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domenica 22 luglio 2012

State of the World 2012


Il consueto Rapporto annuale del Worldwatch Institute è stato dedicato quest’anno alle tematiche della green economy allo scopo di avviare un dibattito propedeutico al Summit di Rio de Janeiro, tenutosi lo scorso giugno, nello stesso luogo dove era stato realizzato esattamente 20 anni fa.
Ma se il Summit del 1992 resta tutt’oggi un momento storico per il mondo ambientalista per la portata delle decisioni varate allora, non altrettanto si può affermare per i risultati raggiunti dal meeting di quest’anno, di fatto bloccato da tutta una serie di veti incrociati tra le nazioni partecipanti.
Eppure l’edizione 2012 di State of the World a me è parsa tra le migliori degli ultimi anni per le tematiche affrontatevi e per la notevole serie di proposte ed esempi concreti in essa riportate dai vari esperti che hanno redatto le singole parti di questo corposo rapporto sullo stato del nostro pianeta.
Volendo utilizzare un termine per classificare il volume - edito come da molti anni per l’Italia dalle Edizioni Ambiente, (pp. 390, €. 24,00) – io lo definirei un testo all’insegna del “downshifting”.
Il quadro che ci viene mostrato dai redattori del Worldwatch Institute è in effetti quello di un pianeta, la Terra, ormai ridotta allo stremo proprio a causa delle scelte compiute dall’uomo. La grave crisi economica che stiamo attraversando potrebbe essere assunta ad emblema, metafora, naturale conseguenza di queste scelte. 
Gianfranco Bologna, nella sua consueta introduzione al rapporto, cita la copertina di The Economist che lo scorso maggio 2011 riportava il titolo: “Welcome to the Anthropocene. Geology’s new age”. Ormai l’idea di vivere in un mondo sempre più dominato dalla specie umana sta uscendo dallo stretto ambito della ricerca scientifica e permeando la nostra cultura diffusa.
Il libro è una vera miniera di dati emblematici in tal senso. Ne cito solo alcuni a titolo d’esempio:

  • -      la concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera ha raggiunto nel febbraio 2012 il livello di 393,65 ppm. Nel 1959, primo anno in cui essa venne calcolata, essa era di 315,98 ppm.
  • -       il 31 ottobre 2011 la Terra ha raggiunto i 7 miliardi di abitanti; il primo miliardo era stato raggiunto solo ad inizio Ottocento, il secondo ad inizio Novecento, il terzo miliardo nel 1959, il quarto nel 1974 … l’ottavo miliardo dovrebbe essere raggiunto nel 2025.
  • -      dagli anni ’70 i livelli di motorizzazione hanno conosciuto un’incessante crescita globale; nel 1990 erano in circolazione sulla Terra 500 milioni di auto; oggi se contano circa 800 milioni e l’AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia) prevede che per il 2050 saliranno a 2-3 miliardi.
Partendo da questi presupposti risulta evidente come la prospettiva di uno sviluppo sempre più ampio della cosiddetta green economy, intesa come un’economia che produca un miglioramento del benessere umano e dell’equità sociale, contestualmente ad una significativa riduzione dei rischi ambientali, ovvero di un’economia a bassa intensità di carbonio e sempre più efficiente nell’utilizzo delle risorse, rappresenta non solo una valida alternativa ma anche, ormai, una strada obbligata.

