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sabato 2 gennaio 2021

"La sfida di Gaia" di Bruno Latour


Ormai da oltre una decina di anni mi muovo in lungo e in largo per l’Italia. Causa il tipo di lavoro che svolgo sono costretto ad utilizzare come mezzo di trasporto un’auto con la quale compio migliaia di chilometri viaggiando in ogni stagione ed in ogni condizione meteo. Ho potuto sperimentare di persona e più volte cosa significa il cambiamento climatico e come negli ultimi anni si sia verificata una accelerazione verso un’instabilità metereologica sempre più contraddistinta da fenomeni di estrema violenza. Mai come negli ultimi anni e con frequenza purtroppo sempre crescente, ho dovuto affrontare in auto piogge torrenziali quanto improvvise, bombe d’acqua, trombe d’aria e via dicendo, in ogni stagione ed in ogni zona d’Italia.

Ormai partire da casa per un viaggio di lavoro contempla inevitabilmente prendere in seria considerazione le previsioni metereologiche prima di ogni altra cosa ed agire di conseguenza. Se un tempo prima della partenza mi sentivo dire da mia moglie la consueta frase: “Mi raccomando, vai piano, sii prudente”. Ora la prima questione è diventata: “Che tempo farà nei prossimi giorni in Liguria? In Veneto? E in Campania?”.

Il cambiamento climatico in atto ai mei occhi è talmente evidente e mi procura così tanta ansia alla vigilia di ogni mia trasferta che sinceramente fatico a comprendere come ci siano ancora molti che ne sostengono l’inesistenza e, di conseguenza, non sembrano preoccuparsi di quanto stia avvenendo.

Per questo ho letto con grande interesse “La sfida di Gaia”, titolo del saggio edito da Meltemi che raccoglie otto conferenze del filosofo e antropologo francese, Bruno Latour attraverso le quali egli tenta di abbattere i muri che ancora separano i saperi scientifico e umanistico provando a dare un contributo anche da parte del mondo della filosofia alla causa della sostenibilità ambientale.

Premetto che a differenza della gran parte delle altre opere che ho commentato su questo blog - tutte più o meno accomunate da intenti divulgativi e di più semplice presa - stavolta il contenuto di questo saggio è di complessità superiore e probabilmente di non facile comprensione per chiunque. Io almeno ho faticato non poco nell’affrontare alcuni passaggi di questo libro sui quali mi sono dovuto soffermare più a lungo del solito per comprenderne il significato. Ciononostante credo che ogni tanto ci si debba cimentare anche con testi superiori alle nostre capacità per compiere dei passi in avanti.

Bruno Latour parte proprio dalla domanda che in tanti ci poniamo quotidianamente. Fenomeni quali innalzamento del livello dei mari, scomparsa dei ghiacciai, innalzamento dei livelli di CO2, aumento delle temperature (sembra che il 2020 sia stato l’anno più caldo di sempre), acidificazione degli oceani, scomparsa delle specie animali, tutto conferma che stiamo vivendo una profonda crisi ecologica. Eppure, una consistente fetta della società continua a non dare segni di preoccuparsi di certi fenomeni quasi che questi fossero eventi che non la riguardano. Com’è possibile?

L’analisi di Bruno Latour è incentrata innanzitutto a trovare le cause principali a questa sorta d’indifferenza semi collettiva che contraddistingue una parte della nostra società.

A parere di Latour la refrattarietà da parte di parte dell’umanità a reagire alle conseguenze della crisi climatica è frutto di una realtà ormai estremamente complessa nella quale viviamo. Ma per il filosofo francese siamo giunti a questa situazione anche a causa di un mancato dialogo tra i vari saperi. Nell’ultimo mezzo secolo, le voci inascoltate degli scienziati avrebbero avuto probabilmente maggiore eco se a recepirle non ci fossero stati solamente i loro colleghi di altre discipline tecnico-scientifiche, ma gli umanisti, quei filosofi, sociologi e antropologi in grado di valutare gli impatti della crisi ecologica sugli esseri umani.

Latour parte dall’analisi di una delle teorie cardine della scienza ambientale ovvero dall’ “Ipotesi Gaia” di James Lovelock, già commentata anche dal sottoscritto su questo blog. Alla fine degli anni Settanta, Lovelock ipotizza l’idea che gli oceani, i mari, l'atmosfera, la crosta terrestre e tutte le altre componenti geofisiche del pianeta Terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all'azione di tutti quegli organismi che concorrono a formarla; la Terra (Gaia, appunto) è, secondo lo scienziato inglese, un unico organismo vivente capace di autoregolarsi e di rispondere a tutti quei fattori nuovi e avversi che ne turbano gli equilibri naturali. La materia vivente non rimane passiva di fronte a ciò che minaccia la sua esistenza.

