato in precedenza su questo blog.

C’è poco da fare; niente è più convincente del vivere in prima persona certe situazioni per maturare in noi determinate convinzioni. Così come nessuno, in questo periodo, può avere le idee più chiare, sulla gravità della pandemia che stiamo attraversando, dei medici ed infermieri che la vivono in prima persona quotidianamente negli ospedali, nessuno meglio di chi assiste e scampa ad un violento evento naturale può convincersi del drastico cambiamento climatico che stiamo vivendo.

“Sapevo già che il nostro futuro non promette nulla di buono, ma solo quando ho visto quegli alberi esplodere tra le fiamme, e ho assistito all’impotenza dei pompieri e dei gestori della riserva davanti alle forze della natura scatenate, ho avvertito anche emotivamente la rapidità con cui quelle catastrofi si stanno avvicinando.”

Secondo Franzen ci sono solo due modi di affrontare la questione: sperare di essere ancora in tempo a modificare con le nostre azioni ed i nostri comportamenti la situazione, oppure accettare che ormai le cose andranno inevitabilmente a peggiorare a prescindere, perché il nostro destino è ormai segnato. Per Franzen ormai è troppo tardi per sfuggire alla seconda ipotesi soprattutto perché egli non crede affatto alla possibilità di una “trasformazione radicale della natura umana” perché è questo che ci vorrebbe.

Ancora oggi una grossa fetta dell’umanità non è disposta a rinunciare ai benefici acquisiti e preferisce continuare a fare finta di nulla; non si va dal dentista fino a quando il dente non ci procura un dolore insopportabile; la rana messa dentro una pentola di acqua fredda quando l’acqua inizia a bollire rimane dentro la pentola non essendo consapevole del pericolo fino a quando è ormai troppo tardi e la stessa muore bollita. Similmente si comporta una gran parte dell’umanità sulla questione dei cambiamenti climatici.

La conclusione a cui lo scrittore giunge è dunque amara e pessimista; tuttavia, non per questo, egli sostiene, dovremo rimanere inerti. “Anche se non possiamo più sperare di salvarci…ci sono ancora ottime ragioni pratiche ed etiche per ridurre le emissioni”. Dimezzare le nostre emissioni di anidride carbonica potrebbe infatti rendere meno gravi gli effetti immediati del riscaldamento e probabilmente posticiperebbe il cosiddetto punto di non ritorno.

Similmente ad un malato terminale di cancro che anziché abbandonarsi allo sconforto accetta di sottoporsi a delle cure che non lo guariranno ma che comunque potranno prolungargli di qualche anno l’aspettativa di vita, Franzen si dichiara comunque favorevole all’adozione di tutte quelle misure che possono concretamente ritardare l’esito finale di una guerra ormai persa.

Azioni che combattano, ad esempio, il degrado del suolo e delle acque, l’abuso di pesticidi e la devastazione delle riserve ittiche, la predisposizione d’interventi che riducano il rischio incendi e delle inondazioni, l‘organizzazione di sistemi che regolino e gestiscano l’afflusso, inevitabile, dei profughi, e, soprattutto, il mantenimento di democrazie funzionanti che tutelino lo stato di diritto, saranno la migliore difesa adottabile da parte dell’uomo affinchè si possa se non altro ritardare e rendere più sopportabile il destino che lo attende.

Franzen conclude la propria riflessione facendo un appello ai concetti di “speranza” e “amore”. Un mondo che non vive di speranza è senza dubbio battuto in partenza. Un mondo le cui azioni non scaturiscono prima di tutto dall’amore per quello che ci circonda difficilmente continuerà a mantenere le sue ragioni di essere. Se non coltiviamo un filo di speranza e di amore difficilmente troveremo la forza di andare comunque avanti.

Mai dunque perdere la speranza, mai vivere senza amore, questa mi sembra senza dubbio la parte più condivisibile e più importante del messaggio lanciato da Franzen.

Michele Salvadori

sabato 2 gennaio 2021

"La sfida di Gaia" di Bruno Latour


Ormai da oltre una decina di anni mi muovo in lungo e in largo per l’Italia. Causa il tipo di lavoro che svolgo sono costretto ad utilizzare come mezzo di trasporto un’auto con la quale compio migliaia di chilometri viaggiando in ogni stagione ed in ogni condizione meteo. Ho potuto sperimentare di persona e più volte cosa significa il cambiamento climatico e come negli ultimi anni si sia verificata una accelerazione verso un’instabilità metereologica sempre più contraddistinta da fenomeni di estrema violenza. Mai come negli ultimi anni e con frequenza purtroppo sempre crescente, ho dovuto affrontare in auto piogge torrenziali quanto improvvise, bombe d’acqua, trombe d’aria e via dicendo, in ogni stagione ed in ogni zona d’Italia.

Ormai partire da casa per un viaggio di lavoro contempla inevitabilmente prendere in seria considerazione le previsioni metereologiche prima di ogni altra cosa ed agire di conseguenza. Se un tempo prima della partenza mi sentivo dire da mia moglie la consueta frase: “Mi raccomando, vai piano, sii prudente”. Ora la prima questione è diventata: “Che tempo farà nei prossimi giorni in Liguria? In Veneto? E in Campania?”.

Il cambiamento climatico in atto ai mei occhi è talmente evidente e mi procura così tanta ansia alla vigilia di ogni mia trasferta che sinceramente fatico a comprendere come ci siano ancora molti che ne sostengono l’inesistenza e, di conseguenza, non sembrano preoccuparsi di quanto stia avvenendo.

Per questo ho letto con grande interesse “La sfida di Gaia”, titolo del saggio edito da Meltemi che raccoglie otto conferenze del filosofo e antropologo francese, Bruno Latour attraverso le quali egli tenta di abbattere i muri che ancora separano i saperi scientifico e umanistico provando a dare un contributo anche da parte del mondo della filosofia alla causa della sostenibilità ambientale.

Premetto che a differenza della gran parte delle altre opere che ho commentato su questo blog - tutte più o meno accomunate da intenti divulgativi e di più semplice presa - stavolta il contenuto di questo saggio è di complessità superiore e probabilmente di non facile comprensione per chiunque. Io almeno ho faticato non poco nell’affrontare alcuni passaggi di questo libro sui quali mi sono dovuto soffermare più a lungo del solito per comprenderne il significato. Ciononostante credo che ogni tanto ci si debba cimentare anche con testi superiori alle nostre capacità per compiere dei passi in avanti.

Bruno Latour parte proprio dalla domanda che in tanti ci poniamo quotidianamente. Fenomeni quali innalzamento del livello dei mari, scomparsa dei ghiacciai, innalzamento dei livelli di CO2, aumento delle temperature (sembra che il 2020 sia stato l’anno più caldo di sempre), acidificazione degli oceani, scomparsa delle specie animali, tutto conferma che stiamo vivendo una profonda crisi ecologica. Eppure, una consistente fetta della società continua a non dare segni di preoccuparsi di certi fenomeni quasi che questi fossero eventi che non la riguardano. Com’è possibile?

L’analisi di Bruno Latour è incentrata innanzitutto a trovare le cause principali a questa sorta d’indifferenza semi collettiva che contraddistingue una parte della nostra società.

A parere di Latour la refrattarietà da parte di parte dell’umanità a reagire alle conseguenze della crisi climatica è frutto di una realtà ormai estremamente complessa nella quale viviamo. Ma per il filosofo francese siamo giunti a questa situazione anche a causa di un mancato dialogo tra i vari saperi. Nell’ultimo mezzo secolo, le voci inascoltate degli scienziati avrebbero avuto probabilmente maggiore eco se a recepirle non ci fossero stati solamente i loro colleghi di altre discipline tecnico-scientifiche, ma gli umanisti, quei filosofi, sociologi e antropologi in grado di valutare gli impatti della crisi ecologica sugli esseri umani.

Latour parte dall’analisi di una delle teorie cardine della scienza ambientale ovvero dall’ “Ipotesi Gaia” di James Lovelock, già commentata anche dal sottoscritto su questo blog. Alla fine degli anni Settanta, Lovelock ipotizza l’idea che gli oceani, i mari, l'atmosfera, la crosta terrestre e tutte le altre componenti geofisiche del pianeta Terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all'azione di tutti quegli organismi che concorrono a formarla; la Terra (Gaia, appunto) è, secondo lo scienziato inglese, un unico organismo vivente capace di autoregolarsi e di rispondere a tutti quei fattori nuovi e avversi che ne turbano gli equilibri naturali. La materia vivente non rimane passiva di fronte a ciò che minaccia la sua esistenza.