Uno dei motti che sintetizza molti degli interventi riportati in questo volume potrebbe essere quello del “fare di più con meno” caro ai cosiddetti filosofi della decrescita. Il tema è stato più volte trattato su questo blog ma per comodità cerco di riportarne qui una breve sintesi: con il termine decrescita s’intende un’inversione di tendenza volontaria delle economie che si allontanino dal perseguimento della crescita infinita per tornare ad essere in linea con i confini planetari, ad un sistema economico allo stato stazionario che sia in equilibrio con i limiti della Terra. Primo teorico di questa idea fu l’economista rumeno N. Georgescu-Roegen ma ormai sono molti i suoi sostenitori. Uno su tutti è SergeLatouche che da ormai diversi anni si sforza di spiegare come il concetto di decrescita non è sinonimo di decadenza o sofferenza, bensì paragonabile ad una dieta sana seguita volontariamente per migliorare il benessere di una persona. Molto interessante in proposito la sua ultima pubblicazione in Italia dal titolo “Per un’abbondanza frugale” (Ediz. Bollati Boringhieri, pp. 150, €. 15,00) in cui egli ribadisce ancora una volta i punti cardine del suo pensiero improntato ad una radicale critica del liberalismo, inteso come insieme di valori alla base della società dei consumi, ribadendo la sua proposta incentrata sulle cosiddette otto “R” (rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare). Anche l’economista Tim Jackson si avvicina a questa teoria parlando, nel suo omonimo libro, di “Prosperità senza crescita” (Ediz. Ambiente 2011, pp. 300, €. 24,00) ovvero prospettando anch’egli un’idea di sviluppo economico non più improntata ad uno stile di vita consumistico, ma piuttosto alla prospettiva di una società florida in quanto luogo dove sia possibile vivere una vita migliore lavorando meno e consumando meno.Questo ultimo testo è già stato commentato su questo blog e puoi leggere la recensione cliccando sul titolo sopra riportato.

Sono molti i paradossi che possiamo individuare nella società dei consumi di oggi. Negli Stati Uniti, ad esempio, due adulti su tre risultano sovrappeso oppure obesi e questo riduce molto la qualità della loro esistenza e la loro aspettativa di vita. Inoltre questo costa al paese un extra di 270 milioni di dollari all’anno per spese mediche e perdita di produttività per morti premature ed invalidità. La sola industria alimentare negli Stati Uniti guadagna fino a 100 miliardi di dollari l’anno sull’obesità. Ma giustamente il Rapporto fa notare come l’obesità sia solo uno degli effetti collaterali al sovrasviluppo. Maggior indebitamento, orari di lavoro prolungati, dipendenza farmacologica, perdita di tempo nel traffico e addirittura più elevati livelli di isolamento sociale sono dovuti, almeno in parte, a stili di vita con alti livelli di consumo.
Citando un passo del testo, “puntare alla decrescita, oltre a ridurre gli effetti collaterali fisici e sociali della ossessiva aspirazione alla crescita, ridurrebbe l’impatto ambientale dell’economia umana poiché alcune popolazioni consumerebbero meno cibo, risorse ed energia”.


Il breve cartone animato, qui sotto visionabile e prodotto dalla The New Economics Foundation raffigura in maniera impeccabile l’assurdità della crescita infinita. Se un criceto non smettesse di crescere una volta raggiunta l’età adulta, arriverebbe a 9 milioni di tonnellate al suo primo anno di vita e in un solo giorno potrebbe mangiare il grano prodotto ogni anno in tutto il mondo. E avrebbe ancora fame. La voce narrante conclude: “C’è un motivo per cui in natura le cose crescono solo fino ad un certo punto, quindi perché gli economisti e i politici pensano che l’economia possa crescere all’infinito?”


Un capitolo di State of the World 2012 è dedicato alla pianificazione dello sviluppo urbano. Ormai la popolazione mondiale e la produzione economica si stanno spostando sempre più nelle aree urbane. Oltre il 70% degli abitanti del Nord America, America Latina ed Europa vivono già nelle grandi città. In quanto motori di crescita economica, le città stanno diventando sempre più importanti per la produzione economica e sul fronte occupazionale. Le Megalopoli – città con più di 10 milioni di abitanti – negli ultimi 20 anni sono più che raddoppiate ed oggi ospitano già il 7% della popolazione mondiale. In testa alla classifica delle città più abitate del pianeta troviamo Tokyo con i suoi 36,7 milioni di abitanti seguita da Delhi con 22,2 milioni (nel 1990 quest’ultima era ancora all’undicesimo posto). Secondo le previsioni entro il 2025 le megalopoli sul pianeta saranno già 27 (oggi sono 21). Eppure, se queste aree verranno pianificate in maniera strategica, esse potranno offrire importanti opportunità in termini di risparmio energetico, trasporti collettivi e produzione del cibo, facilmente immaginabili laddove si riscontra una notevole densità abitativa che, se sfruttata in modo intelligente, potrebbe portare ad un notevole abbassamento dei costi di gestione di questi insediamenti. Delhi - cita ancora State of the World a titolo di esempio - ha progettato un sistema per l’approvvigionamento idrico che raccoglie l’acqua piovana incrementando il livello delle falde; a Dhaka è stato costruito un impianto di compostaggio che può processare fino a 700 tonnellate di rifiuti organici al giorno.

