venerdì 16 agosto 2019

"Grande mondo piccolo pianeta" di Johan Rockstrom e Mattias Klum


“Fino ad oggi, la narrazione dominante è stata incentrata sulla crescita infinita su un pianeta finito, col presupposto che la Terra e la natura hanno un’infinita capacità di sopportare qualunque abuso senza reagire. Questa narrazione ha avuto un senso finchè abbiamo abitato in un piccolo mondo su un pianeta relativamente grande, capace di assorbire tutte le offese che gli scarichiamo addosso. Ma non è più così. Quell’epoca è finita 25 anni fa. Oggi abbiamo creato un grande mondo su un piccolo pianeta, così carico di stress ambientali che ha iniziato a presentare le prime fatture all’economia mondiale: i costi crescenti degli eventi meteorologici estremi e la volatilità dei prezzi degli alimenti e delle risorse sui mercati mondiali”. Il brano è tratto dall’introduzione di “Grande mondo piccolo pianeta” di Johan Rockstrom e Mattias Klum (Edizioni Ambiente 2015).

Ho scelto di parlare di questo libro sul mio blog, rispolverato per caso dal mio scaffale nel corso di una pulizia estiva e non più nuovissimo, in quanto la reputo una delle letture più interessanti e complete su queste tematiche da me affrontate in questi anni.
Johan Rockstrom è direttore dello Stockholm Resilence Centre ed uno dei massimi esperti mondiali di Global Sustainability e si è avvalso della collaborazione di Matthias Klum le cui splendide immagini fotografiche arricchiscono e completano la stesura di questo volume.

Il volume si sofferma ad analizzare lo stato attuale del nostro pianeta e l’attuale epoca geologica che lo contraddistingue, Antropocene, denominazione datale nel 2000 dal premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen, che volle in questo modo affermare come la nostra epoca sia dominata e condizionata dall’intervento umano e dai suoi effetti. 
Come ricorda Gianfranco Bologna nella sua bella introduzione al volume: “Attualmente, ogni secondo l’umanità consuma circa 1.000 barili di petrolio, 93.000 metri cubi di gas naturale e 221 tonnellate di carbone….La popolazione mondiale oggi si aggira sui circa 7,5 miliardi di abitanti…agli albori della Rivoluzione industriale nel 1750 si stima ne vivessero appena 800 milioni, ….il tasso di crescita mondiale è di circa 83 milioni l’anno”.

Rockstrom individua le principali criticità causate da un sistema economico, che si ostina a percorrere la strada di uno sviluppo lineare ed illimitato in un pianeta che invece limitato da confini e risorse ben definite lo è eccome, in 4 punti che lui definisce la “quadruplice morsa” ovvero:
  1. la crescita della popolazione ed i disparati livelli di reddito tra un 20% ricco, ed un restante 80% che aspira, giustamente, a raggiungere livelli di benessere analoghi a quelli dell’altro 20 %. 
  2. cambiamenti climatici ed i livelli di concentrazione di gas ad effetto serra che hanno già superato la soglia delle 450 ppm ovvero quel limite che gli scienziati hanno stabilito essere la soglia massima oltre la quale i rischi per la preservazione delle condizioni di vivibilità del pianeta per molte delle attuali specie viventi (uomo incluso) diventano elevati. 
  3. l’erosione della capacità di resilienza della Terra - ovvero della capacità di sopportare un forte cambiamento e di ritornare allo stato originario senza significative modificazioni - è in atto già da tempo a tal punto da ritenere che ormai ben il 60% dei servizi ecosistemici fondamentali al sostengno del benessere umano è compromesso. 
  4. il superamento delle soglie di sicurezza comporta di conseguenza le probabilità sempre maggiori che si verifichino gravi eventi e cambiamenti improvvisi non preventivabili dall’uomo.