Latour inizia con una provocazione: la rivoluzione auspicata dalle menti progressiste si è già realizzata, non per l’auspicato cambiamento nella proprietà dei mezzi di produzione, ma per un’accelerazione nel movimento del ciclo del carbonio. I mari si riscaldano, l’acidità degli oceani è in costante crescita, quali che siano le strategie di resilienza nell’immediato futuro faremo i conti con tutti i tipping points che sono stati superati da tempo. Siamo nell’età delle conseguenze. Per chi non lo avesse ben chiaro: nell’età delle conseguenze dell’attività umana.

Secondo Latour parte della società resta insensibile alle questioni ecologiche, appare indifferente quasi che quest’ultime non la coinvolgessero direttamente proprio perché contrariamente a quanto teorizzato da Lovelock, questa parte di società sente, erroneamente, di non appartenere più a Gaia, di non fare più parte dello stesso “mondo” fisico.

“Andare a dire agli occidentali che il tempo è finito, che il loro mondo è giunto al termine, che è necessario un cambiamento del loro stile di vita, non può che suscitare un sentimento di totale incomprensione poiché, per loro, l’apocalisse è già avvenuta.” A parere di Latour i cosiddetti scettici del clima reputano degli svitati, delle moderne “Cassandre” i profeti di sventura del cambiamento climatico.

Ciò avviene, secondo Latour, “in un momento in cui la figura dell’umano non è mai apparsa così inadatta a tenerne conto”, un contesto storico in cui “siamo alfine riusciti a universalizzare su tutta la superficie della Terra lo stesso umanoide economizzatore e calcolatore”.  Da una parte c’è l’homo oeconomicus, dedito solo alla cura dei propri interessi individuali ed incarnazione del capitale, dall’altra Gaia.

In un Pianeta egemonizzato e omogeneizzato dall’economia, la presenza dell’umano è ovunque, così come la sua relazione con ciò che una volta era considerato naturale, eppure la centralità assunta da Gaia continua a essere percepita da una parte minoritaria di coloro che hanno accesso alla conoscenza:

“Avete sicuramente notato che gli individui che rimangono insensibili alle crisi ecologiche sono molto suscettibili su tutte le questioni di morale come di identità e pronti a scendere in piazza quando i loro interessi sono minacciati. Se hanno scelto di essere negligenti è solo nei confronti di esseri che appartengono al regno della ‘natura’”.

Ma, al contrario, a parere di Latour l’unica possibilità che abbiamo per allontanarci dall’Apocalisse che altrimenti ci attende sarà proprio tornare a percorrere la strada del linguaggio apocalittico, convincere questi “scettici” dell’immutato radicamento dell’essere umano alla Terra.

“Gaia è un’ingiunzione a rimaterializzare l’appartenenza al mondo”.

Nella parte finale del saggio Latour afferma con forza l’anacronismo di istanze sostenute dagli Stati-nazione e la necessità di dar voce a Gaia: “La finzione non risiede nel dare voce all’acqua, ma nel credere che si possa fare a meno di rappresentarla con una voce umana, capace di farsi comprendere da altri umani”.

La scienza dell’Economia ha depotenziato gli Stati, li ha privati della capacità di garantire la difesa ai propri soggetti:

“Il fallimento della lotta dello Stato contro le mondializzazioni successive non l’ha preparato affatto a tenere conto di questa nuova forma di mondializzazione da parte della Terra stessa. Nell’epoca dell’Antropocene lo Stato sovrano si ritrova quindi affetto da obsolescenza, proprio nel momento in cui la mondializzazione planetaria diviene letteralmente, e non più figurativamente, il pianeta”.

Michele Salvadori

mercoledì 28 agosto 2019

“ La fine della fine della Terra” di Jonathan Franzen


“Per salvare una foresta occorre fornire ai suoi abitanti un’alternativa alla deforestazione”.

Prendendo spunto dal dibattito, particolarmente sentito, che in questi giorni si sta sviluppando sul tema degli incendi che stanno colpendo la foresta amazzonica mi sono imbattuto in questa frase di Jonathan Franzen tratta da uno dei sedici testi – quello denominato in italiano “Salva quello che ami” - che compongono il suo ultimo libro dal titolo “La Fine della fine della Terra” (Edizioni Einaudi).

Uno dei meriti di un grande scrittore è proprio quello, a mio parere, di riuscire ad illuminare il nostro pensiero in maniera efficace, semplice e sintetica. Viviamo in una realtà estremamente complessa, lo sappiamo, eppure talvolta la risoluzione ad un grande problema come quello del disboscamento della foresta amazzonica può essere sintetizzato con una semplice frase come quella sopra citata.

Immagino che non tutti saranno d’accordo col pensiero di Franzen riguardo all’Amazzonia. Io invece si.

Sicuramente una parte degli incendi che stanno colpendo l’Amazzonia in questi giorni sono di natura dolosa e provocati da chi intende specularvi per poi trasformare quei terreni disboscati in zone di coltivazione. Il punto però è che almeno una parte di coloro che bruciano quei terreni è composto da indigeni locali che segue, con questa operazione, una tradizione secolare e probabilmente brucia quella parte di foresta perché costretta dalla mancanza di alternative economiche migliori oltre che dalla inconsapevolezza del danno indiretto che questa azione può causare al clima del nostro pianeta.

Franzen è un grande appassionato di Birdwatching ed in questo suo ultimo libro egli prende spunto dai suoi viaggi in giro per il mondo ad osservare le migliaia e migliaia di specie di uccelli che popolano il nostro pianeta e per trarne spunti e riflessioni che riguardano, più in generale, l’uomo ed i suoi comportamenti. I temi affrontati sono tanti e vari, dal cambiamento climatico ai social network al crollo delle torri gemelle del 2001. Magari non potremo sempre condividere il pensiero dello scrittore su tutto ma indubbiamente le sue valutazioni hanno il merito di stimolare e scuotere il lettore sulle varie tematiche di volta in volta affrontate.

Per necessità di sintesi e per particolare interesse a questo specifico tema desidero tuttavia, in questo post, limitarmi a commentare quanto il nostro scrittore afferma in merito al problema dei cambiamenti climatici a cui dedica una riflessione trasversale sulla quale ritorna più di una volta nei vari capitoli del suo libro che, tra l'altro, alla sua uscita negli Stati Uniti ha suscitato non poche polemiche.

Franzen parte dal presupposto che certamente l’uomo dovrebbe sforzarsi di ridurre le proprie emissioni di CO2 in atmosfera. Ma non lo farà mai condannando in questo modo all’estinzione  la propria specie oltre che a migliaia di specie animali ad iniziare da quella particolarmente cara allo scrittore, gli uccelli. La focalizzazione sul tema del cambiamento climatico e l’affermazione in base alla quale la “colpa” sia di tutti significa - secondo Frenzen -  in pratica dire che essa non è, di fatto, di nessuno. Preoccuparsi tanto di quanto avverrà nel futuro prossimo rappresenta, a parere dell'autore, un errore in quanto ci distrae dai problemi immediati. A tale proposito non mancano in questa opera aperte critiche anche al mondo ambientalista. Citando ancora un passo del libro:

 “Ma i cambiamenti climatici sono allettanti per le organizzazioni che vogliono essere prese sul serio…(   ), …se da un lato autorevoli ricerche scientifiche stimano che ogni anno, solo negli Sati Uniti, le collisioni e i gatti uccidono più di 3 miliardi di uccelli, dall’altro nessuna singola morte di uccello può venire attribuita con certezza ai cambiamenti climatici…(   )…Imporre controlli più severi ai parchi eolici per assicurarsi che non vengano costruiti lungo la rotta di milioni di uccelli migratori susciterebbe l’ostilità dei gruppi ambientalisti che sostengono l’energia eolica ad ogni costo.”

Franzen sostiene che la Terra oggi assomigli ad una persona ammalata di un cancro incurabile. Potremo scegliere di curarla con una terapia estremamente aggressiva applicando soluzioni quali la coltivazione di terreni per la produzione di biocarburanti, fattorie solari e parchi eolici allo scopo di ritardare di qualche anno la nostra fine. Oppure scegliere di conservare, a discapito della più duratura preservazione della specie umana, alcune zone del pianeta dove resistono animali e piante selvatiche.