Il problema dei trasporti è giudicato dal Worldwatch Institute come un altro settore strategico la cui pianificazione risulta fondamentale. Ad esempio, è statisticamente dimostrato come la costruzione di arterie ad alto scorrimento in città e la capacità dei parcheggi per le auto private non solo non decongestionano la rete dei trasporti ma inquinano anche l’aria urbana, accelerando il processo dei cambiamenti climatici e aumentano la dipendenza dalle importazioni di combustibile per quei paesi, come l’Italia che sono prive di materie prime. Inoltre contribuiscono all’aumento delle malattie respiratorie e delle morti per incidenti da traffico, oltre a causare spreco di tempo e denaro per gli spostamenti rallentati. Ma tutto questo si può evitare. Investimenti in sistemi di trasporto più sostenibili possono generare più posti di lavoro, tutelando allo stesso tempo l’ambiente. Un autobus con una capienza massima di 50-70 persone occupa approssimativamente lo stesso spazio di tre automobili che in media trasportano 6 passeggeri. (ndr: provate ad osservare i passeggeri a bordo delle auto che intasano un viale in una normale giornata lavorativa: scoprirete che la maggioranza è composta da una sola persona … !) Eppure le soluzioni ci sarebbero già: dal bike-sharing (Parigi, Shanghai, Barcellona, ma anche ormai molte città italiane) al car-sharing, agli autobus a trasporto rapido (Bogotà, Guangzhou), dalle normative che disincentivano l’uso dei veicoli privati a motore (Singapore, Londra, Stoccolma, Milano) al miglioramento dell’efficienza dei veicoli (Giappone, California, Unione europea).

Un altro tema particolarmente approfondito da questa edizione del Rapporto sullo stato del pianeta è quello della sovrappopolazione. L’umanità potrebbe passare realmente dagli attuali 7 miliardi ai 9 miliardi previsti entro la metà del secolo, per poi assestarsi attorno ai 10 miliardi nel corso del 22° secolo. Robert Engelman, Presidente del Worldwatch Institute, sostiene che questo deve essere impedito e che le possibilità per farlo già oggi ci sono, soprattutto intervenendo nel campo della contraccezione ed in quello dell’istruzione; le statistiche a riguardo sembrerebbero infatti dimostrare che più s’innalza il livello di istruzione di una popolazione (in particolare quello femminile) e più si abbassa il numero medio di figli per famiglia. In proposito però sono io a nutrire qualche scetticismo. Risulta evidente infatti che, similmente a quanto già oggi sta avvenendo nel nostro paese, seguendo questa strategia una sempre minore percentuale di popolazione lavorerebbe e verserebbe  i contributi per la pensione e l’assistenza sanitaria di un numero invece sempre crescente di persone anziane che non lavorano più. Siamo proprio sicuri che questo compromesso sia accettabile in cambio di una vita più lunga ed in un mondo meno popoloso anche se meno inquinato?

Un tema sul quale invece torno in sintonia con gli autori del Rapporto è quello dedicato all’impatto ambientale causato dagli animali domestici. Oltre alla popolazione umana, c’è un’altra popolazione che cresce rapidamente nel mondo: quella dei cani e dei gatti domestici. Negli Stati Uniti – riporta sempre l’annuario - ci sono 61 milioni di cani e 76,5 milioni di gatti. In termini di alimentazione – citando State of the World – “un cane di taglia grande utilizza 0,36 ettari di risorse l’anno, un cane di taglia piccola 0,18 e un gatto 0,13 ettari. In confronto un’abitante del Bangladesh usa in media 0,6 ettari di risorse l’anno in totale, meno di due pastori tedeschi in un anno. (…) Dar da mangiare agli animali domestici americani ha un impatto ambientale pari alle popolazioni di Cuba e Haiti messe assieme.” Non parliamo poi di tutto il merchandising legato al mondo degli animali d’affezione: abbigliamento su misura, giocattoli, sofisticate cure veterinarie, servizi di dog-sitter, saloni di bellezza, e altro ancora. Ogni anno si spendono per il solo cibo per gli animali domestici qualcosa come 42 miliardi di dollari a livello globale. Se dobbiamo ridurre la popolazione umana credo sia altrettanto giusto ridurre anche quella degli animali domestici. E, se proprio vogliamo avere un animale in casa, adottiamo uno dei tanti che purtroppo vengono abbandonati e sono costretti a vivere in strutture di ricovero che oltretutto rappresentano un costo per le nostre comunità. Possedere un animale domestico oggi è un lusso che comporta un notevole costo anche in termini ecologici anche se, facendo tale affermazione, so già di attirarmi le ire di molti animalisti che la pensano in maniera totalmente diversa.