Latour inizia con una provocazione: la rivoluzione auspicata dalle menti progressiste si è già realizzata, non per l’auspicato cambiamento nella proprietà dei mezzi di produzione, ma per un’accelerazione nel movimento del ciclo del carbonio. I mari si riscaldano, l’acidità degli oceani è in costante crescita, quali che siano le strategie di resilienza nell’immediato futuro faremo i conti con tutti i tipping points che sono stati superati da tempo. Siamo nell’età delle conseguenze. Per chi non lo avesse ben chiaro: nell’età delle conseguenze dell’attività umana.

Secondo Latour parte della società resta insensibile alle questioni ecologiche, appare indifferente quasi che quest’ultime non la coinvolgessero direttamente proprio perché contrariamente a quanto teorizzato da Lovelock, questa parte di società sente, erroneamente, di non appartenere più a Gaia, di non fare più parte dello stesso “mondo” fisico.

“Andare a dire agli occidentali che il tempo è finito, che il loro mondo è giunto al termine, che è necessario un cambiamento del loro stile di vita, non può che suscitare un sentimento di totale incomprensione poiché, per loro, l’apocalisse è già avvenuta.” A parere di Latour i cosiddetti scettici del clima reputano degli svitati, delle moderne “Cassandre” i profeti di sventura del cambiamento climatico.

Ciò avviene, secondo Latour, “in un momento in cui la figura dell’umano non è mai apparsa così inadatta a tenerne conto”, un contesto storico in cui “siamo alfine riusciti a universalizzare su tutta la superficie della Terra lo stesso umanoide economizzatore e calcolatore”.  Da una parte c’è l’homo oeconomicus, dedito solo alla cura dei propri interessi individuali ed incarnazione del capitale, dall’altra Gaia.

In un Pianeta egemonizzato e omogeneizzato dall’economia, la presenza dell’umano è ovunque, così come la sua relazione con ciò che una volta era considerato naturale, eppure la centralità assunta da Gaia continua a essere percepita da una parte minoritaria di coloro che hanno accesso alla conoscenza:

“Avete sicuramente notato che gli individui che rimangono insensibili alle crisi ecologiche sono molto suscettibili su tutte le questioni di morale come di identità e pronti a scendere in piazza quando i loro interessi sono minacciati. Se hanno scelto di essere negligenti è solo nei confronti di esseri che appartengono al regno della ‘natura’”.

Ma, al contrario, a parere di Latour l’unica possibilità che abbiamo per allontanarci dall’Apocalisse che altrimenti ci attende sarà proprio tornare a percorrere la strada del linguaggio apocalittico, convincere questi “scettici” dell’immutato radicamento dell’essere umano alla Terra.

“Gaia è un’ingiunzione a rimaterializzare l’appartenenza al mondo”.

Nella parte finale del saggio Latour afferma con forza l’anacronismo di istanze sostenute dagli Stati-nazione e la necessità di dar voce a Gaia: “La finzione non risiede nel dare voce all’acqua, ma nel credere che si possa fare a meno di rappresentarla con una voce umana, capace di farsi comprendere da altri umani”.

La scienza dell’Economia ha depotenziato gli Stati, li ha privati della capacità di garantire la difesa ai propri soggetti:

“Il fallimento della lotta dello Stato contro le mondializzazioni successive non l’ha preparato affatto a tenere conto di questa nuova forma di mondializzazione da parte della Terra stessa. Nell’epoca dell’Antropocene lo Stato sovrano si ritrova quindi affetto da obsolescenza, proprio nel momento in cui la mondializzazione planetaria diviene letteralmente, e non più figurativamente, il pianeta”.