In questo secondo caso rischieremmo di accelerare la scomparsa della nostra specie ma riusciremmo almeno a preservare qualche ecosistema pressochè intatto. Ma su questo ultimo punto Franzen rimane estremamente scettico. La specie umana per lo scrittore statunitense è condannata a fare la fine della rana nella pentola che bolle. Finirà per reagire in maniera concreta solo quando sarà troppo tardi.

Michele Salvadori

venerdì 1 dicembre 2017

"Picco per capre" di Jacopo Simonetta e Luca Pardi

Il mondo di oggi, come sappiamo, è afflitto da una triplice crisi: economica, energetica ed ecologica. Jacopo Simonetta e Luca Pardi con il loro “Picco per capre” (edizioni Luce) si propongono di spiegare il perché di questa crisi a quelle che gli autori definiscono le “capre” di sgarbiana memoria, ovvero a persone “un po’ ignoranti, ma non stupide” - citando Luca Mercalli che cura la prefazione di questo testo – piuttosto e semplicemente, troppo indaffarate a sopravvivere in un mondo sempre più caotico e complesso a tal punto da lasciar loro, le capre, poco tempo per gli approfondimenti e la riflessione.

Al termine di questa lettura la mia prima considerazione - da capra diligente- è stata quella di desumere, dalle parole degli autori, come la colpa principale sia proprio delle “capre umane”, responsabili non tanto di essere la prima causa di questa triplice crisi per le loro azioni ed il loro stile di vita, ma piuttosto la conseguenza. Perché, proprio in quanto “capre” esse sono inconsapevoli degli effetti negativi dei loro comportamenti quotidiani.

Il principale merito di questo testo è, a mio avviso, quello di affrontare una serie di tematiche, estremamente complesse, con semplicità, ovvero di fare divulgazione scientifica alla portata delle “capre”, appunto, in modo da poter raggiungere anche - direi soprattutto - i non addetti ai lavori.

Il geniale continuo rimando ad esercizi da fare nel corso della lettura e l’invito ad effettuare verifiche sui motori di ricerca in internet dovrebbero renderlo adatto anche agli studenti delle scuole superiori che, oltre ad essere, talvolta, delle capre, (ma pure certi loro professori non scherzano…), com’è noto, sono stati definiti, in un celebre romanzo di Michele Serra, gli “sdraiati”, qualità che non dovrebbe compromettere la capacità di indottrinarsi un po’, leggendo questo testo sorreggendolo con la mano sinistra, mentre con la destra potranno contemporaneamente continuare a smanettare sul loro Iphone.

Difficile sintetizzare i contenuti di quest’opera che di per sé si propone proprio, a sua volta, di presentare una sintesi delle tante e complesse cause che hanno portato allo stato attuale delle tre crisi. Fatti tutti i dovuti distinguo del caso, “Picco per capre” potremmo definirlo un manuale di sopravvivenza futura, oltre che - citando ancora le parole della prefazione di Luca Mercalli -: “il distillato di decenni di riflessioni cruciali per il nostro futuro”, almeno di una certa corrente di pensiero dell’ambientalismo contemporaneo. Purtroppo infatti anche gli ambientalisti contemporanei, come sappiamo - pur rappresentando una piccola nicchia in termini numerici - hanno pensato bene, a loro volta, di  dividersi in varie linee di pensiero, tanto da concorrere - a mio avviso in maniera tutt’altro che irrilevante – a confondere più che mai le idee alle povere “capre” umane.

Quest’opera è inserita nella collana “Apocalottimismo” della casa editrice Luce, e di questa collana Luca Pardi e Jacopo Simonetta ne sono i condirettori.
Chi è dunque un apocalottimista? Per la definizione mi rifaccio direttamente a quanto riportato dal sito della casa editrice Luce Edizioni: “Un apocalottimista è sostanzialmente una persona consapevole che tutto andrà male…, ma che ancora pensa che le cose torneranno, in diverso modo, a posto”. E, ancora, dal sito www.apocalottimismo.it traggo questa ulteriore definizione: Apocalottimismo significa non perdersi d’animo, pur sapendo che il collasso della civiltà industriale sconvolgerà ogni aspetto delle nostre vite. La crisi economica e politica, la crisi energetica, lo sconvolgimento del clima, l’estinzione di milioni di specie, l’inquinamento e molto altro ancora sono tutte facce di un’unica realtà. Iniziare a capire ciò che sta accadendo certo non ci renderà immuni dalle calamità, ma ci potrà aiutare a mantenere un atteggiamento costruttivo, evitando le trappole di cui è disseminato il cammino.

L’opera di Pardi e Simonetta, nella sua prima parte, fornisce una brillante sintesi di quali siano i principali schemi macroeconomici che governano la società contemporanea, per poi passare ad i mali e le problematiche da cui questi schemi sono afflitti, cercando di prevedere ciò che il futuro ci potrebbe riservare, per poi, infine, fornirci dei suggerimenti per il “day after” che, a parere dei seguaci dell’apocalottimismo, ci attende, inevitabilmente.

Tra i concetti chiave esposti nel libro ci sono quello della crescita esponenziale.
Si stima che sul nostro pianeta 5.000 anni fa ci fossero circa 14 milioni di persone; oggi siamo oltre 7 miliardi e, nel giro di ancora non molti anni, siamo destinati a raggiungere gli 8 miliardi di abitanti. Può la Terra continuare ad ospitare una popolazione in continuo aumento, garantendo ad essa una qualità della vita sufficientemente adeguata?

Ma questa è solo la prima di una lunga serie di domande che, a cascata, ne derivano come causa e/o conseguenza.

Uno dei concetti cruciali credo sia quello dell’utilizzo delle risorse, delle materie prime e delle fonti energetiche cui l’uomo ricorre quotidianamente per garantirsi un livello qualitativo di vita, sulla cui irrinunciabilità gli autori sembrano esprimere evidenti perplessità.
Può la specie umana, che vive in un ambiente finito, delimitato, e le cui fonti sono, in gran parte, limitate, per quanto abbondanti, continuare ad attingere a queste fonti in maniera indiscriminata come se esse non dovessero mai esaurirsi?

Questo introduce il concetto di “Picco”, alla base del titolo del libro, ovvero il punto di massimo sfruttamento/prelievo di una determinata risorsa finita del pianeta (ad esempio il petrolio, il gas naturale, il carbone, alcune materie prime come l’oro, il rame ecc.) superato il quale,  quella determinata risorsa, pur continuando ad essere presente sul pianeta, è destinata, sia pure lentamente, e con le progressive opere di estrazione e prelievo, ad esaurirsi o, quanto meno, a divenire di sempre più difficile reperibilità.

Altro concetto basilare è quello della crescita economica condannata, al fine di garantire benessere, a progredire in maniera infinita, così come la crescita, costante, del Prodotto Interno Lordo, il PIL e  sulla cui attendibilità, come indice di benessere di una nazione, ormai da tempo si sono levati pareri contrari, come ben sappiamo.
E quando avremo esaurito il petrolio, cosa faremo? La qualità della nostra vita potrà continuare ad essere la stessa dell’epoca attuale?
Le domande, nel corso della lettura, come già detto, si susseguono quasi a catena, l’una conseguenza o causa della precedente. Dalla crisi economica si passa ad analizzare quella energetica che, a sua volta, con l’esaurimento progressivo delle fonti fossili (petrolio, gas e carbone) il cui sovra utilizzo è causa della crisi ecologica e di tutto quello che la caratterizza (e di cui tante volte abbiamo parlato su questo blog).

Le fonti rinnovabili possono rappresentare un’alternativa, ma gli autori c’illustrano quali limiti esse abbiano almeno stando al loro utilizzo in base alle attuali tecnologie.

Emerge invece un certo scetticismo verso i sostenitori della filosofia dell’efficienza energetica, come una delle strade da seguire per il futuro nell’uso delle fonti energetiche. Rifacendomi ancora direttamente al testo: “…alla prova dei fatti, il miglioramento dell’efficienza d’uso di una risorsa ne fa aumentare, anziché diminuire il consumo.”, citando, a riguardo, W.S. Jevons ed il suo paradosso.

Anche se Simonetta e Pardi ammettono di non poter prevedere con esattezza quale sarà il futuro della specie umana, essi sembrano non lasciare molte speranze sul fatto che la qualità della vita sia destinata a cambiare, anzi meglio a “decrescere” usando il termine caro a Serge Latouche, (qui, non a caso, più volte citato).

