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domenica 14 dicembre 2014

"Contro (la) natura" Di Chicco Testa

Decidendo di seguire con osservanza intransigente i principi della filosofia del “chilometro zero”, potremmo giungere un giorno al paradosso di essere costretti a cibarci di sole cipolle, vivendo a Tropea, oppure di solo lardo, vivendo a Colonnata o – quel che è peggio – di solo porridge (orzo bollito) se vi trovate nel Galles. E la maggioranza della popolazione umana dovrebbe andare avanti senza o con pochissima frutta.
Quella sopra descritta per le cipolle e il lardo rappresenta una delle provocazioni con le quali Chicco Testa, con Patrizia Feletig, nel loro libro dal titolo “Contro (la) Natura” (Marsilio Editore – Collana I Grilli), tentano di combattere una nuova figura che da ormai alcuni anni sta imperversando nella società industrializzata, e che gli autori definiscono l’“ambientalista collettivo”.
Una delle principali tesi del libro è che oggi l’ambientalismo, fatte le dovute eccezioni che però caratterizzano pochi gruppi, è ormai divenuto “un mantra pieno di luoghi comuni, una miscela indistinta di qualche buona idea e aure senza senso, dati scientifici usati come gadget, informazione sensazionalista, mode e marketing” e altro ancora.
Secondo Chicco Testa, la gran parte di noi si lascia condizionare da questo modo di pensare anche a causa del fatto che ormai i media parlano di questi temi continuamente ma giungendo sempre alle medesime conclusioni e proponendo lo stesso messaggio. Molti di noi provano ormai un senso di colpa ogni volta che acquistano qualche banana (Orrore! Un prodotto che proviene dall’altra parte del mondo e che ha viaggiato per migliaia di chilometri con tutto quello che ne consegue).
L‘“ambientalista collettivo”, che ormai pilota o cerca di pilotare i pensieri del cittadino comune, concorre, secondo Testa e Feletig, a farci credere che la Natura sia un’imponente macchina ispirata esclusivamente da principi buoni e giusti e che pertanto l’uomo debba regolare le proprie azioni e comportamenti seguendo questi presunti principi.
Ma nella realtà, ed a dispetto del pensiero predominante, la natura non si cura affatto dell’uomo. Essa va avanti e basta. Il pianeta Terra è esistito miliardi di anni prima che sulla sua superficie si sviluppasse la vita e si evolvesse quindi la specie umana e, con ogni probabilità, andrà avanti ancora a lungo anche se l’uomo si dovesse estinguere. Quando parliamo di “salvare il pianeta”, secondo gli autori, facciamo pura e semplice demagogia. La Terra non ha affatto bisogno di essere salvata dall’uomo. Il nostro pianeta continuerà a vivere anche se, per cause dovute o meno alle azioni dell’uomo, la nostra specie dovesse un giorno malauguratamente estinguersi.
Il punto semmai è un altro; alla specie umana necessita preservare certe condizioni di stato sul pianeta perché esse sono in grado di garantire continuità alla vita dell’uomo sulla Terra. Siamo pertanto mossi ad agire solo per utilitarismo, per un puro interesse egoistico, dettato dalle opportunità di sopravvivenza.
L’idea non è del tutto nuova. In un suo libro, dal titolo “The Medea Hypothesis”, il paleontologo americano Peter Ward, nel 2009, ha cercato di ribaltare la “Teoria di Gaia” sviluppata invece nel celebre ed omonimo libro di James Lovelock. Anche se le conclusioni di Ward sono distanti da quelle a cui giunge Testa, entrambi partono dal medesimo presupposto. Ward descrive la Natura appunto come “matrigna” e del tutto disinteressata alle sorti dell’uomo, contrapponendola volutamente alla figura benevola e materna descritta da Lovelock. Più correttamente, applicando le osservazioni scientifiche che sono ben lontane da questi tentativi di personalizzazione della Terra, la Natura – anzi, dovremmo scrivere “natura” con la minuscola - non è né materna, né benigna, né buona, né cattiva, e neanche “indifferente”. Semplicemente “è”, e si nuove secondo l’influsso casuale su di essa del mondo vivente e non-vivente, compreso l’uomo, che è parte integrante dell’ecosistema e in grado di modificarlo.
Si deve riconoscere al libro di Testa il merito di andare “contro” il pensiero (sedicente) ambientalista dominante odierno, facendolo, oltretutto, con uno stile semplice, accessibile anche ai non addetti ai lavori e con un tocco d’ironia che non guasta.
In “Contro (la) Natura” si afferma, ad esempio, come la specie umana dovrebbe essere grata al famoso meteorite che, entrando in collisione con il pianeta, ha probabilmente causato l’estinzione dei dinosauri e creato così i presupposti per lo sviluppo dell’ordine dei Mammiferi e quindi della nostra specie (la natura benigna in questo caso lo è stata per l’uomo, certo non per i poveri dinosauri!). E ancora, si narra del paradosso per il quale l’avvento del petrolio abbia contribuito a salvare molte più balene di quante siano riusciti a fare gli attivisti di Greenpeace (grazie al conseguente abbandono della pratica di estrazione dell’olio di balena prima utilizzato come combustibile).     
Per molte persone concetti come “natura” e “naturale” comunicano un senso di giustizia, razionalità, bontà e bellezza. Gli autori del libro si chiedono allora se queste considerazioni siamo disposti a farle anche nei confronti di un tifone o un terremoto, del fungo Amanita muscaria o dell’arsenico… oppure dell’orsa Danica che, a difesa dei propri cuccioli, attacca in un bosco un cercatore di funghi.
Da anni registriamo la tendenza a tornare a vivere in campagna, senza considerare che la vita in campagna oggi è resa decisamente più confortevole grazie alle moderne tecnologie che ci permettono di viverci senza praticamente rinunciare a niente: acqua calda, riscaldamento, elettricità, sistemi di comunicazione, connessione internet. Di fatto, è un po’ come se ci trovassimo all’interno di una grande bolla tecnologica che ci tutela da tutti quegli aspetti disagevoli che invece caratterizzavano la vita dell’uomo in questi contesti fino a non molto tempo fa. Citando ancora un passo del libro: “Anche il più modesto agriturismo, una volta semplice estensione dell’abitazione e dello stile di vita di famiglie contadine, è oggi un piccolo albergo, che esiste solo se possiede un sito web e che si sente domandare dall’ospite che vuole prenotare se è dotato di aria condizionata e wi-fi”.
Siamo dentro la natura eppure al riparo da essa, in una condizione molto simile a quella del visitatore di un grande acquario che si trova nelle immediate vicinanze della vasca che ospita uno squalo tigre ma senza alcun rischio per la propria incolumità. Per non parlare delle cose ritenute e propagandate come naturali, quando sono in parte frutto dell’ingegno dell’uomo, come gli animali, le piante e i microorganismi domesticati a furia di incroci e di selezioni eseguiti dai contadini e dagli allevatori, dagli agronomi e dagli scienziati: come la mucca da latte e i legumi coltivati (tanto per citare due specie).
“Bellezza significa insomma, per noi, prima di tutto sicurezza. E’ la sicurezza, conquistata con mille strumenti artificiali, che rende bello il mondo”.
E’ proprio grazie all’ingegno della nostra specie che la vita dell’uomo sulla Terra ha potuto svilupparsi a dispetto delle teorie catastrofiste, per prima quella di Malthus, che prevedevano la drastica diminuzione della popolazione umana terrestre causata dal progressivo consumo delle risorse. Da anni invece assistiamo ad una continua revisione al rialzo delle stime sulle nostre riserve di materie prime ed al contempo le nuove tecnologie consentono all’uomo di migliorare costantemente l’efficienza nell’utilizzo di queste stesse risorse.
Il libro, in proposito, propone la seguente analisi. L’alto sviluppo demografico e la concentrazione di ormai oltre il 50% della popolazione in vasti agglomerati urbani non possono essere affrontati senza l’uso di una produzione agricola di stampo industriale e proprio la concentrazione della popolazione in aree delimitate come le grandi metropoli favorisce l’applicazione di criteri di efficienza nel consumo e nella distribuzione di tali risorse. Nella seconda metà del secolo scorso la produzione mondiale di cereali è balzata da 700 milioni a 1,9 miliardi di tonnellate con le stesse superfici coltivate grazie allo sviluppo di nuove tecnologie. In questa ottica anche la battaglia contro gli “Ogm”, secondo Chicco Testa, è deprecabile oltre che contraddittoria. La creazione di piante più resistenti ai parassiti abbassa il ricorso all’uso di antiparassitari, così come piante meno bisognose d’acqua permettono la loro coltivazione in aree siccitose. Ma, paradossalmente, mentre in Italia sono vietate le sperimentazioni sugli Ogm, sempre in Italia viene importata, come mangime per animali, la soia geneticamente modificata, con risultato che prodotti tipici derivano da animali nutriti con Ogm. Tutto è stato reso possibile grazie all’innovazione tecnologica ed alla capacità della specie umana; se la specie umana si fosse assoggettata in tutto al dominio della natura, essa probabilmente oggi sarebbe già estinta.
Naturalmente non tutte le conclusioni a cui giungono Testa e la Feletig sono condivisibili; (ad esempio, quelle in favore del nucleare e dell’eolico). Tuttavia, è importante che un libro cerchi di trasmettere un messaggio incoraggiante e positivo, un messaggio - se vogliamo - anche di speranza per il futuro a dispetto delle più comuni prefiche ambientaliste, che in genere sono specializzare nella divulgazione di messaggi pessimistici.
In uno degli ultimi capitoli del libro, gli autori dedicano la loro attenzione a quella parte del mondo ambientalista che, sfidando l’ostracismo dei più, ha osato negli ultimi anni prendere le distanze dall’ambientalista collettivo. La questione ricorda le note e recenti vicende che hanno riguardato gli Amici della Terra italiani e la loro adesione in qualità di membri della federazione dei Friends of the Earth International.
Molti punti di contatto si possono riscontrare tra il ragionamento di Chicco Testa e posizioni espresse degli Amici della Terra Italia, che tradizionalmente hanno cercato di non farsi influenzare dalle facili e diffuse posizioni ideologizzate sulle tematiche ambientali: questa attenzione critica è stato il modus operandi che contraddistingue gli Amici della Terra italiani non da oggi. Certe scelte sono costate un prezzo alto ma sono rimaste nel patrimonio dal movimento ambientalista riformista. Questo significa che comunque ne è valsa la pena.
                                            