Michele Salvadori

venerdì 16 agosto 2019

"Grande mondo piccolo pianeta" di Johan Rockstrom e Mattias Klum


“Fino ad oggi, la narrazione dominante è stata incentrata sulla crescita infinita su un pianeta finito, col presupposto che la Terra e la natura hanno un’infinita capacità di sopportare qualunque abuso senza reagire. Questa narrazione ha avuto un senso finchè abbiamo abitato in un piccolo mondo su un pianeta relativamente grande, capace di assorbire tutte le offese che gli scarichiamo addosso. Ma non è più così. Quell’epoca è finita 25 anni fa. Oggi abbiamo creato un grande mondo su un piccolo pianeta, così carico di stress ambientali che ha iniziato a presentare le prime fatture all’economia mondiale: i costi crescenti degli eventi meteorologici estremi e la volatilità dei prezzi degli alimenti e delle risorse sui mercati mondiali”. Il brano è tratto dall’introduzione di “Grande mondo piccolo pianeta” di Johan Rockstrom e Mattias Klum (Edizioni Ambiente 2015).

Ho scelto di parlare di questo libro sul mio blog, rispolverato per caso dal mio scaffale nel corso di una pulizia estiva e non più nuovissimo, in quanto la reputo una delle letture più interessanti e complete su queste tematiche da me affrontate in questi anni.
Johan Rockstrom è direttore dello Stockholm Resilence Centre ed uno dei massimi esperti mondiali di Global Sustainability e si è avvalso della collaborazione di Matthias Klum le cui splendide immagini fotografiche arricchiscono e completano la stesura di questo volume.

Il volume si sofferma ad analizzare lo stato attuale del nostro pianeta e l’attuale epoca geologica che lo contraddistingue, Antropocene, denominazione datale nel 2000 dal premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen, che volle in questo modo affermare come la nostra epoca sia dominata e condizionata dall’intervento umano e dai suoi effetti. 
Come ricorda Gianfranco Bologna nella sua bella introduzione al volume: “Attualmente, ogni secondo l’umanità consuma circa 1.000 barili di petrolio, 93.000 metri cubi di gas naturale e 221 tonnellate di carbone….La popolazione mondiale oggi si aggira sui circa 7,5 miliardi di abitanti…agli albori della Rivoluzione industriale nel 1750 si stima ne vivessero appena 800 milioni, ….il tasso di crescita mondiale è di circa 83 milioni l’anno”.

Rockstrom individua le principali criticità causate da un sistema economico, che si ostina a percorrere la strada di uno sviluppo lineare ed illimitato in un pianeta che invece limitato da confini e risorse ben definite lo è eccome, in 4 punti che lui definisce la “quadruplice morsa” ovvero:
  1. la crescita della popolazione ed i disparati livelli di reddito tra un 20% ricco, ed un restante 80% che aspira, giustamente, a raggiungere livelli di benessere analoghi a quelli dell’altro 20 %. 
  2. i cambiamenti climatici ed i livelli di concentrazione di gas ad effetto serra che hanno già superato la soglia delle 450 ppm ovvero quel limite che gli scienziati hanno stabilito essere la soglia massima oltre la quale i rischi per la preservazione delle condizioni di vivibilità del pianeta per molte delle attuali specie viventi (uomo incluso) diventano elevati. 
  3. l’erosione della capacità di resilienza della Terra - ovvero della capacità di sopportare un forte cambiamento e di ritornare allo stato originario senza significative modificazioni - è in atto già da tempo a tal punto da ritenere che ormai ben il 60% dei servizi ecosistemici fondamentali al sostengno del benessere umano è compromesso. 
  4. il superamento delle soglie di sicurezza comporta di conseguenza le probabilità sempre maggiori che si verifichino gravi eventi e cambiamenti improvvisi non preventivabili dall’uomo.

Rockstrom ipotizza un impianto operativo che consenta all’umanità di sviluppare un percorso di recupero e di rigenerazione delle condizioni ottimali di vivibilità del pianeta. Per questo egli introduce il tema dei “confini planetari”. 
Lo studioso si propone di definire quali siano i principali processi del sistema terrestre al fine di mantenere la stabilità del pianeta e ne identifica 9: cambiamento climatico, integrità della biosfera, nuove entità, riduzione dell’ozono stratosferico, acidificazione degli oceani, cicli dell’azoto e del fosforo, cambiamenti nell’uso dei suoli, utilizzo globale dell’acqua, diffusione dell’aerosol atmosferico. 

Per ciascuno dei 9 punti Rockstrom indica quali ne siano i valori limite invalicabili ai fini della stabilità e quale sia il suo valore attuale. Per due di questi 9 confini planetari (integrità della biosfera e cicli di azoto e fosforo) si evidenzia come purtroppo i limiti siano già stati abbondantemente superati.