La critica più accanita State of the World 2012 la riserva alla filosofia consumistica ancora imperante nel mondo odierno. Citando proprio uno studio dei Friendsof the Earth Europe, si ricorda come oggi vengano prelevate in generale 60 miliardi di tonnellate di risorse naturali ogni anno: circa il 30% in più rispetto ad appena 30 anni fa. Nel 2000 ogni americano ha consumato 88 chili di risorse al giorno; ogni europeo 43; ogni abitante dell’America Latina 34. Il fatto più rilevante è che tali risorse non sono impiegate solo per soddisfare necessità primarie come cibo, protezione, vestiti e trasporti, ma anche per “collezionare” quei prodotti di consumo in gran parte superflui e comunque non indispensabili. Nel solo 2008 sono stati globalmente acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi, 297 milioni di computer, 1,2 miliardi di telefoni cellulari. Tutti questi numeri sono destinati inevitabilmente a crescere man mano che nuovi individui entreranno a far parte della classe dei consumatori.
Eppure, secondo un numero sempre maggiore di studi, il benessere raramente è connesso alla crescita dei consumi.
Raggiungere la sostenibilità e consumi sostenibili richiederà uno sforzo concertato da parte di tutti, dai governi ai singoli produttori, dalla società civile ai singoli consumatori. Cambiare le abitudini di consumo significa cambiare un aspetto molto importante nella cultura di qualunque società.

Sostiene Michael Renner, condirettore di State of the World 2012, “l’umanità si comporta come se le risorse fossero infinite, come se gli ecosistemi fossero irrilevanti per l’esistenza umana, come se ci fosse una Terra 2.0 di riserva nel caso in cui dovessimo riuscire a devastare questa.” Sappiamo bene che non è così.
La strada per imparare a vivere nei limiti di un solo pianeta  è certamente difficile, eppure anche affascinante e stimolante. Troveremo la forza di portarla avanti?

Michele Salvadori

domenica 6 marzo 2011

"Come si esce dalla società dei consumi" di Serge Latouche

“Perché dovrei preoccuparmi dei posteri? I posteri si sono mai preoccupati di me?” Il problema del sovracconsumo delle nostre risorse potremmo in effetti anche liquidarlo con questa celebre battuta di Groucho Marx. Il punto, invece serissimo, è che parte di noi oggi sta prendendo alla lettera questa frase.

Eppure già Plinio il Vecchio vaticinava: “Le cose che ci rovinano e ci conducono agli inferi sono quelle che essa (la Terra) ha nascosto nel suo seno, cose che non si generano in un momento… Quanto innocente, quanto felice, anzi perfino raffinata sarebbe la nostra vita, se non altrove volgesse le sue brame, ma solo a ciò che si trova sulla superficie terrestre!”

Il nuovo libro di Serge Latouche - ormai considerato il guru della filosofia della decrescita - dal titolo “Come si esce dalla società dei consumi” (Ediz. Bollati-Boringhieri pp. 205, €. 16,00), ribadisce e sintetizza quanto espresso nelle sue precedenti pubblicazioni sul tema (La scommessa della decrescita e Breve trattato sulla decrescita serena), sia rispondendo alle critiche nel frattempo giuntegli anche da una parte del mondo ambientalista, sia ripercorrendo a ritroso il pensiero dei principali studiosi delle teorie sulla sostenibilità dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi.