Michele Salvadori

martedì 27 agosto 2013

“2052 – Rapporto al Club di Roma”

Nel 1972, come è noto, su incarico del Club di Roma, un gruppo di studiosi del MIT pubblica " I Limiti dello sviluppo". Il libro, basato su simulazioni effettuate con i primi elaboratori elettronici, prefigura gli effetti della crescita della popolazione, dei consumi e dell’inquinamento sul nostro pianeta, fisicamente limitato. Ormai a distanza di tanti anni si riconosce che le conclusioni di quello studio erano sostanzialmente corrette.

Nel 2012, Jorgen Randers, uno dei coautori de “I Limiti dello Sviluppo”, ha deciso di avvalersi dei contributi di una quarantina di esperti e dei calcoli elaborati da supercomputer per provare ad immaginare come potrà essere il nostro futuro sulla Terra tra altri quaranta anni, nel 2052.
Il risultato di questo complesso lavoro è decisamente affascinante, in particolare per gli obiettivi prefissati da un blog come “Che Pianeta faremo”, ma credo anche utile a tutti coloro i quali, nei prossimi anni, debbano rivestire ruoli di responsabilità (politica e non) e di gestione di risorse.
Diciamo subito che le conclusioni a cui Randers arriva in “2052 – Rapporto al Club di Roma” – (Ediz. Ambiente – 2013), portano ad immaginare un pianeta, il nostro, che tra quarant'anni verserà in condizioni decisamente peggiori delle attuali e pur tuttavia non disastrose come qualcuno potrebbe credere.
Inevitabilmente sono costretto a sintetizzare un testo che meriterebbe ampiamente di essere letto integralmente con attenzione ed al quale rimando. Anzi, invito calorosamente a dedicarvisi, non sarà tempo perso, fidatevi.
Proverò comunque a mettere insieme i punti che giudico più importanti.

Randers parte dall'analisi storica dello sviluppo globale sulla Terra negli ultimi trecento anni. Prima del ‘700 il mondo era scarsamente popolato, per lo più a sviluppo agricolo e consumava pochissima energia (si andava avanti con gli schiavi, i cavalli, il bestiame e un po’ di legna da ardere). L’avvento delle macchine a vapore alimentate dal carbone diede inizio alla rivoluzione industriale caratterizzata da un progressivo ma anche esorbitante aumento dei consumi energetici. Negli ultimi 250 anni l’uso dell’energia ha reso i paesi industrializzati ricchi di beni materiali ed assicurato alle loro popolazioni una vita decisamente meno faticosa. Anche molti paesi un tempo meno industrializzati stanno oggi ripercorrendo quella stessa strada. La Cina ne è l’esempio più lampante ma certo non il solo. Già oggi possiamo annoverarvi nazioni come l’India, il Brasile e altre ancora caratterizzate oltretutto da un elevatissimo numero di abitanti.
La questione è che l’aumento senza limiti del consumo di materiali ed energia oltre a non essere praticabile vivendo su un pianeta limitato, risulta anche assai dannoso in termini di impatto sull'ambiente.

Secondo Randers, dunque, l’era della rivoluzione industriale è destinata prima o poi a tramontare per lasciare spazio all'era della sostenibilità caratterizzata da un mondo nel quale la popolazione non sarà più in aumento, dove l’energia sarà ancora molto utilizzata, anche se in maniera più saggia, e proverrà da fonti rinnovabili; avremo un mondo nel quale, finalmente, l’obiettivo primario sarà il benessere del genere umano e non più il possesso materiale. Il paradigma dominante dovrà spostarsi da quello di una crescita fisica infinita a una forma di stabilità che si adatti alla capacità di carico del pianeta.

Il punto cruciale è la velocità con cui si realizzerà tale transizione: saremo, cioè, capaci di realizzarla in tempo da evitare gravi danni allo stato di salute attuale del pianeta?
Secondo l’autore la risposta purtroppo è NO. Entro il 2100 probabilmente avremo raggiunto l’obiettivo di un mondo molto più sostenibile di quello attuale ma non senza gravi perdite in termini di biodiversità e grosse modifiche alle condizioni climatiche della Terra. E soprattutto i prossimi quarant'anni saranno fortemente influenzati dal modo in cui affronteremo cinque problemi d’importanza basilare: il capitalismo, la crescita economica, la democrazia, l’equità intergenerazionale ed il nostro impatto sul clima globale.
Provo di seguito a sintetizzare le principali previsioni avanzate dal testo sui principali temi:  

Popolazione nel 2052
Ci è voluta tutta la storia dell’umanità per arrivare a circa tre miliardi di persone nel 1960, altri quarant'anni per raddoppiare quel numero toccando i sei miliardi e altri dieci per raggiungere i sette miliardi di abitanti odierni sulla Terra. La previsione di Randers è per certi versi perfino ottimistica; egli infatti sostiene che il picco di popolazione globale sarà raggiunto attorno al 2040 e si aggirerà attorno agli 8,1 miliardi di abitanti. Da quel momento in poi la popolazione inizierà a diminuire. Ciò avverrà non a causa di malnutrizione, inquinamento o epidemie ma piuttosto dalla scelta volontaria di miliardi di famiglie - la cui stragrande maggioranza nel frattempo si sarà trasferita a vivere in grandi metropoli da milioni di abitanti - di procreare di meno. Quando infatti la maggioranza delle persone sarà urbanizzata, avere molti figli non rappresenterà più un vantaggio: ogni figlio in più in una metropoli è una bocca in più da sfamare, una persona in più da scolarizzare e non un paio di braccia in più da destinare all'agricoltura.