Secondo Rockstrom per poter affrontare e risolvere i danni causati dall’uomo è necessario un profondo cambiamento culturale e l’acquisizione di una nuova mentalità che non sia ispirata né alla vecchia idea neoliberista della crescita infinita, né alla visione apocalittica dei neo-malthusiani. L’uomo dovrà in sostanza cambiare paradigma ed abituarsi a convivere con l’idea di avere a disposizione un campo da gioco ben delimitato entro il quale e solo entro il quale poter operare. Una volta accettata questa idea l’umanità già oggi, secondo il direttore dello Stockholm Resilence Centre, ha delle soluzioni concrete da cui sviluppare un proprio percorso di recupero degli standard necessari a garantire la vivibilità sul nostro pianeta.

Uno dei pregi di questo volume è secondo me proprio questo: esso offre delle soluzioni lasciando, con ottimismo, spazio alla concreta possibilità di recuperare agli errori commessi nel nostro recente passato.
Secondo Rockstrom naturalmente le sfide da affrontare saranno colossali ma partendo dall’idea di agire all’interno del campo da gioco da lui ben definito con i 9 limiti sopra elencati e solo attraverso un’azione combinata tra cambiamenti di stile di vita, innovazioni tecnologiche e politiche che incoraggino la sostenibilità e sanzionino le attività ed i comportamenti insostenibili potremo, col tempo, innescare quella transizione necessaria al raggiungimento dell’obiettivo. 
Anche in questo caso vengono indicate almeno 5 principali aree d’intervento: sistemi energetici sostenibili e rinnovabili; sistemi alimentari sani e sostenibili; lo sviluppo di un’economia definitivamente di tipo circolare e non più lineare; la progettazione di città sostenibili dove presto vivrà oltre il 70% degli abitanti del pianeta; sistemi di trasporto sostenibili.

Rockstrom propugna il passaggio, suggerito dall’economista Kenneth Boulding, dall’ “economia del cowboy” dove consumi e produzione senza limiti sono considerati una buona cosa, all’ “economia dell’astronauta” ispirato all’idea che la Terra è una sorta di astronave che si muove nello spazio e sulla quale l’uomo può però cercare di migliorare la propria qualità di vita.

L’uomo, in sostanza, dovrà divenire in futuro “custode del pianeta e delle sue bellezze rimaste” favorendo la transizione da uno stile di vita che finora si limitava a sfruttare le risorse del pianeta a proprio uso e consumo ad uno che invece si sforzi di aumentare la resilienza della Terra.

Michele Salvadori

mercoledì 6 gennaio 2010

Calcola la tua Impronta Ecologica

Oggi la gran parte di noi vive in città e tende con troppa facilità a dimenticare lo stretto legame con la natura di cui invece è parte integrante. Per acquistare del cibo andiamo in un negozio usando soldi prelevati da un bancomat e, più tardi, ci sbarazziamo dei rifiuti prodotti lasciandoli nel cassonetto vicino a casa o attraverso lo scarico del bagno.
In realtà nel momento in cui mangiamo, beviamo, respiriamo, ci troviamo a scambiare in continuazione energia e materia con il nostro ambiente. Abbiamo costantemente bisogno di energia e continuamente produciamo scarti e rifiuti di varia natura.