Gli autori, nella parte ultima del libro, forniscono tutta una serie di suggerimenti utili ad adattarsi/adeguarsi al futuro che ci attende nonché a mitigare le conseguenze delle nostre azioni passate e presenti, proponendoci sostanzialmente un nuovo paradigma di stile di vita orientato ad una maggiore sobrietà ed attenzione al rispetto dell’ambiente e delle sue risorse, ed invitandoci anche a riflettere sui valori davvero essenziali delle nostre vite, e da cui invece il modello consumistico ci ha purtroppo allontanato.

Ritengo che “Picco per capre” sia una lettura molto edificante specie per un giovane. Sicuramente proporrò, negli anni questo libro ai miei figli, ma non con l’intento di spaventarli, bensì per stimolarli alla consapevolezza ed alla riflessione, nonché alla discussione su questi temi innanzitutto con me e mia moglie, da sempre più ambientalista del sottoscritto. Quando si è giovani ci si può sentire immortali, o qualcosa di molto simile, e pertanto si è spesso portati a sdrammatizzare ed a vivere con delle aspettative fiduciose per il futuro che ci attende.
Quanto a me, purtroppo non sono più in giovane età; eppure continuo a faticare ad accettare la prospettiva che davvero nel giro di qualche decina di anni tutto possa definitivamente peggiorare.
Nonostante questo, o forse proprio per questa ragione, nel dubbio, (che comunque mi attanaglia), negli ultimi tempi sono divenuto un po’ più fatalista, e tendo a propendere più alla filosofia del “carpe diem”, sentendomi più cicala che formica.
Recentemente mi sono svegliato in un albergo sull’Adriatico ed affacciandomi alla finestra della mia camera, la mattina mi sono trovato di fronte l’alba che qui ho ritratto.


Di fronte a certi paesaggi è difficile perdere la speranza per il futuro, ed il sentimento che provo è tutt’altro che preoccupazione ma voglia di vivere, vivere, vivere, come fosse sempre l’ultimo giorno.
Quando nel 2009 ho aperto questo blog l’ho fatto innanzitutto per me stesso, per costringermi a riflettere proprio ed innanzitutto sui temi che affronta “Picco per capre”.

Negli anni ho cercato di documentarmi, approfondire certe problematiche, e, nel mio piccolo, spronare anche qualcun altro a fare la stessa cosa.
Ma, a distanza di qualche tempo, continuo ad essere confuso.
Che pianeta faremo? Chissà. Ancora non lo so.

Ma, se posso dare un consiglio - da capra naturalmente - a Simonetta e Pardi, che tanti ne offrono a noi, eccolo: non vorrei che, a forza di preoccuparci tanto del futuro che attende l’uomo e le altre specie viventi del pianeta Terra, ci dimenticassimo di vivere e godere appieno ciò che la Terra e la vita continuano ad offrire, prima che sia davvero troppo tardi.

A forza di ripetersi: ricordati che devi morire, ricordati che devi morire, uno finisce col dimenticarsi di vivere…

Michele Salvadori

lunedì 7 aprile 2014

"Nuove energie" di Giuseppe Recchi

Il mondo ambientalista e quello dei produttori delle cosiddette “energie sporche” rappresentano realmente due mondi contrapposti, le cui idee e prospettive sono e resteranno per sempre inconciliabili? Ho voluto, questa volta, cercare di capire il punto di vista di qualcuno che certo non appartiene alla corrente ambientalista.

Giuseppe Recchi, presidente ENI, sesto gruppo petrolifero mondiale, è l’autore di questo breve testo, dal titolo “Nuove Energie- le sfide per lo sviluppo dell’Occidente” (Marsilio Editore, €. 13,00).
Ho innanzitutto apprezzato il tono divulgativo con cui è scritto il testo che consente di avvicinarsi a tematiche complesse come quella dell’utilizzo dell’energia anche a chi, come il sottoscritto, non ne è un esperto, ed anche la sua concisione, (appena 160 pagine), che non spaventa un lettore medio che spesso, di fronte a volumi della consistenza volumetrica e del peso dei mattoni, giustamente viene scoraggiato in partenza.

“La storia dell’energia è la storia del mondo”, recita l’incipit dei questo libro. Come non dargli ragione.
Il presidente dell’ENI ripercorre innanzitutto la storia dello sfruttamento delle fonti energetiche da parte dell’uomo a cominciare dall’utilizzo dell’olio di balena come principale fonte utilizzata per l’illuminazione e giunge poi a narrare la storia della perforazione dei primi pozzi petroliferi a metà dell’Ottocento, proprio alla ricerca di una fonte alternativa a quella fornita da balene e Capodogli, il cui numero stava repentinamente diminuendo a causa dell’intensificazione della caccia da parte dell’uomo.

Uno dei primi obiettivi di Recchi sembra essere quello di distruggere la teoria del “picco di Hubbert”, dal nome del geofisico americano M.K.Hubbert che ipotizzava che la produzione mondiale di petrolio si sarebbe progressivamente esaurita. Per anni, ci spiega Recchi, siamo stati convinti di essere vicinissimi al picco del petrolio ed in parte le previsioni si avverarono, se è vero che tra il 1970 e il 1971 negli USA il picco fu raggiunto sul serio. Secondo la quasi totalità degli esperti avremmo poi dovuto raggiungere il picco del petrolio a livello globale attorno alla metà degli anni ottanta. Addirittura il “Club di Roma” aveva previsto che attorno al 2000 la produzione del petrolio si sarebbe dimezzata. Per la cronaca, la produzione di greggio nel 2000 è risultata essere superiore del 25% rispetto a quella degli anni ottanta.
Questo grossolano errore di previsione secondo l’autore si è verificato per gli scarsi dati informativi a disposizione degli scienziati al momento di formulare le loro teorie e per non aver considerato che i progressi della scienza e della tecnologia avrebbero, come di fatto si è poi verificato, consentito nuove metodologie estrattive più efficaci ed efficienti e l’individuazione di riserve di idrocarburi in aree ancora non esplorate. In ultima analisi, l’unica risorsa davvero inesauribile - questa la tesi di Recchi - è la creatività dell’uomo che nei momenti di difficoltà spesso riesce a trovare strade alternative all’inizio impensabili.
La teoria del “peak oil” è dunque ormai screditata. Recchi afferma che le attuali stime parlano di disponibilità di petrolio e suoi derivati per almeno altri 180 anni. Tuttavia lo stesso Recchi ammette pure che non è affatto detto che sarà ancora il petrolio, nei prossimi cento e passa anni, ad avere un ruolo cruciale in campo energetico. Le stime dell’International Energy Outlook 2013 parlano, tra l’altro, di un incremento del consumo di energia nei prossimi trent’anni di circa il 56%.

Come affrontare il problema, allora?

Anche per Recchi, come per molti addetti ai lavori, la prima soluzione è l’enorme potenziale rappresentato dalla cosiddetta “rivoluzione non convenzionale” dello Shale Gas. Com’è noto, quando parliamo di shale gas ci riferiamo all’estrazione di gas naturale o di petrolio da rocce particolari: gli scisti argillosi, ricchi, in particolare, di gas metano. Il fenomeno era noto da tempo; quello che non avevamo era la tecnologia adatta all’estrazione. Dieci anni fa, George P. Mitchell ha rivoluzionato le tecniche di estrazione del gas con il sistema di fratturazione, detto fracking, che sfrutta la pressione di un fluido – in genere acqua – per creare e poi propagare una frattura in uno strato roccioso.
La portata di questo sistema estrattivo è enorme. Ancora nel 2000 negli USA lo shale gas rappresentava appena l’1% del gas naturale consumato. Al 2012 era già al 25% e si stima che nel 2030 la quota avrà superato il 50%. Nel giro di pochi anni gli USA non solo raggiungeranno l’autosufficienza ma addirittura diverranno esportatori di LNG (gas naturale liquefatto).

Aree del pianeta con maggiore presenza di Gas di argille
Per il momento, la rivoluzione dello shale gas noi europei la osserviamo da lontano. Secondo alcune stime, in Europa ci sono giacimenti di shale gas per 13 mila miliardi di metri cubi. Tuttavia Recchi non è ottimista sulla possibilità che anche nel nostro continente si verifichi un’equivalente rivoluzione energetica analoga a quella che sta avvenendo negli USA, non tanto per ragioni geologiche quanto per ragioni politiche e soprattutto perché la politica energetica in Europa non è univoca ma è appannaggio dei singoli stati.