Rockstrom ipotizza un impianto operativo che consenta all’umanità di sviluppare un percorso di recupero e di rigenerazione delle condizioni ottimali di vivibilità del pianeta. Per questo egli introduce il tema dei “confini planetari”. 
Lo studioso si propone di definire quali siano i principali processi del sistema terrestre al fine di mantenere la stabilità del pianeta e ne identifica 9: cambiamento climatico, integrità della biosfera, nuove entità, riduzione dell’ozono stratosferico, acidificazione degli oceani, cicli dell’azoto e del fosforo, cambiamenti nell’uso dei suoli, utilizzo globale dell’acqua, diffusione dell’aerosol atmosferico

Per ciascuno dei 9 punti Rockstrom indica quali ne siano i valori limite invalicabili ai fini della stabilità e quale sia il suo valore attuale. Per due di questi 9 confini planetari (integrità della biosfera e cicli di azoto e fosforo) si evidenzia come purtroppo i limiti siano già stati abbondantemente superati.

Secondo Rockstrom per poter affrontare e risolvere i danni causati dall’uomo è necessario un profondo cambiamento culturale e l’acquisizione di una nuova mentalità che non sia ispirata né alla vecchia idea neoliberista della crescita infinita, né alla visione apocalittica dei neo-malthusiani. L’uomo dovrà in sostanza cambiare paradigma ed abituarsi a convivere con l’idea di avere a disposizione un campo da gioco ben delimitato entro il quale e solo entro il quale poter operare. Una volta accettata questa idea l’umanità già oggi, secondo il direttore dello Stockholm Resilence Centre, ha delle soluzioni concrete da cui sviluppare un proprio percorso di recupero degli standard necessari a garantire la vivibilità sul nostro pianeta.

Uno dei pregi di questo volume è secondo me proprio questo: esso offre delle soluzioni lasciando, con ottimismo, spazio alla concreta possibilità di recuperare agli errori commessi nel nostro recente passato.
Secondo Rockstrom naturalmente le sfide da affrontare saranno colossali ma partendo dall’idea di agire all’interno del campo da gioco da lui ben definito con i 9 limiti sopra elencati e solo attraverso un’azione combinata tra cambiamenti di stile di vita, innovazioni tecnologiche e politiche che incoraggino la sostenibilità e sanzionino le attività ed i comportamenti insostenibili potremo, col tempo, innescare quella transizione necessaria al raggiungimento dell’obiettivo. 
Anche in questo caso vengono indicate almeno 5 principali aree d’intervento: sistemi energetici sostenibili e rinnovabili; sistemi alimentari sani e sostenibili; lo sviluppo di un’economia definitivamente di tipo circolare e non più lineare; la progettazione di città sostenibili dove presto vivrà oltre il 70% degli abitanti del pianeta; sistemi di trasporto sostenibili.

Rockstrom propugna il passaggio, suggerito dall’economista Kenneth Boulding, dall’ “economia del cowboy” dove consumi e produzione senza limiti sono considerati una buona cosa, all’ “economia dell’astronauta” ispirato all’idea che la Terra è una sorta di astronave che si muove nello spazio e sulla quale l’uomo può però cercare di migliorare la propria qualità di vita.

L’uomo, in sostanza, dovrà divenire in futuro “custode del pianeta e delle sue bellezze rimaste” favorendo la transizione da uno stile di vita che finora si limitava a sfruttare le risorse del pianeta a proprio uso e consumo ad uno che invece si sforzi di aumentare la resilienza della Terra.