Attingiamo continuamente risorse dalla natura ma non ci poniamo spesso una domanda fondamentale: siamo sicuri che l’utilizzo di questi prodotti non sia più rapido del tempo loro necessario per rigenerarsi? Siamo certi che il nostro scarico dei rifiuti non sia più veloce del tempo necessario a questi ultimi per essere riassorbiti?
Purtroppo oggi conosciamo fin troppo bene le risposte a queste domande; la società moderna si comporta come se la natura fosse una parte spendibile della nostra economia. Sovra sfruttamento dei suoli e produzione dei rifiuti non solo riducono la produttività futura del pianeta ma rischiano di condurre al collasso l’intero ecosistema.
E’ evidente a molti ormai la necessità d’intervenire e modificare gli attuali modelli di sviluppo ma per poter procedere in tal senso è innanzitutto indispensabile poter conoscere in dettaglio quali siano i flussi di materia ed energia che preleviamo dai sistemi naturali. Siamo lontani dalla sostenibilità, ma quanto lontani? Se non siamo in grado di misurare, non avremo la possibilità di agire.
Quanto, allora, esattamente consuma ognuno di noi?
E’ proprio per cercare di fornire una risposta a questa domanda che è nato il concetto di “Impronta Ecologica”. Chi volesse documentarsi in dettaglio sul tema non potrà prescindere da quello che ormai è divenuto un classico tra i testi che si occupano di sostenibilità: “L’Impronta Ecologica – Come ridurre l’impatto dell’uomo sulla Terra” ( Edizioni Ambiente, €. 20,00) di Mathis Wackernagel e William E. Rees. Questi due ecologi furono gli ideatori del concetto nel 1994 e pubblicarono una prima edizione di questo libro nel 1996 a cui negli anni ne sono seguite altre corredate dei progressivi aggiornamenti.
Che cos’è allora esattamente questa Impronta? Si tratta di uno strumento di calcolo che ci permette di stimare il consumo di risorse e la successiva richiesta di assimilazione dei rifiuti da parte di una determinata popolazione umana e di esprimere questa grandezza in termini di superficie ( misurata in ettari) di territorio produttivo equivalente.
Grazie all’Impronta Ecologica possiamo in sostanza stabilire quante risorse attingiamo dal pianeta e quale sia la capacità (la biocapacità, appunto) del pianeta di continuare a fornircele. E questo calcolo oggi lo possiamo fare a tutti i livelli: da quello che concerne il singolo individuo, sino al calcolo dell’Impronta di una città, di una nazione, di un continente.
Oggi questo metodo, che ha indubbiamente una sua forte valenza educativa e di sensibilizzazione alle tematiche della sostenibilità, sta ottenendo importanti conferme anche a livello scientifico e politico (dal 2000 l’Impronta Ecologica è parte integrante del rapporto biennale Living Planet Report del Programma Ambiente delle Nazioni Unite. La stessa Unione Europea ha aggiunto, da alcuni anni ormai, l’Impronta Ecologica ai 10 indicatori europei di sostenibilità locale).
Per offrire poi un’uniformità delle procedure di calcolo dell’Impronta ecologica a livello planetario è nato il Global Footprint Network (sito web http://www.footprintnetwork.org/ ) che coordina le attività delle ormai centinaia di ricercatori che si occupano di questo metodo in tutto il mondo e che convergono sull’importanza dell’impronta come metodo per accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica del nostro impatto sulla natura e della nostra dipendenza da essa.
Abbiamo detto che l’Impronta Ecologica misura il consumo delle risorse naturali da parte degli uomini, ovvero quanto territorio biologicamente produttivo e quanta superficie ricoperta d’acqua vengono utilizzati da un individuo, un paese, una regione per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera. Essa viene poi paragonata alla capacità della natura di rinnovare queste risorse.
Ad esempio, l’Impronta di un Paese è l’area totale richiesta per:
- Produrre gli alimenti che consuma
- Assorbire i rifiuti dell’energia che consuma
- Fornire lo spazio per le infrastrutture
Più in dettaglio sono esattamente 6 le principali aree di consumo che vengono prese in esame per il calcolo dell’impronta ecologica: i terreni agricoli, i pascoli, la aree forestali, le aree di pesca, il Territorio edificato e il cosiddetto Terreno per l’Energia ( ovvero l’area produttiva necessaria per sequestrare la quantità di CO2 prodotta dall’uso dei combustibili fossili e sufficiente a evitare l’aumento della concentrazione atmosferica di questo gas).
Solitamente si procede a calcolare prima l'Impronta Ecologica misurandola in Ettari Globali pro capite ( ad esempio l'Italia ha un'Impronta Ecologica pari a 4,9 ettari pro capite), poi la si confronta con quella che è la biocapacità di quel territorio sempre calcolata in ettari pro capite ( in questo caso l'Italia si stima abbia una biocapacità pari ad 1 ettaro pro capite) ed infine se ne deduce il Deficit ecologico (caratteristica tipica dei Paesi industrializzati) o la Riserva ecologica ( ancora frequente, nel caso dei Paesi a basso reddito). L'Italia, stando ai dati del 2006, risulta avere un deficit, facilmente desumibile dai dati sopra indicati, ovvero pari a 3,9 ettari pro capite! Ovvero ogni suo abitante, con l'attuale stile di vita, consuma risorse quasi 4 volte superiori a quelle a lui spettabili!
Naturalmente un fattore che incide molto su questo calcolo è l'incidenza demografica che come sappiamo, oggi è in costante aumento.
Gli esperti calcolano che entro il 2050 la popolazione sulla Terra, oggi attorno ai 7 miliardi, raggiungerà i 9 miliardi di abitanti.
Le risorse del pianeta resteranno invece sempre le stesse, e pertanto dovremo spartircele in parti sempre più piccole ...
Qui di seguito allego una scheda riassuntiva (cliccateci sopra per ingrandire l'immagine) aggiornata al 2006 e pubblicata sul sito http://www.footprintnetwork.org/