Secondo Recchi, (ndr: e come potrebbe essere altrimenti?), le preoccupazioni degli ambientalisti sono immotivate. Ma proprio le pressioni ambientaliste, unite a quelle delle grandi lobby degli agricoltori, finiranno per pesare più dell’obiettivo dell’autosufficienza energetica, impedendo di fatto lo sviluppo di questa tecnologia anche sul vecchio continente.
Di fatto, la Francia, che avrebbe ingenti risorse di shale gas, ne ha proibito lo sfruttamento. In Germania e Olanda le pressioni contrarie dell’opinione pubblica ne stanno contrastando lo sviluppo e una situazione non dissimile si sta verificando anche in Spagna e Bulgaria.
La Polonia, unico paese dove per il momento questo tipo di problemi non ci sarebbe, ne ha invece un altro: la mancanza di un’adeguata rete di distribuzione del gas unita all’incertezza sulla qualità geologica dei suoi giacimenti.
L’unico paese in Europa che oggi si sta realmente attrezzando allo shale gas sembra essere il Regno Unito.

Ma le incertezze restano anche sul piano della fattibilità commerciale dell’estrazione in territorio europeo. Tuttavia, continua Recchi, anche se lo sviluppo di questa tecnologia in Europa dovesse valere una frazione di quella americana, nondimeno rappresenterebbe un contributo prezioso alla nostra economia. In realtà, gli ostacoli, per stessa ammissione dell’autore, sono vari. In Europa ad oggi non ci sono paesi in possesso contemporaneamente di tutti i requisiti che hanno consentito lo sviluppo dello shale gas come in USA. In nessun paese europeo infatti sussistono contemporanee condizioni di abbondanza di acqua, di esperienza diffusa nel campo estrattivo petrolifero, e facilità di accesso ai terreni (il diritto di proprietà del sottosuolo da noi appartiene allo Stato e non al singolo proprietario dei terreni come appunto in USA) e soprattutto è carente un forte impegno politico su questi obiettivi.

Per Recchi un grosso peso sta avendo anche la disinformazione promossa dai gruppi ambientalisti a livello europeo. A suo dire, l’allarme ambientale sollevato non ha ragion d’essere, visto lo stadio avanzato raggiunto negli Stati Uniti da questa tecnologia. Ciò che Recchi riconosce come limite principale della tecnica del fracking è la necessità di utilizzo di grandi quantità di acqua. Oggi, in media, occorrono circa 4 litri di acqua per produrre circa 15 metri cubi di gas. A quest’acqua poi vanno aggiunti addittivi chimici con evidenti rischi d’inquinamento che però sarebbero arginati dal fatto che l’acqua utilizzata per il processo non viene dispersa, ma recuperata per poi essere filtrata e riconvertita al suo stato originale.
Resta il fatto che la rivoluzione dello shale gas in USA ha funzionato perché si è rivelata un gioco win-win: ne guadagnano l’impresa petrolifera, il proprietario del terreno ed anche lo Stato attraverso le entrate fiscali e l’effetto dei prezzi più bassi dell’energia. Per non parlare dell’effetto sull’occupazione, che cresce.
E l’Europa, secondo Recchi, ha un altro problema: quello rappresentato dai sussidi alle energie rinnovabili che, paradossalmente, oggi ne mettono in crisi il mercato economico.

Gli Europei pagano il prezzo più alto al mondo per l’elettricità, in parte anche a causa di costosissimi sussidi alle energie rinnovabili corrisposti attraverso supplementi sulla bolletta elettrica. E tuttavia le emissioni da energia elettrica non diminuiscono più. Com’è possibile? Si tratta della risultante di più fattori: la marcia forzata verso le rinnovabili, la recessione economica e il crescente ricorso al carbone. Oggi infatti le aziende europee stanno importando grandi quantità di carbone a prezzi bassissimi, malgrado sia la fonte più sporca, proprio perché resta la più economicamente conveniente.
Il consumo di elettricità prodotta da gas nel 2013 in Europa è sceso del 30% rispetto al 2008, con punte che in Italia hanno toccato il 37%. Mentre le centrali elettriche a carbone marciano a pieno regime. In Germania, a causa dell’incremento nell’uso del carbone, le emissioni di gas serra sono aumentate nel 2011-2012, anziché diminuire. In Italia, invece, abbiamo un altro problema: solo nel 2012 abbiamo speso oltre 10 miliardi di euro in incentivi alle fonti rinnovabili che sono andati a costituire il 18% in media delle bollette elettriche di ciascuna famiglia.

Mentre dunque gli Stati Uniti marciano verso prezzi energetici più bassi, grazie alla scoperta dello shale gas, l’Europa sta andando esattamente nella direzione opposta. Di conseguenza la competitività industriale europea rispetto a quella americana sta subendo un netto deterioramento.

Come procedere, allora?

Secondo Recchi è indispensabile attuare una solida strategia energetica partendo dalla correzione delle misure rivelatesi distorsive a favore delle rinnovabili. Egli, sia pur molto sinteticamente, accenna all’importanza di dirottare quote maggiori d’incentivi verso le rinnovabili termiche (caldaie a biomassa, pompe di calore, ecc.) In secondo luogo si dovrebbe incoraggiare lo sfruttamento dello shale gas anche sul territorio europeo adottando una revisione delle norme che lo agevoli. In Italia, ad esempio, la cosiddetta Sindrome di Nimby (Not in my backyard, non nel mio giardino) ha bloccato molti progetti di sfruttamento di gas e petrolio. Sempre secondo Recchi, se anche noi italiani adottassimo a riguardo un approccio simile a quello dell’Inghilterra o della Norvegia, potremmo raddoppiare la produzione e soddisfare circa il 20% del consumo nazionale. Dobbiamo poi sicuramente procedere a sforzi importanti verso una maggiore efficienza energetica.

Vi è, per fortuna, nel testo una chiara ammissione del problema principale: le fonti fossili, che oggi continuano a rappresentare la principale risorsa energetica, sono anche la più inquinante. E per Recchi non esistono soluzioni applicabili nell’immediato che possano risolvere la questione rapidamente. “Anche chi utilizza un veicolo elettrico, ad esempio, non può non considerare il fatto che oggi l’elettricità prodotta in Italia è generata per il 70% da centrali alimentate con idrocarburi e solo per il 10% da pannelli solari e pale eoliche. I derivati del petrolio sono ovunque: pensiamo, ad esempio, alla bottiglietta del nostro shampoo, fatta in plastica (derivato del petrolio), lo stesso nostro shampoo è fatto in larga misura da composti petrolchimici. Se facessimo la somma di tutti i derivati del greggio che utilizziamo, consapevolmente o meno, e che servono a tenere “accesa” la nostra società civile, ne deriverebbe che, solo in Italia, consumiamo mediamente 21 barili al giorno ogni 1.000 abitanti: poco più di 3 litri di petrolio al giorno per persona. A livello globale tutte le fonti alternative agli idrocarburi messe insieme – eolico, solare, nucleare, ecc. – contano secondo l’Agenzia internazionale per l’Energia dell’Ocse, per meno di un terzo dell’elettricità generata nel mondo”.

Gli idrocarburi restano dunque al momento un ingrediente base della nostra civiltà, anche se sono un ingrediente molto contestato. Recchi riconosce ad una parte del mondo ambientalista la genuina preoccupazione per la sopravvivenza del nostro ecosistema giungendo ad analizzare il problema del rischio di modifica delle condizioni climatiche del pianeta a causa dell’attività dell’uomo. Sono ormai in molti, egli sostiene, a ritenere indispensabile un cambiamento del nostro stile di vita, del nostro modello di consumo a favore di scelte più ecocompatibili.

Purtroppo però il problema, secondo Recchi, non è più se possiamo o no fare a meno del petrolio e degli idrocarburi. E’ grazie a loro se oggi per sette miliardi di persone su questo pianeta è possibile alimentarsi, vestirsi, curarsi e spostarsi. Se decidessimo di farne a meno dovremmo dire addio all’industria e al commercio e quindi, tutta o quasi la produzione di beni e servizi dovrebbe svolgersi nelle vicinanze di casa. La strategia più pratica, oggi, per proteggere il pianeta resta quella di concentrarsi sulla riduzione degli sprechi e sull’aumento dell’efficienza.

Recchi infine evidenzia anche un'altra questione, allorchè afferma che il problema del riscaldamento dell’atmosfera della Terra è un problema globale e che gli sforzi dell’Europa possono servire relativamente a poco per risolverlo se resteranno isolati. Anche se in Europa riuscissimo a diminuire le nostre emissioni del 20% entro il 2020, questo servirebbe a poco se in India e in Cina le emissioni continuassero a crescere in maniera esponenziale.
Resta invece la ferma convinzione del Presidente ENI che l’obiettivo dell’efficienza energetica possa essere un fattore trainante anche per l’economia oltre che per l’ambiente. L’efficienza risulta positiva in tutti i sensi, egli conclude: ” essa può diminuire i danni all’atmosfera ma anche far risparmiare denaro che potrebbe essere speso per migliorare le condizioni di vita della popolazione accrescendo al contempo la sicurezza energetica e diminuendo le importazioni di energia”.