Latouche parte da un assunto ormai noto: la società dei consumi di massa è arrivata ad un vicolo cieco. E’ una società che ha la sua base – anzi la sua essenza – nella crescita senza limiti, mentre i dati fisici, geologici e biologici le impediscono di proseguire su quella strada, data la finitezza del pianeta. Secondo Latouche è ormai troppo tardi per porre rimedio ai nostri comportamenti. “Anche se riducessimo la nostra impronta ecologica ad un livello sostenibile, avremmo comunque un innalzamento della temperatura di due gradi entro la fine del secolo. Ormai il problema non è quello di evitare la catastrofe, ma solo di limitarla, e soprattutto di domandarsi come gestirla.”

In questo testo, scritto con un linguaggio accessibile e dal tono divulgativo, l’autore cerca intanto di ricostruire le varie fasi che hanno portato allo sviluppo del consumismo partendo dal lontano 1750 con la nascita del capitalismo occidentale e dell’economia politica. Dal saggio “Ricchezza delle nazioni” in cui Adam Smith professa che l’arricchimento degli uni finirà per avere ricadute positive su tutti, per arrivare agli anni ’50 del ‘900 con la nascita della società dei consumi, quando il sistema libererà tutto il proprio potenziale creativo e distruttivo attraverso i suoi tre principali pilastri: la pubblicità, che crea instancabilmente il desiderio di consumare; il credito, che fornisce i mezzi per consumare anche a chi non ha denaro; l’obsolescenza programmata, che assicura il rinnovamento obbligato della domanda.

Il modello previsto dal Club di Roma nel famoso rapporto "I limiti dello sviluppo" (1972!) e purtroppo rivelatosi fino ad oggi assai attendibile, colloca la fine della società consumistica tra il 2030 ed il 2070. Il sogno a quel punto - a causa della continua crescita di distruzione del nostro ecosistema - si trasformerà in incubo.

Cosa fare, allora? Come uscirne? Latouche - per rispondere alle principali critiche rivoltegli, che accusano la teoria sulla decrescita di essere un’utopia difficilmente realizzabile in quanto il mondo non può essere fermato e ricondotto all’era post-industriale e che inoltre egli contraddice la stessa filosofia dello sviluppo sostenibile in quanto anche quest’ultimo comunque prevede una crescita vigorosa anche se ecologica - afferma che innanzitutto il suo vuole essere uno slogan provocatorio che evidenzi la necessità di praticare una rottura con una società il cui obiettivo è la crescita per la crescita. “Rompere con la società della crescita - afferma Latouche - non vuol dire sostenere un’altra crescita e neppure un’altra economia, significa uscire dalla crescita e dallo sviluppo, e dunque dall’economia, cioè dall’imperialismo dell’economia, per ritrovare il sociale e il politico.” Per farlo dobbiamo perseguire due nuovi obiettivi: la decolonizzazione dell’immaginario e la realizzazione di un altro mondo possibile.

La cosiddetta “crescita verde” a suo parere è un ossimoro: “Certo, con migliori carburanti si brucia meno petrolio e con lampade a basso consumo si consuma meno energia, ma se si fanno girare i motori per più tempo e si accendono sempre più lampade, il problema non è risolto. Nel migliore dei casi allontaneremo il momento del crollo.” In più, mi permetto di aggiungere, se sempre un maggior numero di persone avrà nei prossimi anni accesso a quelle tecnologie che fino a pochi anni or sono erano di esclusiva pertinenza dei popoli occidentali è indubbio che non potremo andare ancora molto lontani. Se i soli cinesi, (per tacere di indiani e brasiliani), la cui popolazione ammonta ad un miliardo e trecento milioni di persone ambiscono, per altro giustamente, allo stesso tenore di vita di noi occidentali, ma le risorse del pianeta sono sempre le stesse, la fetta di torta da spartire sarà inevitabilmente sempre più piccola.

La soluzione proposta è naturalmente molto articolata e di difficile sintesi (vi rimando alla lettura del libro). Latouche richiama il pensiero di tutti i principali teorici della società del dopo sviluppo, da Geogescu-Roegen, a Illich, a Castoriadis, a Gorz e sostiene come la nostra crisi sia fondamentalmente culturale e di civiltà. Egli si rende conto di quanto sia difficile per noi prendere coscienza del fatto che l’economia è una religione dalla quale dobbiamo per forza di cose affrancarci e ripropone la sua ipotesi societaria ispirata ai principi di sobrietà delle cosiddette “8 R”: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare.