Energia e CO2 nel 2052
Circa l’87% dell’energia attualmente usata deriva da tre combustibili fossili: carbone, petrolio e gas. La parte rimanente è coperta per il 5% dall'energia nucleare e per l’8% da fonti rinnovabili (biomasse, idroelettrico e da un piccola - ma in rapida crescita – quota di eolico e fotovoltaico).
Possiamo aspettarci, sempre secondo l’autore del libro, che l’utilizzo di energia crescerà all'aumentare dell’attività economica e che dunque in proporzione verrà emessa maggiore quantità di CO2 in atmosfera almeno fino a quando non decideremo di passare all'utilizzo in maniera consistente delle energie rinnovabili. Di conseguenza fino a quel momento assisteremo ad un progressivo aumento delle temperature medie anche perché abbiamo ancora a disposizione sul pianeta una quantità di combustibili fossili più che sufficiente ad alimentare il mondo ben oltre il 2052 anche se a costi più elevati di quelli attuali in quanto i combustibili pur disponibili presentano maggiori difficoltà di estrazione. E’ ipotizzabile che i combustibili fossili verranno col tempo sostituiti dalle rinnovabili; tuttavia questo passaggio avverrà in maniera graduale e comunque non in modo definitivo almeno sino a quando i costi delle energie amiche del clima si saranno abbassati. Nel 2052 – ecco la previsione - più della metà dei consumi mondiali di energia saranno ancora coperti da fonti fossili. Sul piano dell’efficienza energetica nel frattempo avremo fatto passi avanti anche se ancora non definitivi: circa un 30% in più rispetto ad oggi.

Se l’umanità continuerà a bruciare carbone, petrolio e gas fossili secondo il mix attuale, le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di energia cresceranno del 50% entro il 2052, il che potrebbe significare un aumento medio delle temperature terrestri di ben oltre i 2 °C e molto più elevato dopo quella data. Secondo Randers però questo non si verificherà. Il consumo di combustibili fossili nel 2052 sarà in declino, il contributo del nucleare in diminuzione ed il vero vincitore saranno le rinnovabili che, assieme, nel 2050 dovrebbero raggiungere circa il 37% della torta energetica. Il passaggio verso le rinnovabili sarà in parte rallentato dall'esistenza di una soluzione transitoria assai economica: la sostituzione del carbone col gas, (ndr.: in particolare lo shale gas, di cui riparlo più avanti) soluzione migliorativa (due terzi di CO2 in meno prodotti) ma non definitiva. Anche il nucleare si avvierà verso un lento ma inesorabile tramonto, secondo Randers, sostanzialmente a causa di due fattori: gli eccessivi costi di realizzazione delle centrali ed il pericolo di possibili attentati terroristici influiranno ancor più del timore sulla scarsa sicurezza degli impianti.

Lo sviluppo delle fonti rinnovabili deriverà soprattutto dall'eolico off shore nei mari e dai pannelli solari collocati nelle zone desertiche o, in modo invisibile, sui tetti degli edifici, integrati da biomasse ottenute da piantagioni specificamente coltivate su terreni degradati.

Le emissioni di CO2 aumenteranno fino a raggiungere il picco nel 2030 per poi iniziare a diminuire. Secondo il nostro scienziato norvegese le emissioni mondiali di CO2 derivanti dall'utilizzo di energia nel 2052 saranno un buon 40% più alte delle emissioni globali del 1990. Tuttavia inizieranno a diminuire ed è ipotizzabile che si arrivi per quell'epoca a pareggiare il livello di emissioni odierno. Di certo però, il mondo avrà perso l’occasione per contenere l’aumento del riscaldamento globale sotto i 2°C concordati a livello internazionale. L’aumento della temperatura media nel 2052 sarà di oltre 2 °C in tutto il pianeta.

Come conseguenza dell’aumento medio delle temperature nei prossimi decenni l’umanità sperimenterà un numero crescente di impatti climatici. Assisteremo con sempre e progressiva maggiore frequenza ad eventi meteorologici estremi (alluvioni, siccità, frane, tornado e uragani, oltretutto in luoghi atipici), allo sbiancamento delle barriere coralline, alla morte di vaste porzioni di foreste, ad infestazioni di insetti. Senza parlare dell’effetto più ovvio: la fusione del ghiaccio artico, la riduzione dei ghiacciai e l’aumento del livello medio dei mari di circa 30 centimetri. Infine assisteremo allo spostamento di circa 100 chilometri verso i poli delle zone climatiche ed all’espansione dei deserti in nuove aree ai tropici.

Cibo e Impronta ecologica verso il 2052
Un’altra delle domande cruciali è quella: avremo cibo a sufficienza? La risposta è: “PROBABILMENTE SI’”, almeno fino al 2052. La domanda di cibo in realtà non aumenterà quanto si teme per una serie di ragioni: la popolazione mondiale sarà più numerosa dell’attuale ma meno di quel che ci attendevamo; anche se tante persone povere mangeranno meglio di quanto facciano oggi, molti ricchi consumeranno molta meno carne rossa. Ma saranno ancora molti quelli che continueranno a morire di fame. Assisteremo ad una sempre maggiore diffusione degli OGM perché essi aiuteranno a incrementare i raccolti nelle regioni troppo aride o troppo umide e l’umanità accetterà i rischi che gli OGM possono comportare nel lungo periodo a fronte dei benefici ottenibili nel breve. L’agricoltura, man mano che ci avvicineremo al 2052, sarà sempre più colpita dal cambiamento climatico. Assisteremo contemporaneamente a due effetti contrapposti. L’aumento di CO2 in atmosfera favorirà una crescita più rapida ovunque delle piante ma al contempo l’innalzamento delle temperature causerà l’effetto contrario (con conseguente perdita di produttività del terreno), almeno nelle zone che saranno più colpite dal progressivo inaridimento. Parte dei terreni verrà utilizzata per la produzione di biocombustibili a scapito della produzione agricola e questo causerà un aumento del prezzo del cibo. Mangeremo sempre più carne bianca. (Occorrono circa 7 Kg di grano per produrre un Kg di carne rossa, mentre ne bastano 2 per un chilo di pollo). Mangiare meno sarà considerato più raffinato, almeno tra le popolazioni benestanti. Il pesce di alta qualità, specie quello non proveniente da acquicoltura, finirà solo nei piatti dei più ricchi.