Oggi per far fronte ai consumi di risorse ai ritmi attuali senza intaccare la sostenibilità della Terra ci occorrerebbe circa un altro mezzo pianeta e sempre stando ai ritmi di consumo attuali, e con il progressivo aumento della popolazione, attorno al 2040 i pianeti Terra a noi necessari diverranno addirittura 2!

Naturalmente, come illustra il grafico sopra è ancora possibile invertire questa tendenza, a patto d'impegnarci, tutti, a cambiare stile di vita adottando comportamenti più virtuosi e rispettosi.

Per calcolare la vostra Impronta Ecologica andate a questo indirizzo e cliccate due volte sull'immagine che vi apparirà, scegliendo l'area del pianeta nella quale risiedete:
http://www.footprintnetwork.org/it/index.php/GFN/page/calculators/
Pazientate un po’ perché il collegamento è lento …

In alternativa, e grazie ai nostri amici del WWF oggi è possibile effettuare il calcolo di quale sia la nostra Impronta di Carbonio che resta comunque la voce principale tra quelle prese in esame per calcolare l'Impronta Totale. Anche in questo caso il calcolo può essere facilmente compiuto da chiunque. Si tratta di un calcolo parziale ma comunque indicativo dei nostri stili di vita e consumi e utile a comprendere i nostri eventuali eccessi nei consumi.
Prima però di procedere a questo conteggio, alcune raccomandazioni. Dovete munirvi preventivamente di alcuni dati indispensabili:
- Le bollette di energia elettrica e gas combustibile dell’ultimo anno
- Quanti chilometri compi con la tua auto in un anno
- Quanti grammi di CO2 emette la tua macchina per chilometro percorso ( lo potrete rilevare o dal libretto di circolazione oppure collegandovi al sito della casa automobilistica della vostra auto).
Per calcolare l' Impronta del Carbonio cliccate su:http://www.improntawwf.it/main.php

Infine, per i giovani, ho trovato un sito americano semplicemente fantastico dove è possibile sempre effettuare il calcolo dell’impronta divertendosi immersi in un caleidoscopio di immagini e disegni colorati. Naturalmente il sito è tutto in inglese ma potrà rappresentare un’occasione in più per approfondire la conoscenza della lingua.
Per consultarlo cliccate su: http://kidsfootprint.org/


Buon divertimento e soprattutto buona riflessione …

Michele Salvadori

domenica 20 dicembre 2009

Copenaghen, un fallimento o una speranza?