Naturalmente non tutto quanto sostiene Recchi è da me personalmente condiviso. Resta difficile considerare del tutto disinteressate certe affermazioni da parte del presidente di uno dei principali colossi energetici mondiali. Considero un po’ demagogico parlare di 7 miliardi di abitanti del pianeta che hanno raggiunto un buon tenore di vita grazie all’uso degli idrocarburi. Almeno un miliardo di persone continua a morire di fame, e vive in assenza di luce e acqua nelle proprie abitazioni, o no? Ritengo però che il tema dello shale gas in Europa dovrebbe comunque essere affrontato senza preconcetti anche perché, pur trattandosi sempre di un combustibile fossile, esso è sicuramente meno impattante specie se paragonato al carbone, in termini di emissioni prodotte; condivido anche il pensiero di Recchi in merito alle scelte politiche europee in tema di energia e soprattutto la sua considerazione che a ben poco serviranno le scelte di abbattere le emissioni sul territorio europeo se poi nel resto del mondo tali vincoli non saranno altrettanto condivisi e rispettati.

Questi ultimi punti sono anche gli argomenti più comunemente utilizzati da larga parte del mondo ambientalista per attaccare il mondo dei produttori della cosidetta “energia sporca”. Ritengo di conoscere abbastanza bene una parte di quel mondo ambientalista che agisce talvolta condizionato più dall’ideologia che da convinzioni supportate scientificamente. Quel mondo ambientalista che ad esempio si oppone ai termovalorizzatori, che si ostina a dire di no a tutto e dunque no, a prescindere, anche allo shale gas, senza probabilmente mai aver cercato di approfondire il tema, che ha la presunzione di essere l’unico depositario del sapere e della verità e che considera ancora il mondo diviso tra buoni e cattivi, come nei vecchi film western.

Viviamo una realtà estremamente complessa e destinata a complicarsi probabilmente sempre più; questa è una ragione, più che sufficiente, perché si debba avere il coraggio di confrontarci con tutti anche e soprattutto con chi, ufficialmente, si colloca dall’altra parte della barricata.


Michele Salvadori

martedì 27 agosto 2013

“2052 – Rapporto al Club di Roma”

Nel 1972, come è noto, su incarico del Club di Roma, un gruppo di studiosi del MIT pubblica " I Limiti dello sviluppo". Il libro, basato su simulazioni effettuate con i primi elaboratori elettronici, prefigura gli effetti della crescita della popolazione, dei consumi e dell’inquinamento sul nostro pianeta, fisicamente limitato. Ormai a distanza di tanti anni si riconosce che le conclusioni di quello studio erano sostanzialmente corrette.

Nel 2012, Jorgen Randers, uno dei coautori de “I Limiti dello Sviluppo”, ha deciso di avvalersi dei contributi di una quarantina di esperti e dei calcoli elaborati da supercomputer per provare ad immaginare come potrà essere il nostro futuro sulla Terra tra altri quaranta anni, nel 2052.
Il risultato di questo complesso lavoro è decisamente affascinante, in particolare per gli obiettivi prefissati da un blog come “Che Pianeta faremo”, ma credo anche utile a tutti coloro i quali, nei prossimi anni, debbano rivestire ruoli di responsabilità (politica e non) e di gestione di risorse.
Diciamo subito che le conclusioni a cui Randers arriva in “2052 – Rapporto al Club di Roma” – (Ediz. Ambiente – 2013), portano ad immaginare un pianeta, il nostro, che tra quarant'anni verserà in condizioni decisamente peggiori delle attuali e pur tuttavia non disastrose come qualcuno potrebbe credere.
Inevitabilmente sono costretto a sintetizzare un testo che meriterebbe ampiamente di essere letto integralmente con attenzione ed al quale rimando. Anzi, invito calorosamente a dedicarvisi, non sarà tempo perso, fidatevi.
Proverò comunque a mettere insieme i punti che giudico più importanti.

Randers parte dall'analisi storica dello sviluppo globale sulla Terra negli ultimi trecento anni. Prima del ‘700 il mondo era scarsamente popolato, per lo più a sviluppo agricolo e consumava pochissima energia (si andava avanti con gli schiavi, i cavalli, il bestiame e un po’ di legna da ardere). L’avvento delle macchine a vapore alimentate dal carbone diede inizio alla rivoluzione industriale caratterizzata da un progressivo ma anche esorbitante aumento dei consumi energetici. Negli ultimi 250 anni l’uso dell’energia ha reso i paesi industrializzati ricchi di beni materiali ed assicurato alle loro popolazioni una vita decisamente meno faticosa. Anche molti paesi un tempo meno industrializzati stanno oggi ripercorrendo quella stessa strada. La Cina ne è l’esempio più lampante ma certo non il solo. Già oggi possiamo annoverarvi nazioni come l’India, il Brasile e altre ancora caratterizzate oltretutto da un elevatissimo numero di abitanti.
La questione è che l’aumento senza limiti del consumo di materiali ed energia oltre a non essere praticabile vivendo su un pianeta limitato, risulta anche assai dannoso in termini di impatto sull'ambiente.

Secondo Randers, dunque, l’era della rivoluzione industriale è destinata prima o poi a tramontare per lasciare spazio all'era della sostenibilità caratterizzata da un mondo nel quale la popolazione non sarà più in aumento, dove l’energia sarà ancora molto utilizzata, anche se in maniera più saggia, e proverrà da fonti rinnovabili; avremo un mondo nel quale, finalmente, l’obiettivo primario sarà il benessere del genere umano e non più il possesso materiale. Il paradigma dominante dovrà spostarsi da quello di una crescita fisica infinita a una forma di stabilità che si adatti alla capacità di carico del pianeta.

Il punto cruciale è la velocità con cui si realizzerà tale transizione: saremo, cioè, capaci di realizzarla in tempo da evitare gravi danni allo stato di salute attuale del pianeta?
Secondo l’autore la risposta purtroppo è NO. Entro il 2100 probabilmente avremo raggiunto l’obiettivo di un mondo molto più sostenibile di quello attuale ma non senza gravi perdite in termini di biodiversità e grosse modifiche alle condizioni climatiche della Terra. E soprattutto i prossimi quarant'anni saranno fortemente influenzati dal modo in cui affronteremo cinque problemi d’importanza basilare: il capitalismo, la crescita economica, la democrazia, l’equità intergenerazionale ed il nostro impatto sul clima globale.
Provo di seguito a sintetizzare le principali previsioni avanzate dal testo sui principali temi:  

Popolazione nel 2052
Ci è voluta tutta la storia dell’umanità per arrivare a circa tre miliardi di persone nel 1960, altri quarant'anni per raddoppiare quel numero toccando i sei miliardi e altri dieci per raggiungere i sette miliardi di abitanti odierni sulla Terra. La previsione di Randers è per certi versi perfino ottimistica; egli infatti sostiene che il picco di popolazione globale sarà raggiunto attorno al 2040 e si aggirerà attorno agli 8,1 miliardi di abitanti. Da quel momento in poi la popolazione inizierà a diminuire. Ciò avverrà non a causa di malnutrizione, inquinamento o epidemie ma piuttosto dalla scelta volontaria di miliardi di famiglie - la cui stragrande maggioranza nel frattempo si sarà trasferita a vivere in grandi metropoli da milioni di abitanti - di procreare di meno. Quando infatti la maggioranza delle persone sarà urbanizzata, avere molti figli non rappresenterà più un vantaggio: ogni figlio in più in una metropoli è una bocca in più da sfamare, una persona in più da scolarizzare e non un paio di braccia in più da destinare all'agricoltura.