L’Impronta Ecologica dell’umanità è praticamente raddoppiata dal 1970 a oggi. Nel 2010 essa era già del 40% superiore alla capacità di carico del pianeta. In altre parole l’umanità stava e sta già occupando 1,4 pianeti per il proprio utilizzo di grano, carne, legna, pesce, spazio urbano ed energia. Qualcuno si chiederà come sia possibile. L’attuale superamento è giustificabile dal fatto che l’impronta include nel suo conteggio anche la quantità di foreste che sarebbe necessaria per assorbire tutta la CO2 che viene emessa per la produzione di energia. Ma questo territorio non esiste più e la CO2 non viene assorbita del tutto dalle piante finendo con l’accumularsi in atmosfera. La quantità di foreste che sarebbe necessaria è circa il doppio di quella attualmente disponibile. Come conseguenza stiamo sperimentando un graduale e insostenibile (anche se lento) riscaldamento del pianeta. A questo punto ci restano solo due strade: la riduzione gestita oppure il collasso naturale. Quando probabilmente sarà ormai troppo tardi per evitare seri danni e di fronte ad eventi meteorologici sempre più frequenti ed estremi anche la maggioranza degli individui della nostra specie arriverà alla conclusione che è necessario un radicale cambiamento delle nostre abitudini.

La quantità di terra non utilizzata dagli uomini si ridurrà drammaticamente fino ad arrivare a meno del 20% nel 2052. La disponibilità pro capite di natura precipiterà dagli 1,2 ettari globali a persona nel 1970 a 0,3 ettari  pro capite nel 2052 (il 75% in meno!). La natura indisturbata sarà limitata alle aree protette dove cercherà di sopravvivere ma con non poche difficoltà. Infatti nemmeno nei recinti di un parco nazionale la flora e la fauna saranno in grado di difendersi dal cambiamento climatico che nel frattempo starà spostando gli ecosistemi verso il nord e il sud dei rispettivi emisferi. A distanza di qualche decina di anni gli ecosistemi si saranno spostati fuori dai confini del parco. O sulle alture che dominano il parco. Nei prossimi 40 anni le zone climatiche si muoveranno verso i poli di circa 5 km all’anno e su per le montagne di circa 5 metri all’anno. In 40 anni cioè assisteremo a spostamenti di 80 Km a nord ( o a sud a seconda dell’emisfero) e di 200 metri in altitudine.

Riflessioni sul futuro che attende le nuove generazioni
Sulla base di queste previsioni Randers, nella seconda parte del suo studio, cerca di analizzare le principali conseguenze che si avranno per l’umanità (in termini di abitudini e comportamenti) che - ed è questa in fondo la principale buona notizia - nonostante tutto, sopravvivrà.

Così come l’età della pietra non è terminata per mancanza di pietre, l’era dei combustibili fossili non finirà per la mancanza di petrolio, gas o carbone. Semplicemente gli esseri umani non ne avranno più bisogno: risparmieremo sull’utilizzo delle risorse, aumenteremo la nostra efficienza energetica ed il consumo di energie fossili non crescerà perché sfrutteremo di più le rinnovabili. L’abbandono dei combustibili fossili però non avverrà con la necessaria rapidità utile ad evitare il riscaldamento del pianeta. Perciò dovremo affrontare i problemi che ne deriveranno. L’umanità cercherà di aumentare gli investimenti annuali in misure di protezione: per riparare i danni subiti ad esempio da uragani e alluvioni, per adattarsi (ad es. costruendo nuove dighe per contrastare l’aumento del livello del mare) oppure per sviluppare nuove tecnologie (ad esempio l’energia solare oppure il CCS, il sistema di stoccaggio dell’anidride carbonica nel sottosuolo). Senza dubbio questi investimenti ridurranno i danni, faranno incrementare il PIL mondiale, ma certo non incrementeranno i consumi e questo rappresenta l’altra buona notizia: un tasso di crescita inferiore ridurrà l’impatto dell’umanità con i limiti del pianeta.

Sul piano politico la questione principale del nostro futuro non consisterà nel risolvere i problemi che ci troveremo di fronte, ma piuttosto nel trovare l’accordo per farlo. Secondo Randers il mondo sarà infatti sufficientemente stupido da posticipare le azioni necessarie a causa dell’interesse a breve termine di coloro che lo governano, ovvero le maggioranze democratiche ed il sistema capitalistico.

Perderemo con molta probabilità le barriere coralline, la taiga e le foreste pluviali con tutta la loro biodiversità, ma noi esseri umani sopravviveremo anche se in un mondo diverso da quello attuale.
Sul piano economico assisteremo alla nascita di una nuova egemonia a scapito degli Stati Uniti: quella della Cina. Il passaggio della leadership mondiale dagli Stati Uniti alla Cina avverrà senza conflitti militari e piuttosto pacificamente. Nel 2052 la Cina avrà una popolazione tre volte e mezzo più grande di quella degli USA, la sua economia sarà due volte e mezzo più sviluppata e la produzione e i consumi procapite dei cinesi supereranno quelli americani di oltre il 70%. La Cina sarà la forza trainante del pianeta, secondo Randers.   La Cina possiede già 1.000 miliardi di dollari del debito pubblico americano. Essa possiede inoltre abbastanza carbone e gas da scisti per far girare la propria economia in questa fase di transizione. I gas da scisti o shale gas sono considerati la nuova frontiera nel campo dell’energie fossili. Grazie a nuove tecniche estrattive oggi è possibile estrarre da particolari tipi di rocce (scistose, appunto) il gas imprigionatovi. Le riserve accertate di questo gas, in prevalenza metano, sono estremamente abbondanti (nei soli USA ammonterebbero a ben 23.000 miliardi di metri cubi) e tali da garantire una relativa autonomia energetica a buon mercato per i Paesi che le possiedono. Ma la Cina possiede anche una comprensione dei rischi climatici tale da poter lavorare in anticipo per limitare i danni, una sufficiente tradizione di indipendenza ed un sistema di governo centralizzato e sufficientemente autoritario da agevolare la rapidità di certe scelte. “Fare di più con meno” sarà il mantra della crescita cinese, volta a perseguire l’obiettivo degli ultimi 2.000 anni: essere autosufficiente e indipendente dai barbari che vivono fuori dai propri confini.

Gli americani, allora, come reagiranno? Senza grandi eccessi, semplicemente perché avranno per quell’epoca sufficienti risorse interne da garantirsi a loro volta l’autosufficienza, anche se a discapito della leadership internazionale. Si comporteranno un po’ da nobili decaduti che conservano tuttavia risorse sufficienti a vivere più che decorosamente anche se non più con i fasti e gli eccessi di un tempo. Si troveranno cioè a ricoprire il ruolo dell’Europa dopo le due guerre mondiali: saranno un paese un po’ più provinciale ma comunque abbastanza soddisfatto di sé. Sia la Cina che gli Stati Uniti saranno colpiti dai cambiamenti climatici, ma entrambi i paesi sono talmente estesi da comprendere anche territori che verranno colpiti relativamente meno.

Debito e Pensioni, come reagiranno le nuove generazioni?
Nel mondo ricco, proprio quella generazione che ha creato un gigantesco debito nazionale e ha dato vita ad un enorme sistema pensionistico (privo della necessaria copertura economica) sta per andare in pensione. Randers nutre forti dubbi sul fatto che le nuove generazioni accettino in futuro di sostenere questo fardello e pagare debito e pensioni. Esse non potranno cioè essere fisicamente costrette a farlo se non lo vorranno ed in questo caso i più anziani potranno fare ben poco. Alcuni debiti non verranno mai ripagati e una quota parte delle pensioni semplicemente finirà per non essere accreditata sui conti correnti degli interessati. (ndr: a tale proposito forse varrebbe la pena di rivalutare, almeno come italiani, la tanto vituperata riforma Fornero).