Michele Salvadori

lunedì 5 agosto 2019

"Un mondo senza rifiuti?" - Viaggio nell'economia circolare - di A. Massarutto


I rifiuti e la loro gestione rappresentano una delle problematiche oggi più dibattute. Il testo di Antonio Massarutto, dal titolo: “Un mondo senza rifiuti?”Viaggio nell’economia circolare – (Ediz. Il Mulino), rappresenta una riflessione articolata e ben approfondita sul tema.  
 I rifiuti sono la prova più evidente – afferma Massarutto nell’introduzione al suo libro – che la nostra economia non è circolare, ma lineare. Entrano materie prime, escono residui…”
Il concetto di “economia circolare” oggi ha preso il posto di quello di “sviluppo sostenibile” che per anni è stato alla base di ogni attività dell’uomo improntata al pieno rispetto dell’ambiente in cui esso vive. Ma cosa s’intende esattamente con il termine “economia circolare”?. Innanzitutto, l’economia circolare dovrebbe essere un’economia senza rifiuti, in teoria. Diciamo, “in teoria”, in quanto sappiamo bene come ogni processo vitale in realtà produca degli scarti. Ma c’è differenza tra gli scarti prodotti dai processi vitali che puntualmente sono riassorbiti con facilità dalla natura ed i rifiuti veri e propri che rappresentano scarti di cui la natura non sa di cosa farsene. Rispetto al concetto di “sviluppo sostenibile” il messaggio che lancia quello di “economia circolare” appare essere più concreto e traducibile, secondo Massarutto, in 10 obiettivi facilmente comprensibili:
Rimpiazzare, Ripensare, Ridurre, Riusare, Riparare, Rinnovare, Ricostruire, Ridestinare, Riciclare, Recupero materia, Recupero energia. Solo seguendoli sarà possibile avviare la transizione verso l’economia “circolare”.


Economia circolare ed Economia Lineare: sistemi a confronto

Ma, a parere di Massarutto, occorre non farsi troppe illusioni: anche nel progetto di economia circolare si prevede la formazione di un certo quantitativo di scarto che potrà essere destinato all’incenerimento con relativo recupero di energia. Questo per dire come in realtà, ad oggi, gli scarti ci sono anche al termine del processo produttivo più virtuoso e non può restare, al momento, altra soluzione se non quella di procedere all’incenerimento con buona pace di chi è assolutamente contrario a questa ultima soluzione.

Obiettivo di questo libro è proprio quello di muoversi nella maniera più analitica e chiara possibile tra le soluzioni auspicate dai puristi della filosofia “rifiuti zero” e quelle di compromesso, almeno temporaneo, che conducono anche all’utilizzo di sistemi più impattanti sull’ambiente non trascurando, al contempo, di segnalare pregi, difetti e contraddizioni nell’attuale sistema di gestione dei rifiuti italiano.

Nel mondo, ancora oggi, il sistema di smaltimento dei rifiuti che vede come traguardo finale il conferimento in discarica rappresenta la soluzione più adottata. In Italia, fino alla metà degli Anni 90, circa il 90% dei rifiuti venivano smaltiti in discarica. Ma oggi il nostro Paese dimostra di avere fatto passi notevoli dato che la percentuale di utilizzo delle discariche è passata dal 93% al 25%. Anche nel campo delle raccolte differenziate stiamo progredendo: nel 2016 abbiamo superato il 50% come media nazionale anche se permangono grosse differenze tra una zona e l’altra del Paese. Infatti nelle regioni del Nord la raccolta differenziata raggiunge il 64,2%, al Centro il 48,60%, mentre al Sud Italia la percentuale resta ancora bassa: 37,6%.

Oggi, in particolare, il nostro Paese può considerarsi ai vertici europei in alcuni settori del riciclo, quali quello della carta, dell’alluminio e soprattutto del compostaggio.

Massarutto dedica una parte delle sue riflessioni al tema della riduzione della produzione dei rifiuti. Egli si chiede cioè se non sia possibile, in modo concreto ridurne la quantità attuale anche a fronte di una popolazione in costante crescita e della giusta aspirazione, da parte dei Paesi meno sviluppati, a raggiungere standard di vita più vicini a quelli dei Paesi più ricchi.