Dopo due settimane di colloquio si è chiusa ieri la Conferenza sul Clima di Copenaghen.
Con quali risultati? Cerchiamo di analizzarli prima di trarre le dovute conclusioni.
Il documento di chiusura chiamato “Copenhagen Accord” è composto da 3 scarne paginette nelle quali si afferma quanto segue:
• Il Protocollo di Kyoto resta in vigore fino alla sua naturale scadenza nel 2012 per i Paesi che lo avevano sottoscritto ( tra questi non ci sono gli USA);
• Viene sancita un’intesa per mantenere la crescita della temperatura del Pianeta entro i 2 gradi Celsius.
• Le emissioni di CO2 dovranno diminuire e, entro il prossimo mese di gennaio 2010, ognuno dei 193 Paesi partecipanti alla conferenza comunicherà gli obiettivi che intende assumersi in tal senso. L’Unione Europea conferma, per adesso, l’obiettivo che si era già data di diminuire le sue emissioni del 20% entro il 2020. Gli USA promettono di ridurre le loro emissioni del 17% rispetto a quelle del 2005, (ma dovrà essere il Congresso USA a ratificare la decisione finale).
• I Paesi in via di sviluppo, (i più insoddisfatti dagli esiti di Copenaghen), ogni due anni dovranno comunicare i risultati delle loro misurazioni.
• I Paesi ricchi daranno a quelli poveri 30 miliardi di dollari per il periodo 2010-2012 e poi 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020.
• Saranno introdotti degli incentivi contro la deforestazione.
• I prossimi appuntamenti fissati sono tra sei mesi a Bonn, e tra un anno a Città del Messico.
• Tale accordo è riconosciuto ma non avrà valore vincolante per nessuno dei Paesi partecipanti.
Si è subito scatenato un acceso dibattito tra i delusi da questo meeting e quelli che invece si dicono comunque abbastanza soddisfatti. I delusi parlano addirittura di “Flopenaghen” per descrivere la loro sensazione di totale fallimento della conferenza, tra questi molti rappresentanti delle ONG ambientaliste.
Non tutti la pensano però allo stesso modo.
Vediamo di capire che cosa possiamo allora salvare dall’incontro di Copenaghen e cosa no.
E’ indubbio che viste le grandi attese createsi attorno a questo incontro i risultati non possono non deludere. Tuttavia qualcosa da salvare a mio avviso c’è. Intanto la quasi totalità dei Paesi del Mondo si è riunita dando credito alla tesi che il surriscaldamento globale esiste, l’uomo ne è la causa principale e si deve trovare una soluzione al problema. Siamo riusciti a coinvolgere nel progetto gli USA che invece si erano dichiarati fuori dal Protocollo di Kyoto. In sostanza l’accordo rappresenta una promessa di stipularne uno più concreto tra un anno a Città del Messico. E’ però indubbio che l’obiettivo di riduzione ed i tagli alle emissioni previsti sinora siano davvero troppo esigui.
Va rilevato tuttavia il ritorno ad una sorta di ruolo-guida da parte degli Stati Uniti, che pur in fase di declino economico, sono riusciti a coinvolgere nella loro proposta finale l’India, la Cina, il Brasile e il Sudafrica, ovvero alcuni tra i principali paesi economicamente emergenti che probabilmente hanno preferito aderire subito ad impegni minimi piuttosto che tra un anno ad un accordo strettamente vincolante. In tutto questo processo il ruolo dell’Unione Europea, che sembra oggi essere in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, è rimasto purtroppo marginale, così come quello della Russia che ricordo è il quinto Paese al mondo per emissioni prodotte e che, essendo anche tra i principali produttori di gas e petrolio, ha scarso interesse a partecipare a tale accordo.
Tra un anno riusciremo sul serio ad arrivare a qualcosa di più concreto? Non so rispondere.
Probabile che potremo avere le prime risposte a questa domanda basandoci sui nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni che ogni Paese comunicherà entro la fine di gennaio.
Allora, forse, inizieremo a capire qualcosa in merito.