Consigli per le nuove generazioni
Ribadito che la società globale dovrebbe innanzitutto accrescere l’efficienza energetica, passare alle energie rinnovabili, interrompere la distruzione delle foreste e realizzare impianti di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), ma che il problema delle soluzioni climate-friendly è che attualmente esse sono più costose della soluzione più economica: non fare nulla e continuare come se niente fosse – ragion per cui ancora procederemo a rilento verso i nuovi paradigmi - lo scienziato norvegese, a chiusura della sua analisi, avanza alcuni suggerimenti tra i quali i principali sono i seguenti:
-          Imparare a vivere in un appartamento situato in ambiente urbano (vivere in luoghi ameni ed isolati sarà in futuro sempre più difficile e costoso);
-          Investire nell’elettronica d’intrattenimento ed imparare ad amarla (le immagini diverranno tridimensionali e forse anche gli odori saranno aggiunti all’esperienza); è lecito chiedersi inoltre, secondo l’autore, se in futuro avremo ancora voglia di sobbarcarci lunghi e costosi viaggi quando potremo sperimentare praticamente quasi tutto standosene comodamente seduti nel divano di casa (probabilmente anche i viaggi turistici per ammirare i capolavori dell’arte nei grandi musei saranno sostituiti da comode guide multimediali in 3D che oltretutto ridurranno di molto l’impronta ecologica di un vero viaggio);
-          Dato che ormai l’umanità sta eliminando la natura incontaminata dal pianeta: evitare di insegnare ai nostri figli ad amare qualcosa di cui non potranno mai godere e, se proprio amiamo la biodiversità e le bellezze del mondo, andare a visitarle subito e comunque prima che sia troppo tardi;
-          Cambiare residenza scegliendo un luogo e una nazione che in futuro siano meno esposti di altri agli effetti del cambiamento climatico (Nord Europa, Cina e Canada, i suggerimenti principali);
-          Scegliere una professione nel campo dei servizi o dell’assistenza, oppure buttarsi nel settore dell’efficienza energetica o delle energie rinnovabili;
-          Incoraggiare i propri figli a studiare la lingua cinese;
-          Imparare a convivere con imminenti disastri ambientali;

Che fare, allora?
Alla luce di quanto sopra, ecco di cosa proverò a convincere i miei figli: trasferirsi a Oslo a vivere in un appartamento di un condominio ad alta efficienza energetica, parlare correntemente il cinese e mettere al mondo al massimo un figlio al quale mostrare i capolavori degli Uffizi grazie ad un programma tridimensionale sul televisore di casa in Norvegia senza il bisogno di venire di persona a Firenze. Quanto alla professione da scegliere, credo che avrò già sufficienti sensi di colpa così, senza bisogno di influenzare anche questa loro scelta (sempre che siano così fortunati da poterla fare!). Facciano quello che più li rende felici, almeno in campo professionale.
Qualcuno poi potrebbe chiedermi: e tu, invece?
Sto scrivendo queste righe all’ombra di un boschetto di macchia mediterranea sul litorale tirrenico della Toscana, a pochi passi dal mare. Non solo mi sembra paradossale  che per colpa di scelte scioccamente e troppo a lungo procrastinate, tutto questo un giorno possa non esistere più, ma aborrisco l’idea stessa di poter abbandonare e non poter più immergermi in tanta pace e bellezza.
No, io da qui non mi muovo. Piuttosto aspetterò che sia il mare a portarmi via con sé.

Michele Salvadori




sabato 28 novembre 2009

La Slow Economy e il "Sinocentrismo" di F. Rampini


Il nuovo libro di Federico Rampini, dal titolo “Slow Economy – Rinascere con saggezza” ( Ediz. Mondadori, Euro 17,00) propone la tesi secondo cui il mondo si sta avviando in direzione di un modello economico “sinocentrico”. Sarà la Cina il futuro Paese leader dell’economia mondiale? Probabilmente.
Rampini, da profondo conoscitore sia del mondo asiatico, ( è autore tra l’altro di un altro bel libro “L’impero di Cindia” con il quale 2 anni fa aveva analizzato le ragioni della grande crescita economica che si stava sviluppando in Asia, in paesi come la Cina e l’India), che di quello statunitense, raffronta questi 2 mondi apparentemente così diversi e lontani e che ora per una disparità di ragioni sono costretti a convivere a stretto contatto e a confrontarsi tra loro, prefigurando una sorta di passaggio di consegne tra i due con l’Europa relegata in un ruolo marginale.
Nello scontro tra questi due mondi la Cina, secondo Rampini, è destinata a vincere e l’attuale crisi costituisce in realtà un grande vantaggio per un popolo come quello asiatico che da sempre ha fatto della frugalità un modo di vivere anche tra i suoi ceti sociali più abbienti.
Come metafora della sua teoria Rampini utilizza proprio il risciò, salito recentissimamente alla ribalta anche delle nostre locali cronache fiorentine. Da qualche anno anche New York sembra aver adottato questo veicolo come mezzo di trasporto ed è innegabile che esso sia innanzitutto il prodotto di un mercato del lavoro stremato dalla recessione. In Asia queste carrozzine, trainate da un uomo a piedi o che pedala su una bicicletta, sono un elemento fisso del paesaggio urbano da oltre due secoli. Eppure oggi questo mezzo di trasporto può rappresentare una valida risposta non solo alla crisi economica ma anche all’inquinamento ambientale che assedia le nostre città: “Nella giungla d’asfalto, - scrive Rampini – il risciò supera le auto, s’infila in mezzo alle corsie, prende le scorciatoie. Emissioni di CO2: zero. Inquinamento acustico: zero, … E’ un esempio fra tanti di “consumo frugale” che ci viene dall’Asia.”Ma il libro cita tanti altri esempi di confronto che non coinvolgono solo il rapporto USA-Cina ma valgono perfettamente anche per noi europei. Ne cito solo alcuni:
- Le saponette; quando stiamo per terminarle, noi in genere le gettiamo via: le donne cinesi invece le mettono da parte e poi quando ne hanno raccolto un numero sufficiente ci fabbricano un nuovo sapone impastandole tra loro.
- Lavaggio dei piatti; in pochi tra i cinesi, usano la lavastoviglie; la considerano uno strumento troppo dispendioso; in tanti ricorrono per il detersivo alla soda Solvay che costa assai meno.
- Fare la doccia; l’acqua sporca della doccia non viene gettata via nello scarico. La si raccoglie in una tinozza e poi la si utilizza per lavare i pavimenti di casa.
- Acqua di cottura del riso ( per noi della pasta); la usano, una volta raffreddata, per innaffiare le piante.
- Lo yogurt scaduto; non viene gettato via. Lo usano come lievito per fare la pasta, (pare che abbia le stesse qualità del nostro lievito di birra).
- G.A.S. per acquisto elettrodomestici; da noi in genere i Gruppi solidali d’acquisto sorgono per gli acquisti dei generi alimentari. In Cina sono più avanti anche in questo. Da loro, quando in casa si decide di cambiare un elettrodomestico si fa il giro tra amici e parenti per trovare altre persone interessate allo stesso genere di acquisto. Dopodichè si va tutti assieme al centro commerciale dove si riesce a strappare un prezzo migliore grazie al potere d’acquisto collettivo.
A causa della crisi, da qualche tempo, esempi analoghi di frugalità si possono iniziare a trovare anche in California ed in città come San Francisco dove inizia a passare l'idea che il modello di vita ideale sia quello di ritirarsi in campagna ad allevare animali e coltivare frutta e verdura.
Certo, il segreto del successo dell’economia cinese non è solo legato a questo aspetto.
Ho trovato particolarmente interessante l’analisi che Rampini fa di quello che lui definisce “capitalismo egoista” che crea un effetto ansiogeno e psicologicamente distruttivo per l’enfasi che pone sulla produttività e il conseguente stress da competizione.
Nella società del Grande Fratello molti di noi hanno come unico obiettivo il divenire ricchi e famosi. Perché solo il traguardo della notorietà e della ricchezza equivale all’essere vincenti. Purtroppo tutto questo lo sperimento anche io quotidianamente. In una scuola di Firenze, al termine della proiezione del docu-film “Non buttarti via” sul tema della riduzione della produzione dei rifiuti domestici, e nel quale anche io appaio per qualche secondo in una scena, uno studente che mi aveva riconosciuto nel filmato mi ha avvicinato dicendomi: “Beato lei! Intanto almeno è riuscito a fare la comparsa in un film!”
Ecco, secondo Rampini - e io condivido pienamente la sua tesi - alle radici della nostra crisi economica e ambientale, c’è anche una profonda crisi dei valori e da questa non è certo esente da responsabilità proprio il nostro modello di sviluppo economico ancora troppo spesso autoreferenziale, quasi esente da spirito di autocritica e privo di quell’umiltà indispensabile alla crescita.
Naturalmente come si dice, “non è tutto oro quello che luccica”. La Cina è anche un paese dove si applica un pesante sfruttamento della manodopera, dove esistono censura e repressione e dove vengono perpetrati gravissimi danni ambientali. Da quello arcinoto della Diga delle Tre Gole al più recente ed attuale sciagurato progetto che prevede la costruzione di ben 13 dighe lungo il percorso del Fiume d’oro nella regione dello Yunnan, uno degli ultimi paradisi del nostro pianeta, che causerà la migrazione forzata di centinaia di migliaia di abitanti a causa dell’allagamento di intere vallate, e contro il quale si sono già mosse da tempo tutte le principali organizzazioni ambientaliste. Ma la Cina, facendosi forte della propria posizione nei confronti del resto del mondo, per adesso andrà avanti per la propria strada, ci piaccia o no, anche perché essa è ufficialmente ancora un paese in via di sviluppo. I dati la confortano: in Cina, ad esempio, oggi ci sono solo 12 automobili ogni mille abitanti a fronte delle 480 degli Stati Uniti. Quando Cina e India sostengono che l’Occidente ha prima saccheggiato selvaggiamente le risorse naturali del pianeta per poi mettersi a predicare l’ambientalismo e l’austerità ai paesi più poveri, hanno ragione. Ma non c’è dubbio che l’impatto cinese sul consumo delle risorse rischia di essere devastante se non riusciremo a convincerli che è necessario, nell’interesse di tutti, che anche loro cambino modello di sviluppo.
Per farlo, conclude Rampini, è indispensabile superare quelle barriere di pregiudizio che da sempre ci separano dai cinesi e dal loro mondo, sforzarsi di comprendere una filosofia di pensiero spesso distante dalla nostra eppure in taluni casi efficace.