Il principale protagonista dell’economia circolare è l’uomo. Ed il momento decisivo del ciclo di vita di un materiale è quello in cui esso cessa di essere un bene utile e si trasforma in un disvalore nelle mani di chi lo detiene ma che potrebbe continuare ad avere un valore finendo nelle mani giuste. Se io acquisto una bottiglietta in plastica contenente dell’acqua minerale quella bottiglietta rappresenterà per me un bene fino al momento in cui avrò bevuto tutta l’acqua in essa contenuta. A quel punto quella stessa bottiglietta per me rappresenterà un rifiuto da smaltire. Ed in quel preciso istante la mia scelta di destinarla ad un apposito contenitore per il recupero della plastica anziché in un contenitore per i rifiuti indifferenziati sarà determinante.

Giustamente fa notare Massarutto l’importanza della consapevolezza e della motivazione che possono far propendere un comune cittadino ad effettuare una scelta che vada nella direzione della raccolta differenziata. Per questo egli fa notare anche il ruolo determinante da parte delle amministrazioni pubbliche nel promuovere politiche ed azioni di divulgazione che abbiano per obiettivi proprio quelli di contribuire ad accrescere nella cittadinanza la consapevolezza del ruolo fondamentale che ogni singolo cittadino può rivestire nel contribuire al sistema di gestione dei rifiuti.
Ma al contempo Massarutto evidenzia come altrettanto importante sia il ruolo delle aziende pubbliche, private o a sistema misto che oggi si occupano della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti.

Un altro punto a favore del sistema rifiuti italiano che lo distingue dalla gran parte degli altri Paesi dell’Unione Europea è il CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi i cui obiettivi sono il recupero ed il riciclo dei sei principali materiali da imballaggio: acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro.



Ma, come si dice, non è tutto oro… L’Italia deve ancora compiere molti passi in avanti per risolvere i suoi problemi di gestione dei rifiuti. Basti pensare al recente caso della città di Roma dove dopo la chiusura della discarica di Malagrotta da alcuni anni l’amministrazione pubblica sembra non riuscire a venire a capo del problema e che dimostra come, citando le parole di Massarutto: “la situazione attuale è ancora lontana da ciò che è desiderabile…”.

Un'immagine della recente crisi dei rifiuti nella nostra Capitale

Sarà fondamentale procedere, secondo Massarutto, nella direzione di un sistema sempre più circolare e sempre meno lineare anche se, almeno per adesso, non potrà essere perfettamente tondo come la O di Giotto.

Michele Salvadori

venerdì 1 dicembre 2017

"Picco per capre" di Jacopo Simonetta e Luca Pardi

Il mondo di oggi, come sappiamo, è afflitto da una triplice crisi: economica, energetica ed ecologica. Jacopo Simonetta e Luca Pardi con il loro “Picco per capre” (edizioni Luce) si propongono di spiegare il perché di questa crisi a quelle che gli autori definiscono le “capre” di sgarbiana memoria, ovvero a persone “un po’ ignoranti, ma non stupide” - citando Luca Mercalli che cura la prefazione di questo testo – piuttosto e semplicemente, troppo indaffarate a sopravvivere in un mondo sempre più caotico e complesso a tal punto da lasciar loro, le capre, poco tempo per gli approfondimenti e la riflessione.

Al termine di questa lettura la mia prima considerazione - da capra diligente- è stata quella di desumere, dalle parole degli autori, come la colpa principale sia proprio delle “capre umane”, responsabili non tanto di essere la prima causa di questa triplice crisi per le loro azioni ed il loro stile di vita, ma piuttosto la conseguenza. Perché, proprio in quanto “capre” esse sono inconsapevoli degli effetti negativi dei loro comportamenti quotidiani.

Il principale merito di questo testo è, a mio avviso, quello di affrontare una serie di tematiche, estremamente complesse, con semplicità, ovvero di fare divulgazione scientifica alla portata delle “capre”, appunto, in modo da poter raggiungere anche - direi soprattutto - i non addetti ai lavori.