Michele Salvadori

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lunedì 7 dicembre 2009

"La scelta" di Al Gore


Ammettiamolo, gran parte del mondo ambientalista ha sempre guardato con un certo scetticismo all’operato di Al Gore. Eppure, quello che dopo le elezioni presidenziali americane del 2000 appariva come un perdente, ha saputo - cambiando radicalmente strada e dedicandosi interamente alla causa della difesa dell’ambiente - trasformarsi in un uomo di successo fino addirittura a ricevere nel 2007 il Premio Nobel per la Pace.
Personalmente considero come suo principale traguardo la realizzazione del Live Earth, evento mediatico in difesa del clima che è riuscito a coinvolgere milioni di persone in tutto il mondo il 7 luglio del 2007, ancor più del documentario dal titolo “Una scomoda verità”. Tra l’altro Live Earth sarà replicato nell’aprile dell’anno prossimo.
La realtà è che quest’uomo si è saputo reinventare da politico a grande comunicatore a vantaggio della causa ambientale ed in particolare al tema del surriscaldamento globale, al centro della Conferenza sul Clima che proprio oggi prende avvio a Copenaghen riuscendo proprio laddove molte organizzazioni ambientaliste stanno fallendo: egli riesce a trasmettere un messaggio chiaro a tutti. Gore non si rivolge principalmente agli scienziati ma alla gente comune, sforzandosi di spiegare loro con semplicità dove stiamo sbagliando e cosa dobbiamo fare per correggere i nostri errori, consapevole che solo creando una coscienza collettiva sensibile a queste tematiche sarà possibile affrontare e risolvere la crisi ambientale che ci ha colpito.Il libro dal titolo “La scelta”, (Edizioni Rizzoli), da pochi giorni uscito in Italia, conferma, a mio parere, le qualità di grande divulgatore di Al Gore.
Uno degli obiettivi del libro è quello di convincere l’opinione pubblica che la crisi climatica non è un’invenzione degli ambientalisti come purtroppo – secondo Gore - stanno cercando da tempo di fare alcune delle principali compagnie petrolifere del pianeta elargendo sostanziosi contributi economici a chiunque s’inventi uno studio che dimostri l’estraneità delle attività dell’uomo al surriscaldamento globale.
Con l’ausilio di fantastiche schede tecniche il libro riesce a spiegare anche ad un pubblico di non esperti quali siano le principali tecnologie già in possesso dell’uomo che possono, se adottate in tempo, riuscire ad abbattere in maniera consistente la produzione dei gas serra e risolvere la nostra grande sete di energia. Non solo, Al Gore, con straordinaria semplicità ed efficacia riesce a trasmettere il messaggio di come sia possibile risolvere al contempo crisi economica e crisi ambientale, attraverso l’applicazione di queste nuove tecnologie.
“La scelta” è realmente accessibile a chiunque ed in special modo a chi di certe tematiche non ha conoscenza diretta: attraverso una ventina di capitoli monotematici chiunque può facilmente comprendere quali siano le principali cause dell’incremento dell’effetto serra sul pianeta e le ragioni politiche che hanno ritardato o comunque reso difficoltoso il raggiungimento di un accordo tra i paesi della Terra per la risoluzione del problema.
Scorrendo le pagine di questo che considero davvero un bel libro, potrete ad esempio scoprire quali siano le differenze tra l’uso dell’energia termica solare concentrata (CST) e quella fotovoltaica (PV), come sfruttare il vento e come funzioni una turbina eolica, come funzionino i nuovi sistemi geotermici (EGS) e quale potenziale ancora non sfruttato essi possano garantire in futuro, perché alcune tipologie di biocarburanti possano essere prese in seria considerazione a differenza di altre, ( no all’uso del mais e si a quello della canna da zucchero), come l’idea della cattura e sequestro del carbonio possa rappresentare in futuro una possibilità concreta di ridurre le emissioni, perché invece l’opzione del nucleare sia da accantonare, quali vantaggi possano apportare alla causa climatica la proliferazione dei sistemi di agricoltura biologica, e quanta parte possa infine avere la battaglia a favore di una sempre maggiore efficienza energetica.
Ma il libro di Al Gore offre anche dell’altro, dedicandosi, nella sua ultima parte all’avanzamento di serie e concrete proposte politiche, forse non sempre condivisibili, ma che comunque rappresentano la decisa volontà di individuare delle soluzioni al problema.
La veste grafica del libro è splendida. Sulle circa 400 pagine che lo compongono, oltre la metà è rappresentata da spettacolari e talora drammatiche foto, ognuna delle quali personalmente scelta dall’autore ed ognuna delle quali dal forte contenuto mediatico.
Gli unici difetti che ho trovato a questa pubblicazione sono innanzitutto il prezzo ( 35,00 euro), le dimensioni ed il peso (quasi 1,5 kg!) francamente eccessivi, che se la fanno somigliare più a un catalogo di una mostra d’arte che ad un testo divulgativo, di fatto ne rendono un po’ difficoltosa la lettura. Insomma, non è esattamente il genere di libro che uno si può portare dietro e leggere in treno, in autobus o mentre è in coda alla posta!
A parte questo, credo però che chiunque abbia un ruolo di qualche responsabilità nel campo della tutela dell’ambiente dovrebbe provare non solo a leggere ma a studiare questo testo.
Non sarà tempo perduto quello che impiegherà.
Tutti i proventi della vendita de “La scelta” saranno interamente devoluti a “Alleanza per la protezione del clima” un’organizzazione no profit fondata dallo stesso Al Gore nel 2006 allo scopo di cambiare l’atteggiamento della gente verso la crisi climatica, ed il cui sito ufficiale è consultabile all’indirizzo http://www.climateproject.org

Presto, in un settembre sottile,
un continente galleggiante sparisce
nel sole di mezzanotte.

I fiumi risalgono mentre
la febbre si posa su un mare acido
le ossa di Nettuno si dissolvono.

La neve scivola giù dalla montagna
il ghiaccio genera inondazioni per una stagione
arriva veloce una pioggia insistente.

(.......)
Il pastore grida
l’ora della scelta è arrivata
ecco i tuoi strumenti.

(Al Gore, Nashville, Tennessee, 2009)


Michele Salvadori


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