Energia e CO2 nel 2052
Circa l’87% dell’energia attualmente usata deriva da tre combustibili fossili: carbone, petrolio e gas. La parte rimanente è coperta per il 5% dall'energia nucleare e per l’8% da fonti rinnovabili (biomasse, idroelettrico e da un piccola - ma in rapida crescita – quota di eolico e fotovoltaico).
Possiamo aspettarci, sempre secondo l’autore del libro, che l’utilizzo di energia crescerà all'aumentare dell’attività economica e che dunque in proporzione verrà emessa maggiore quantità di CO2 in atmosfera almeno fino a quando non decideremo di passare all'utilizzo in maniera consistente delle energie rinnovabili. Di conseguenza fino a quel momento assisteremo ad un progressivo aumento delle temperature medie anche perché abbiamo ancora a disposizione sul pianeta una quantità di combustibili fossili più che sufficiente ad alimentare il mondo ben oltre il 2052 anche se a costi più elevati di quelli attuali in quanto i combustibili pur disponibili presentano maggiori difficoltà di estrazione. E’ ipotizzabile che i combustibili fossili verranno col tempo sostituiti dalle rinnovabili; tuttavia questo passaggio avverrà in maniera graduale e comunque non in modo definitivo almeno sino a quando i costi delle energie amiche del clima si saranno abbassati. Nel 2052 – ecco la previsione - più della metà dei consumi mondiali di energia saranno ancora coperti da fonti fossili. Sul piano dell’efficienza energetica nel frattempo avremo fatto passi avanti anche se ancora non definitivi: circa un 30% in più rispetto ad oggi.

Se l’umanità continuerà a bruciare carbone, petrolio e gas fossili secondo il mix attuale, le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di energia cresceranno del 50% entro il 2052, il che potrebbe significare un aumento medio delle temperature terrestri di ben oltre i 2 °C e molto più elevato dopo quella data. Secondo Randers però questo non si verificherà. Il consumo di combustibili fossili nel 2052 sarà in declino, il contributo del nucleare in diminuzione ed il vero vincitore saranno le rinnovabili che, assieme, nel 2050 dovrebbero raggiungere circa il 37% della torta energetica. Il passaggio verso le rinnovabili sarà in parte rallentato dall'esistenza di una soluzione transitoria assai economica: la sostituzione del carbone col gas, (ndr.: in particolare lo shale gas, di cui riparlo più avanti) soluzione migliorativa (due terzi di CO2 in meno prodotti) ma non definitiva. Anche il nucleare si avvierà verso un lento ma inesorabile tramonto, secondo Randers, sostanzialmente a causa di due fattori: gli eccessivi costi di realizzazione delle centrali ed il pericolo di possibili attentati terroristici influiranno ancor più del timore sulla scarsa sicurezza degli impianti.

Lo sviluppo delle fonti rinnovabili deriverà soprattutto dall'eolico off shore nei mari e dai pannelli solari collocati nelle zone desertiche o, in modo invisibile, sui tetti degli edifici, integrati da biomasse ottenute da piantagioni specificamente coltivate su terreni degradati.

Le emissioni di CO2 aumenteranno fino a raggiungere il picco nel 2030 per poi iniziare a diminuire. Secondo il nostro scienziato norvegese le emissioni mondiali di CO2 derivanti dall'utilizzo di energia nel 2052 saranno un buon 40% più alte delle emissioni globali del 1990. Tuttavia inizieranno a diminuire ed è ipotizzabile che si arrivi per quell'epoca a pareggiare il livello di emissioni odierno. Di certo però, il mondo avrà perso l’occasione per contenere l’aumento del riscaldamento globale sotto i 2°C concordati a livello internazionale. L’aumento della temperatura media nel 2052 sarà di oltre 2 °C in tutto il pianeta.

Come conseguenza dell’aumento medio delle temperature nei prossimi decenni l’umanità sperimenterà un numero crescente di impatti climatici. Assisteremo con sempre e progressiva maggiore frequenza ad eventi meteorologici estremi (alluvioni, siccità, frane, tornado e uragani, oltretutto in luoghi atipici), allo sbiancamento delle barriere coralline, alla morte di vaste porzioni di foreste, ad infestazioni di insetti. Senza parlare dell’effetto più ovvio: la fusione del ghiaccio artico, la riduzione dei ghiacciai e l’aumento del livello medio dei mari di circa 30 centimetri. Infine assisteremo allo spostamento di circa 100 chilometri verso i poli delle zone climatiche ed all’espansione dei deserti in nuove aree ai tropici.

Cibo e Impronta ecologica verso il 2052
Un’altra delle domande cruciali è quella: avremo cibo a sufficienza? La risposta è: “PROBABILMENTE SI’”, almeno fino al 2052. La domanda di cibo in realtà non aumenterà quanto si teme per una serie di ragioni: la popolazione mondiale sarà più numerosa dell’attuale ma meno di quel che ci attendevamo; anche se tante persone povere mangeranno meglio di quanto facciano oggi, molti ricchi consumeranno molta meno carne rossa. Ma saranno ancora molti quelli che continueranno a morire di fame. Assisteremo ad una sempre maggiore diffusione degli OGM perché essi aiuteranno a incrementare i raccolti nelle regioni troppo aride o troppo umide e l’umanità accetterà i rischi che gli OGM possono comportare nel lungo periodo a fronte dei benefici ottenibili nel breve. L’agricoltura, man mano che ci avvicineremo al 2052, sarà sempre più colpita dal cambiamento climatico. Assisteremo contemporaneamente a due effetti contrapposti. L’aumento di CO2 in atmosfera favorirà una crescita più rapida ovunque delle piante ma al contempo l’innalzamento delle temperature causerà l’effetto contrario (con conseguente perdita di produttività del terreno), almeno nelle zone che saranno più colpite dal progressivo inaridimento. Parte dei terreni verrà utilizzata per la produzione di biocombustibili a scapito della produzione agricola e questo causerà un aumento del prezzo del cibo. Mangeremo sempre più carne bianca. (Occorrono circa 7 Kg di grano per produrre un Kg di carne rossa, mentre ne bastano 2 per un chilo di pollo). Mangiare meno sarà considerato più raffinato, almeno tra le popolazioni benestanti. Il pesce di alta qualità, specie quello non proveniente da acquicoltura, finirà solo nei piatti dei più ricchi.

L’Impronta Ecologica dell’umanità è praticamente raddoppiata dal 1970 a oggi. Nel 2010 essa era già del 40% superiore alla capacità di carico del pianeta. In altre parole l’umanità stava e sta già occupando 1,4 pianeti per il proprio utilizzo di grano, carne, legna, pesce, spazio urbano ed energia. Qualcuno si chiederà come sia possibile. L’attuale superamento è giustificabile dal fatto che l’impronta include nel suo conteggio anche la quantità di foreste che sarebbe necessaria per assorbire tutta la CO2 che viene emessa per la produzione di energia. Ma questo territorio non esiste più e la CO2 non viene assorbita del tutto dalle piante finendo con l’accumularsi in atmosfera. La quantità di foreste che sarebbe necessaria è circa il doppio di quella attualmente disponibile. Come conseguenza stiamo sperimentando un graduale e insostenibile (anche se lento) riscaldamento del pianeta. A questo punto ci restano solo due strade: la riduzione gestita oppure il collasso naturale. Quando probabilmente sarà ormai troppo tardi per evitare seri danni e di fronte ad eventi meteorologici sempre più frequenti ed estremi anche la maggioranza degli individui della nostra specie arriverà alla conclusione che è necessario un radicale cambiamento delle nostre abitudini.

La quantità di terra non utilizzata dagli uomini si ridurrà drammaticamente fino ad arrivare a meno del 20% nel 2052. La disponibilità pro capite di natura precipiterà dagli 1,2 ettari globali a persona nel 1970 a 0,3 ettari  pro capite nel 2052 (il 75% in meno!). La natura indisturbata sarà limitata alle aree protette dove cercherà di sopravvivere ma con non poche difficoltà. Infatti nemmeno nei recinti di un parco nazionale la flora e la fauna saranno in grado di difendersi dal cambiamento climatico che nel frattempo starà spostando gli ecosistemi verso il nord e il sud dei rispettivi emisferi. A distanza di qualche decina di anni gli ecosistemi si saranno spostati fuori dai confini del parco. O sulle alture che dominano il parco. Nei prossimi 40 anni le zone climatiche si muoveranno verso i poli di circa 5 km all’anno e su per le montagne di circa 5 metri all’anno. In 40 anni cioè assisteremo a spostamenti di 80 Km a nord ( o a sud a seconda dell’emisfero) e di 200 metri in altitudine.

Riflessioni sul futuro che attende le nuove generazioni
Sulla base di queste previsioni Randers, nella seconda parte del suo studio, cerca di analizzare le principali conseguenze che si avranno per l’umanità (in termini di abitudini e comportamenti) che - ed è questa in fondo la principale buona notizia - nonostante tutto, sopravvivrà.