Abbiamo atteso due secoli per apprezzare i risciò, forse è il caso, come occidentali, di darsi una mossa per comprendere meglio anche il resto.

Michele Salvadori

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giovedì 24 settembre 2009

"Confessioni di un eco-peccatore" di Fred Pearce


Sapevate che per fabbricare una fede nuziale di pochi grammi d’oro in media occorrono 2 tonnellate di roccia scavate ad alcuni chilometri di profondità e 5 tonnellate d’acqua?
E che un terzo dei prodotti in vendita nei nostri supermercati contiene olio di palma per la cui fabbricazione vengono distrutte le foreste?
Sapevate che è la produzione del cotone ad aver causato la scomparsa del Lago d’Aral, un tempo il 4° lago al mondo per grandezza?
Ecco solo alcune delle informazioni che potrete scoprire leggendo “Confessioni di un eco-peccatore” di Fred Pearce,(Edizioni Ambiente Euro 22,00).
A dispetto del titolo il libro non solo è interessante ma presenta un’indagine ad ampio raggio e documentata in maniera rigorosa, sull’origine ed il destino di tutti i prodotti di uso comune e quotidiano di cui oggi non possiamo (sembra) fare a meno per vivere.
Pearce è un giornalista inglese che lavora come consulente ambientale del “New Scientist”. Ha impiegato alcuni anni a visitare i posti più disparati del nostro pianeta al fine di conoscere da dove vengono, chi li ha fatti e con quali costi per l’ambiente, i prodotti che usiamo tutti i giorni.
L’indagine parte delle miniere d’oro del Sud Africa, per proseguire nelle foreste pluviali dell’Indonesia, dall’Australia all’Uzbekistan affrontando tutte le tematiche che concernono i nostri consumi quotidiani: il cibo, gli abiti, l’informatica, i consumi energetici, i rifiuti.
In queste pagine scopriamo ad esempio che la banana, uno dei frutti più mangiati al mondo, essendo un mutante sterile e privo di semi e universalmente coltivato in un’unica varietà in America, Asia e Africa,( la "Cavendish"), è seriamente minacciata da insetti e malattie infettive che potrebbero causarne l’estinzione.
Non ci credete? E’ già accaduto negli anni ’50 quando la varietà di banana che consumavamo non era l’attuale bensì quella chiamata "Gros Michel", a detta degli esperti più ricca e più dolce di quella odierna. Essa risultò purtroppo vulnerabile ad un fungo che ne causò la scomparsa definitiva.
E ancora: il processo di produzione dell’alluminio è uno dei più dispendiosi in termini energetici ed in termini di emissioni di anidride carbonica in atmosfera.
Nel mondo vengono prodotte circa 250 miliardi di lattine all’anno! Pearce, (che cita più volte nel libro gli studi dei Friends of the Earth) percorre tutto il viaggio per scoprire le fasi di produzione di una lattina partendo dalla regione del Queensland (Australia) dove una delle più importanti compagnie minerarie al mondo, la Rio Tinto, estrae la bauxite che poi viene trasportata a Gladstone dove viene raffinata ad ossido di alluminio. La produzione dell’alluminio ha un’impronta ecologica sconfinata. Vi cito un unico dato: la produzione di una singola lattina comporta l’emissione di 260 grammi di CO2 ovvero una quantità di gas sufficiente a riempire 300 lattine!
L’ultima parte del libro è dedicata alle possibili alternative, ovvero alle possibilità che secondo Pearce l’uomo ha ancora di salvare il pianeta e se stesso, a patto che si decida a cambiare subito rotta. Così impariamo l'importanza del riciclo: da quella del recupero dell'alluminio la cui reimmissione sul mercato può comportare un risparmio energetico fino a 3/4 del costo di produzione dell'alluminio vergine, all'esempio della Tanzania dove c'è un commercio fertilissimo basato sul recupero degli abiti occidentali usati, per arrivare a Nairobi dove la "Computers for Schools Kenya" ricicla i vecchi computer dall'Europa e dall'America del Nord regalandoli poi alle scuole del Paese. Pearce ci offre infine un quadro di esempi virtuosi da imitare e già adottati da varie città del mondo: dallo sviluppo della cosiddetta "agricoltura urbana" di Valencia, al sistema di raffreddamento degli edifici realizzato a Toronto sfruttando le acque del Lago Ontario, ai camion della spazzatura di San Diego alimentati col metano prodotto nelle discariche, e tanto altro ancora.
Se la parte dedicata al lavoro di ricerca documentato è ineccepibibile, certo non tutte le opinioni personali del giornalista inglese sono condivisibili: come giustamente osserva nella prefazione al libro il metereologo Luca Mercalli, ha poco senso sostenere l’acquisto dei fagiolini prodotti in Kenia ed esportati nei principali Paesi europei in nome del commercio equo-solidale, molto meglio scegliere di acquistare prodotti di stagione locali. Ma a parte qualche conclusione forse un po' affrettata il libro è davvero interessante e utile per chi voglia avere un quadro esaustivo dei processi produttivi e dei loro impatti sul pianeta. Credo che potrebbe essere tranquillamente adottato dagli insegnanti nelle scuole e soprattutto lo ritengo utile a quel processo di acquisizione di consapevolezza e senso di responsabilità che ci siamo posti quale obiettivo primario.
Nel divertente ultimo film di W. Allen il protagonista, (favorevole tra le altre cose all'estensione della pena capitale a tutti i proprietari di cani che non raccolgono gli escrementi dei loro animali!), sostiene che la specie umana è ormai composta solo da individui perdenti, egoisti e vigliacchi e che pertanto essa è irrimediabilmente condannata all'estinzione. Magari attraverso letture edificanti come questa potremmo provare a concedere un briciolo di speranza in più alle nuove generazioni...