Consapevole dell’impossibilità di realizzare questo profondo processo di trasformazione in tempi brevi, Latouche propone una sorta di società di transizione che dovrà intanto indirizzarsi sui seguenti 10 punti programmatici:

1. Ristabilire un’impronta ecologica sostenibile
2. Ridurre i trasporti internalizzando i costi attraverso ecotasse adeguate

3. Rilocalizzare le attività

4. Ristabilire l’agricoltura contadina

5. Ridistribuire i profitti ricavati dall’aumento di produttività per ridurre il tempo di lavoro e creare occupazione

6. Rilanciare la produzione dei beni relazionali

7. Ridurre gli sprechi di energia di un fattore 4

8. Ridurre sostanzialmente lo spazio pubblicitario

9. Riorientare la ricerca tecnico-scientifica

10. Riappropriarsi del denaro

Tra le soluzioni proposte vi è quella dell’abbandono della moneta unica a vantaggio di singole “monete regionali” (non necessariamente convertibili l’una con l’altra), adottabili in una fascia di popolazione compresa tra le diecimila e il milione di persone che realizzi un buon equilibrio tra efficienza e resilienza (capacità di rigenerarsi) e che potrebbe concretamente contribuire alla nascita di tante bio o eco-regioni. Pensiamo ad esempio all’ importanza strategica che avrebbero anche la sola distribuzione ed il consumo di prodotti a Km. zero ed esclusivamente di carattere stagionale. Sarebbe poi davvero un grande sacrificio per noi rinunciare all’acquisto delle ananas del Costa Rica?

E’ evidente però – Latouche ne è consapevole - che gli interessi in gioco sono enormi e che la sua proposta è destinata ad ottenere scarsa approvazione, almeno per adesso. Si tratta di proporre un modello culturale totalmente nuovo. La società della decrescita dovrà ispirarsi al contrario di quella attuale allo spirito del dono. Si dovrà tentare di sostituire alla mentalità predatrice nei rapporti con la natura, i valori dell’altruismo, della reciprocità, della convivialità e del rispetto dell’ambiente. Secondo la bella metafora di Kenneth Boulding e ripresa da Andrea Segrè nel suo “Lezioni di ecostile” (Ediz. B. Mondadori) - altro interessante testo che mi permetto di suggerire – dovremmo sostituire all’economia del cow-boy, fondata appunto sullo sfruttamento illimitato delle risorse naturali, l’economia del “cosmonauta”, con la Terra concepita come un’unica grande navicella spaziale provvista di riserve limitate, dove l’uomo deve trovare il suo posto come elemento di un sistema ecologico complesso.

Un intero capitolo dell’opera, Serge Latouche lo dedica a quello che egli considera uno dei suoi principali maestri ed ispiratori, Ivan Illich. Secondo Illich la scomparsa della società della crescita non è necessariamente una cattiva notizia. Essendo costretto a vivere diversamente, l’uomo potrà vivere finalmente meglio lavorando e consumando meno secondo la sua teoria della “sussistenza moderna”. In particolare il testo si sofferma ad analizzare il concetto espresso da Illich e definito con il termine di “decolonizzazione dell’immaginario”, uno dei principi cardine - per Latouche - della nuova mentalità, che dovrà contraddistinguere la nuova economia della decrescita. L’uomo dovrà riconcettualizzare, ridefinire, ridimensionare, nell’ottica della decrescita, anche i propri concetti di ricchezza e di povertà. Ad esempio lo sfruttamento delle fonti di energia fossili permette una straordinaria svalorizzazione del lavoro umano con il risultato di una sovrabbondanza artificiale facilmente riscontrabile nei nostri ipermercati. Una delle conseguenze di tutto questo è la cosiddetta banalizzazione delle “meraviglie”. Pensiamo all’utilizzo ormai inflazionato in campo pubblicitario dei superlativi assoluti (altissima, purissima, ecc.) e degli aggettivi quali straordinario, eccezionale, strepitoso, ecc. Quante volte ci capita di leggere sulla locandina che pubblicizza una pellicola appena uscita al cinema: ecco il film dell’anno! Ma quanti film dell’anno ci sono propinati nell’arco di un solo anno… li avete mai contati?!