Così come l’età della pietra non è terminata per mancanza di pietre, l’era dei combustibili fossili non finirà per la mancanza di petrolio, gas o carbone. Semplicemente gli esseri umani non ne avranno più bisogno: risparmieremo sull’utilizzo delle risorse, aumenteremo la nostra efficienza energetica ed il consumo di energie fossili non crescerà perché sfrutteremo di più le rinnovabili. L’abbandono dei combustibili fossili però non avverrà con la necessaria rapidità utile ad evitare il riscaldamento del pianeta. Perciò dovremo affrontare i problemi che ne deriveranno. L’umanità cercherà di aumentare gli investimenti annuali in misure di protezione: per riparare i danni subiti ad esempio da uragani e alluvioni, per adattarsi (ad es. costruendo nuove dighe per contrastare l’aumento del livello del mare) oppure per sviluppare nuove tecnologie (ad esempio l’energia solare oppure il CCS, il sistema di stoccaggio dell’anidride carbonica nel sottosuolo). Senza dubbio questi investimenti ridurranno i danni, faranno incrementare il PIL mondiale, ma certo non incrementeranno i consumi e questo rappresenta l’altra buona notizia: un tasso di crescita inferiore ridurrà l’impatto dell’umanità con i limiti del pianeta.

Sul piano politico la questione principale del nostro futuro non consisterà nel risolvere i problemi che ci troveremo di fronte, ma piuttosto nel trovare l’accordo per farlo. Secondo Randers il mondo sarà infatti sufficientemente stupido da posticipare le azioni necessarie a causa dell’interesse a breve termine di coloro che lo governano, ovvero le maggioranze democratiche ed il sistema capitalistico.

Perderemo con molta probabilità le barriere coralline, la taiga e le foreste pluviali con tutta la loro biodiversità, ma noi esseri umani sopravviveremo anche se in un mondo diverso da quello attuale.
Sul piano economico assisteremo alla nascita di una nuova egemonia a scapito degli Stati Uniti: quella della Cina. Il passaggio della leadership mondiale dagli Stati Uniti alla Cina avverrà senza conflitti militari e piuttosto pacificamente. Nel 2052 la Cina avrà una popolazione tre volte e mezzo più grande di quella degli USA, la sua economia sarà due volte e mezzo più sviluppata e la produzione e i consumi procapite dei cinesi supereranno quelli americani di oltre il 70%. La Cina sarà la forza trainante del pianeta, secondo Randers.   La Cina possiede già 1.000 miliardi di dollari del debito pubblico americano. Essa possiede inoltre abbastanza carbone e gas da scisti per far girare la propria economia in questa fase di transizione. I gas da scisti o shale gas sono considerati la nuova frontiera nel campo dell’energie fossili. Grazie a nuove tecniche estrattive oggi è possibile estrarre da particolari tipi di rocce (scistose, appunto) il gas imprigionatovi. Le riserve accertate di questo gas, in prevalenza metano, sono estremamente abbondanti (nei soli USA ammonterebbero a ben 23.000 miliardi di metri cubi) e tali da garantire una relativa autonomia energetica a buon mercato per i Paesi che le possiedono. Ma la Cina possiede anche una comprensione dei rischi climatici tale da poter lavorare in anticipo per limitare i danni, una sufficiente tradizione di indipendenza ed un sistema di governo centralizzato e sufficientemente autoritario da agevolare la rapidità di certe scelte. “Fare di più con meno” sarà il mantra della crescita cinese, volta a perseguire l’obiettivo degli ultimi 2.000 anni: essere autosufficiente e indipendente dai barbari che vivono fuori dai propri confini.

Gli americani, allora, come reagiranno? Senza grandi eccessi, semplicemente perché avranno per quell’epoca sufficienti risorse interne da garantirsi a loro volta l’autosufficienza, anche se a discapito della leadership internazionale. Si comporteranno un po’ da nobili decaduti che conservano tuttavia risorse sufficienti a vivere più che decorosamente anche se non più con i fasti e gli eccessi di un tempo. Si troveranno cioè a ricoprire il ruolo dell’Europa dopo le due guerre mondiali: saranno un paese un po’ più provinciale ma comunque abbastanza soddisfatto di sé. Sia la Cina che gli Stati Uniti saranno colpiti dai cambiamenti climatici, ma entrambi i paesi sono talmente estesi da comprendere anche territori che verranno colpiti relativamente meno.

Debito e Pensioni, come reagiranno le nuove generazioni?
Nel mondo ricco, proprio quella generazione che ha creato un gigantesco debito nazionale e ha dato vita ad un enorme sistema pensionistico (privo della necessaria copertura economica) sta per andare in pensione. Randers nutre forti dubbi sul fatto che le nuove generazioni accettino in futuro di sostenere questo fardello e pagare debito e pensioni. Esse non potranno cioè essere fisicamente costrette a farlo se non lo vorranno ed in questo caso i più anziani potranno fare ben poco. Alcuni debiti non verranno mai ripagati e una quota parte delle pensioni semplicemente finirà per non essere accreditata sui conti correnti degli interessati. (ndr: a tale proposito forse varrebbe la pena di rivalutare, almeno come italiani, la tanto vituperata riforma Fornero).

Consigli per le nuove generazioni
Ribadito che la società globale dovrebbe innanzitutto accrescere l’efficienza energetica, passare alle energie rinnovabili, interrompere la distruzione delle foreste e realizzare impianti di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), ma che il problema delle soluzioni climate-friendly è che attualmente esse sono più costose della soluzione più economica: non fare nulla e continuare come se niente fosse – ragion per cui ancora procederemo a rilento verso i nuovi paradigmi - lo scienziato norvegese, a chiusura della sua analisi, avanza alcuni suggerimenti tra i quali i principali sono i seguenti:
-          Imparare a vivere in un appartamento situato in ambiente urbano (vivere in luoghi ameni ed isolati sarà in futuro sempre più difficile e costoso);
-          Investire nell’elettronica d’intrattenimento ed imparare ad amarla (le immagini diverranno tridimensionali e forse anche gli odori saranno aggiunti all’esperienza); è lecito chiedersi inoltre, secondo l’autore, se in futuro avremo ancora voglia di sobbarcarci lunghi e costosi viaggi quando potremo sperimentare praticamente quasi tutto standosene comodamente seduti nel divano di casa (probabilmente anche i viaggi turistici per ammirare i capolavori dell’arte nei grandi musei saranno sostituiti da comode guide multimediali in 3D che oltretutto ridurranno di molto l’impronta ecologica di un vero viaggio);
-          Dato che ormai l’umanità sta eliminando la natura incontaminata dal pianeta: evitare di insegnare ai nostri figli ad amare qualcosa di cui non potranno mai godere e, se proprio amiamo la biodiversità e le bellezze del mondo, andare a visitarle subito e comunque prima che sia troppo tardi;
-          Cambiare residenza scegliendo un luogo e una nazione che in futuro siano meno esposti di altri agli effetti del cambiamento climatico (Nord Europa, Cina e Canada, i suggerimenti principali);
-          Scegliere una professione nel campo dei servizi o dell’assistenza, oppure buttarsi nel settore dell’efficienza energetica o delle energie rinnovabili;
-          Incoraggiare i propri figli a studiare la lingua cinese;
-          Imparare a convivere con imminenti disastri ambientali;

Che fare, allora?
Alla luce di quanto sopra, ecco di cosa proverò a convincere i miei figli: trasferirsi a Oslo a vivere in un appartamento di un condominio ad alta efficienza energetica, parlare correntemente il cinese e mettere al mondo al massimo un figlio al quale mostrare i capolavori degli Uffizi grazie ad un programma tridimensionale sul televisore di casa in Norvegia senza il bisogno di venire di persona a Firenze. Quanto alla professione da scegliere, credo che avrò già sufficienti sensi di colpa così, senza bisogno di influenzare anche questa loro scelta (sempre che siano così fortunati da poterla fare!). Facciano quello che più li rende felici, almeno in campo professionale.
Qualcuno poi potrebbe chiedermi: e tu, invece?
Sto scrivendo queste righe all’ombra di un boschetto di macchia mediterranea sul litorale tirrenico della Toscana, a pochi passi dal mare. Non solo mi sembra paradossale  che per colpa di scelte scioccamente e troppo a lungo procrastinate, tutto questo un giorno possa non esistere più, ma aborrisco l’idea stessa di poter abbandonare e non poter più immergermi in tanta pace e bellezza.
No, io da qui non mi muovo. Piuttosto aspetterò che sia il mare a portarmi via con sé.

Michele Salvadori