Michele Salvadori

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giovedì 10 settembre 2009

"La Firenze che vorrei " di Giovanni Rodella

In previsione della giornata dedicata a Firenze e promossa dalla nuova Giunta Comunale, ricevo e volentieri pubblico una lettera di Giovanni Rodella, attivista degli Amici della Terra dal lontano 1998.
Giovanni, di professione fotografo, ci ha gentilmente concesso alcune sue foto, che pubblichiamo a corredo dell'articolo, scattate in città e che purtroppo evidenziano quanto egli sottolinea.

"Caro Michele,
sono contento dell' iniziativa "Manda un bacione a Firenze" portata avanti dall' attuale sindaco, che mi permette di fare alcune considerazioni. La prima è, secondo me, risvegliare in noi quel "senso civico" oramai sopito dalle innumerevoli dimenticanze delle precedenti amministrazioni: una fra tutte il coinvolgimento dei cittadini, quelli insomma che vorrebbero una città, (la nostra) piu' vivibile e che si batterebbero sinceramente contro il degrado ora piu' evidente di qualche anno fa, tanto da farci sentire impotenti di fronte al lassismo imperante, spesso dovuto alla non considerazione di quelle poche forze che avevano un barlume di iniziative "del fare"!
Tu sai meglio di me, dei tentativi di farci promotori, quando dieci anni fa iniziammo con l' allora Assessore all' Ambiente Sergio Paderi con l'attuazione della "Vigilanza Ambientale" nelle piazze fiorentine, nei giardini, per il "Forte Belvedere" per la "Loggia dei Lanzi" e per le Aree Veri dei Consigli di Quartiere.
Avevamo certo poca esperienza, allora, ma volevamo iniziare un altro percorso che voleva dire: "uscire" anche dai quei luoghi a noi deputati alla vigilanza, per vedere di documentare e non certo per risolvere le problematiche lungo le strade, i marciapiedi, quei percorsi connessi alla mobilita' leggera (i pedoni e le biciclette). La nostra associazione ed in primis la Vigilanza Ambientale intendeva fare solo delle "segnalazioni" alle autorità, sopratutto alla Polizia Municipale, che inizialmente abbiamo trovato disponibili, ( ricordo il distaccamento di Porta Romana) con puntuali accertamenti di motorini abbandonati, residui ferrosi di bici abbandonate, sia nelle rastrelliere che sui marciapiedi, buche nella pavimentazione o asfalto mancante, piccioni morti, fontane sporche, deiezioni canine e non, aiuole calpestate dai bivacchi vari, segnali stradali rovinati o non piu' leggibili etc...
Purtroppo tutto questo duro' poco... Forse davamo fastidio a qualcuno o hanno pensato che ci si arrogava il diritto di fare servizi che comunemente venivano delegati ai Vigili Urbani, o troppe erano quelle "segnalazioni" che il comune non poteva sostenere? E' così ci venne tolta anche quella sede storica che era per noi un punto di osservazione molto importante in piazza S. Spirito in quel comando dei vigili datoci in comodato d'uso. Quando arrivai a Firenze nell' 85 da Mantova, mi sembrava tutto bello; i palazzi, le chiese le strade antiche, dicevo a tutti: una città a misura d' uomo. Avevo scelto questa citta', non per il lavoro (benchè ne possedessi uno) e nemmeno per amore di qualcuno.
Ero stregato dalla sua luce dai colori del suo paesaggio, delle sue colline e...anche dal senso di libertà che una vita da single mi poteva regalare.
Alcune volte, durante l' anno veniva a trovarmi mia madre e ricordo che con lei andavamo a visitare musei, chiese e poi passeggiate per le vecchie stradine del centro. Ed io che invitandola ad osservare tutto ciò che per me era "il bello" una volta mi disse: "Ma se guardo per aria non vedo dove metto i piedi!" A debita distanza di tempo mi sono reso conto (ora che mia madre è scomparsa e anch'io ho qualche anno in piu'), della difficoltà di camminare su strade o marciapiedi sconnessi...e di girotondi e gimkane tra una bici allucchettata sui (già) stretti marciapiedi o i motorini sulle strisce pedonali. E se vai in bici non puoi che andare controsenso poichè il "senso giusto" lo dà solo il mezzo motorizzato, come se andare in bici in centro fosse per qualcuno uno sport per perditempo che non hanno niente da fare. Un ciclista deve stare attento a una miriade di dettagli inclusi i pullman di turisti che con aria persa se la prendono sempre molto comoda. Da tanto tempo oramai non mi godo piu' questa città, cerco di uscire di casa il meno possibile... Che peccato! Pensavo che negli anni qualcosa sarebbe migliorata e invece oggi sono proprio quelle "piccole cose" che contribuiscono a migliorare la qualità della vita, che fanno sentire chi abita nel centro storico una persona "fortunata" che sono venute a mancare.
Con te Michele di queste cose ne abbiamo parlato tante volte, ma ora vorrei esprimere ancora una volta fiducia a questa nuova Giunta, perchè la speranza e l'unica cosa che mi rimane. Credo che tanti fiorentini abbiano lasciato il centro storico per rifarsi una casa altrove, oltre i viali o in altre periferie metropolitane, per i motivi qui sopra descritti, perchè hanno capito che si vive meglio un po' fuori dal centro e per interesse ( le case in centro costano troppo!). Oggi il centro è abitato prevalentemente da un pout pourry di varia umanità che sfrutta Firenze per i propri fini, ma che spesso non la ama. Questo lo possiamo facilmente riscontrare osservando dai portoni, ai bandoni, ai marciapiedi delle abitazioni spesso sporchi e da cui si ricava solo un senso di abbandono. Lo constatiamo dall’ uso scorretto dei cassonetti dove vengono inseriti rifiuti non compatibili, alla maleducazione dei frequentatori dei locali notturni che poi fino all' alba non ti fanno dormire, perchè usciti da questi, continuano a parlare ad alta voce come se i decibel della musica fossero ancora lì presenti, per non parlare degli effetti che fa l' alcool, urinando dove capita, lasciando ovunque sporcizia. I tempi, lo sappiamo, sono cambiati ed è giusto perseguire la moda: avere il suv o la moto di grande cilindrata che sfreccia di notte nelle strade fiorentine, giusto perchè è sopratutto importante "mostrare" e "possedere" piu' che apprezzare il mondo che ci circonda.
Te ne accorgi da questo turismo "mordi e fuggi" dove a nessuno viene impedito di portare a casa dei souvenir; quando vedo della "paccottiglia"o quei brutti poster, che fanno da tappeto nel centro storico, dove quasi nessuna immagine riguarda Firenze, mi sento sconfitto dalla cultura del cattivo gusto. Ad osservare i turisti che scattano foto senza guardare prima, (perchè tanto poi se le vedranno sul pc a casa), mi sembra che si sia perso il senso emozionale di ammirare per conoscere.
E, a seguito del tuo post sulla questione "ronde" sul tuo blog:http://chepianetafaremo.blogspot.com/2009/07/tra-ronde-e-intendenti.html, sono d' accordo che si possa, si debba reagire, contro una forma di reazione che riconosciamo come strumentale ad un controllo piu' poliziesco (vedi il nome) con una forma di vigilanza ambientale come l' avevamo intesa noi per prima alla fine degli anni novanta e che mi ricorda gli "Hells Angels" di Milano dove anche le " diversità " e le minoranze ( come immigrati o omosessuali) vengono considerate parte di questi gruppi di impegno solidale. Ecco, è da queste basi anche antidiscriminatorie che vorrei partire per cercare di trasformare Firenze di nuovo in una città vivibile".
Con affetto,
Giovanni Rodella
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giovedì 6 agosto 2009