Latouche riprende poi, e lo fa proprio, anche un altro aspetto del pensiero di Illich, quello di dura critica alla scuola come istituzione. A suo parere il modello educativo proposto oggi è responsabile dell’eliminazione nelle menti dei giovani di quelle difese immunitarie necessarie a resistere al sistema economico. “La maggioranza delle persone – scrive Illich – impara nella scuola non soltanto l’accettazione del proprio destino, ma anche il servilismo”. A riguardo, e a distanza di oltre un ventennio dalle conclusioni di Illich, il bel saggio-provocazione di Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo” (Ediz. Guanda) ne è purtroppo una conferma. Dobbiamo dunque avviare un processo di disintossicazione che deve necessariamente partire proprio dalla scuola. Secondo uno studio realizzato in Belgio nel 2008, su tremila allievi della scuola secondaria (licei, istituti tecnici e professionali) solo il 45% sa cos’è una energia rinnovabile; quasi nove allievi su dieci ignorano le cause del riscaldamento climatico; più del 60% confonde l’effetto serra con il buco nello strato di ozono; non parliamo poi del concetto di impronta ecologica, pressoché ignorato dalla maggioranza degli studenti… Le nuove generazioni si trovano culturalmente disarmate. Su questo punto voglio però in parte dissentire dal pensiero dell'autore. Per ragioni professionali negli ultimi anni ho avuto il piacere e la fortuna di collaborare con un certo numero d'insegnanti di scuola di ogni ordine e grado. Ho conosciuto persone attente e sensibili a queste tematiche che si sforzano quotidianamente di svilupparle coinvolgendo gli allievi. Purtroppo però costoro rappresentano ancora una minoranza.
Non parliamo poi dei genitori. Secondo un sondaggio Gallup del 2009 il 41% degli statunitensi pensa che l’allarme sul riscaldamento climatico sia esagerato dai media. Nel 2008 la percentuale sullo stesso campione di cittadini era del 35%... Sarebbe ingiusto addossare alla sola istituzione scuola, sostiene dunque Latouche, la responsabilità di questo stato delle cose. Oggi i genitori hanno abbandonato, per ragioni diverse, il loro ruolo di educatori, delegandolo alla scuola e più ancora alla televisione: il sistema pubblicitario occupa lo spazio abbandonato dai genitori e che la scuola non riesce a riempire. La scuola oggi deve cessare di trasmettere la religione della crescita e formare invece cittadini in grado di pensare con la propria testa.

Le generazioni future dovranno creare una società autonoma dai vecchi schemi. Illich propone quello da lui definito come “tecnodigiuno ascetico” : “Proviamo a rinunciare a qualcosa, non per abbellire la nostra vita ma per ricordare a noi stessi quanto siamo attaccati a questo mondo moderno”.

Per uscire dalla società dei consumi e realizzare quella della decrescita è indispensabile uscire dal suo regime di “cretinizzazione civica” , denunciare l’aggressione pubblicitaria e combattere quello che Cornelius Castoriadis, altro pensatore caro a Latouche, chiama “l’onanismo consumistico e televisivo”.

In buona sostanza Latouche auspica una rivoluzione culturale che porti a quei mutamenti indispensabili per la sopravvivenza della nostra specie sul pianeta. Anch’egli giudica la crisi economica come un buon presupposto se faciliterà l’uscita dalla religione della crescita ed in particolare - ed a dimostrazione che forse il progetto che egli propone è meno utopistico di quanto possa apparire ad un primo approccio - indica come modello di società da seguire quello delle cosiddette Città di Transizione, nato in Irlanda e che si sta diffondendo nel Regno Unito, come forma di costruzione che più si avvicina a una società urbana improntata alla filosofia della decrescita. Queste città puntano in primo luogo all’autosufficienza energetica in previsione della fine delle fonti di energia fossile.

Non so quanto la sua proposta sia in concreto realizzabile, ciò nonostante è indubbio che le teorie di Latouche meritino rispetto ed attenzione soprattutto perché almeno costituiscono un punto di partenza, una base utile ad avviare il dibattito sulla costruzione di nuovi modelli societari, nuovi stili di vita ai quali la specie umana dovrà prima o poi obbligatoriamente adattarsi.

Michele Salvadori