Perchè i coralli marini crescono meno


D’estate il pensiero corre, per molti di noi, all’idea del mare e al piacere di farsi una bella nuotata.
Chi ha la fortuna di vivere in un Paese come l’Italia ha sicuramente l’opportunità di raggiungere la costa con una certa facilità.
Purtroppo il mare è tra i primi elementi naturali del nostro Pianeta a risentire dei cambiamenti climatici.
Il fenomeno dell’innalzamento del livello delle acque è senza dubbio il più evidente.
Le splendide Isole Maldive sono gravemente minacciate da questo fenomeno, (la foto qui allegata è eloquente ). E, del resto, lo stesso problema è riscontrabile anche in Italia anche se con minore drammaticità.
Ma pure i microrganismi viventi sotto la superficie delle acque sono purtroppo coinvolti.
Ad esempio, pare impossibile, eppure le forti emissioni di CO2 prodotte dalle attività umane in atmosfera danneggiano, sia pure indirettamente, coralli, conchiglie e plancton!
Come? E’ quanto ha dimostrato uno studio sull’acidificazione degli oceani realizzato da un gruppo di ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research, diretto dal Professor Stefan Rahmstorf, che è giunto alle seguenti conclusioni:
-ogni anno gli oceani assorbono circa 2 miliardi di tonnellate di CO2 (circa il 30% delle emissioni globali);
-il Carbonio così assorbito causa come conseguenza una progressiva acidificazione delle acque oceaniche.
-l’acidificazione delle acque a sua volta rende sempre più difficile la formazione dei gusci e degli scheletri calcarei negli organismi marini ( dal plancton ai coralli).

Il grafico qui a fianco mostra il progressivo peggioramento delle condizioni ideali per la formazione dell’aragonite, una delle principali componenti, a base di Carbonato di Calcio, dei microrganismi che concorrono alla formazione dei coralli e che, appunto, con l’aumento dell’acidità delle acque, tende a dissolversi in acqua.
Nella tabella (a) si possono notare le condizioni che si avevano nell’epoca preindustriale, nella (b) le condizioni attuali, e infine nella (c) si illustra la situazione che, con i ritmi previsti di emissioni di CO2, potremmo raggiungere attorno all'anno 2065: in tutti gli oceani verrebbero a mancare le condizioni ideali per la formazione dei coralli e degli altri microrganismi!

Ancora una dimostrazione di come tutto in natura sia strettamente interconnesso.

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lunedì 13 luglio 2009

La discarica di Case Passerini a Firenze

Questo breve filmato ( circa 10 min.) è stato girato circa un anno fà dal sottoscritto in occasione del sopralluogo effettuato per le riprese del docu-film "Non buttarti via" di Giuseppe Ferlito.
Oggi la discarica di Firenze è in pratica chiusa per raggiunti limiti di capienza.

domenica 12 luglio 2009

Cartesio e la dissonanza cognitiva

Chiunque di noi, anche un bambino, sa che inquinare è un atto sbagliato. Pertanto chiunque di noi, a specifica domanda, risponderà: “Certo, non dobbiamo inquinare il nostro pianeta”.
Nella sua vita quotidiana però, per qualche ragione, questo principio assolutamente virtuoso e condivisibile, non sempre, quella stessa persona lo applicherà. Perché?
Gran parte della cultura occidentale risente ancora dell’influsso della filosofia cartesiana, (ricordate il filosofo Cartesio, quello della celebre frase: Cogito, ergo sum - Penso, dunque sono, esisto - ?) ed in particolare della netta separazione tra corpo e mente, da essa proposta, ovvero della netta scissione tra razionalità ed affettività, tra natura e cultura.
Questa visione del mondo svaluta purtroppo la realtà concreta, concependola come semplice merce di scambio, finendo così per creare indifferenza e incuria verso le cose e l’ambiente che ci circonda.
Tradotto in termini esemplificativi: ecco che potremo far fare la cacca sotto il marciapiede di casa al nostro cane senza preoccuparci di raccoglierla, arrampicarci su di un’opera d’arte antica di qualche secolo, senza preoccuparci di staccarne un pezzo, abbandonare rifiuti tossici in un luogo inidoneo senza curarci delle conseguenze e degli effetti sulla salute degli abitanti di quella zona, renderci autori dei più efferati crimini contro l’ambiente e il paesaggio, senza che questi gesti ci procurino il minimo senso di colpa.
Tutto questo riusciamo a farlo grazie a quel fenomeno individuato per primo dallo psicologo americano Leon Festinger e conosciuto come “dissonanza cognitiva”.
Ecco di cosa si tratta: quando una persona nel compiere un’azione, combina assieme due comportamenti tra loro coerenti essa è palesemente soddisfatta, (consonanza), quando invece i comportamenti che prevede la sua azione sono palesemente in contrasto tra loro,(dissonanza), quella persona tende a rimuoverne uno dei due.
Esempio: sono un salutista convinto; perciò cerco di curare la mia forma fisica e mangiare cibi sani e di provenienza biologica certificata. Ciò mi gratifica e mi rende soddisfatto di me stesso, ( questa la definiremo consonanza cognitiva).
Al contrario, so che inquinare l’ambiente è sbagliato ma farlo mi semplifica la vita e mi garantisce un certo benessere economico. Questo provoca in me uno stato, appunto, di “dissonanza cognitiva” che mi procura un certo disagio psichico che debbo assolutamente risolvere al più presto.
Risultato: decido di smettere di credere che la salvaguardia dell’ambiente sia poi così importante …
Michele Salvadori
Presidente
Amici della Terra Firenze Onlus

Siamo in troppi?

Oggi le statistiche affermano che gli abitanti della Terra stanno per raggiungere il numero di 7 miliardi. Io penso che una buona parte delle ragioni per cui il nostro pianeta versa in cattive acque sia sicuramente da ascrivere a questa considerazione.
Siamo davvero in tanti, troppi, forse.
2.000 anni fà, all'epoca in cui nasceva Cristo, si calcola che sulla Terra vivessero circa 160 milioni di persone. In 2.000 anni ci siamo moltiplicati in maniera esponenziale.
Ma l'aspetto più grave è un altro: gli esperti garantiscono che entro il 2.050 gli abitanti della Terra saliranno a 9 miliardi!
Tra le tante conseguenze del sovrappopolamento del nostro pianeta, citiamo il surriscaldamento e il conseguente innalzamento del livello dei mari (nella foto un orso polare, specie gravemente minacciata dallo scioglimento dei ghiacci).
Che fare?