Il geniale continuo rimando ad esercizi da fare nel corso della lettura e l’invito ad effettuare verifiche sui motori di ricerca in internet dovrebbero renderlo adatto anche agli studenti delle scuole superiori che, oltre ad essere, talvolta, delle capre, (ma pure certi loro professori non scherzano…), com’è noto, sono stati definiti, in un celebre romanzo di Michele Serra, gli “sdraiati”, qualità che non dovrebbe compromettere la capacità di indottrinarsi un po’, leggendo questo testo sorreggendolo con la mano sinistra, mentre con la destra potranno contemporaneamente continuare a smanettare sul loro Iphone.

Difficile sintetizzare i contenuti di quest’opera che di per sé si propone proprio, a sua volta, di presentare una sintesi delle tante e complesse cause che hanno portato allo stato attuale delle tre crisi. Fatti tutti i dovuti distinguo del caso, “Picco per capre” potremmo definirlo un manuale di sopravvivenza futura, oltre che - citando ancora le parole della prefazione di Luca Mercalli -: “il distillato di decenni di riflessioni cruciali per il nostro futuro, almeno di una certa corrente di pensiero dell’ambientalismo contemporaneo. Purtroppo infatti anche gli ambientalisti contemporanei, come sappiamo - pur rappresentando una piccola nicchia in termini numerici - hanno pensato bene, a loro volta, di  dividersi in varie linee di pensiero, tanto da concorrere - a mio avviso in maniera tutt’altro che irrilevante – a confondere più che mai le idee alle povere “capre” umane.

Quest’opera è inserita nella collana “Apocalottimismo” della casa editrice Luce, e di questa collana Luca Pardi e Jacopo Simonetta ne sono i condirettori.
Chi è dunque un apocalottimista? Per la definizione mi rifaccio direttamente a quanto riportato dal sito della casa editrice Luce Edizioni: “Un apocalottimista è sostanzialmente una persona consapevole che tutto andrà male…, ma che ancora pensa che le cose torneranno, in diverso modo, a posto”. E, ancora, dal sito www.apocalottimismo.it traggo questa ulteriore definizione: Apocalottimismo significa non perdersi d’animo, pur sapendo che il collasso della civiltà industriale sconvolgerà ogni aspetto delle nostre vite. La crisi economica e politica, la crisi energetica, lo sconvolgimento del clima, l’estinzione di milioni di specie, l’inquinamento e molto altro ancora sono tutte facce di un’unica realtà. Iniziare a capire ciò che sta accadendo certo non ci renderà immuni dalle calamità, ma ci potrà aiutare a mantenere un atteggiamento costruttivo, evitando le trappole di cui è disseminato il cammino.

L’opera di Pardi e Simonetta, nella sua prima parte, fornisce una brillante sintesi di quali siano i principali schemi macroeconomici che governano la società contemporanea, per poi passare ad i mali e le problematiche da cui questi schemi sono afflitti, cercando di prevedere ciò che il futuro ci potrebbe riservare, per poi, infine, fornirci dei suggerimenti per il “day after” che, a parere dei seguaci dell’apocalottimismo, ci attende, inevitabilmente.

Tra i concetti chiave esposti nel libro ci sono quello della crescita esponenziale.
Si stima che sul nostro pianeta 5.000 anni fa ci fossero circa 14 milioni di persone; oggi siamo oltre 7 miliardi e, nel giro di ancora non molti anni, siamo destinati a raggiungere gli 8 miliardi di abitanti. Può la Terra continuare ad ospitare una popolazione in continuo aumento, garantendo ad essa una qualità della vita sufficientemente adeguata?

Ma questa è solo la prima di una lunga serie di domande che, a cascata, ne derivano come causa e/o conseguenza.

Uno dei concetti cruciali credo sia quello dell’utilizzo delle risorse, delle materie prime e delle fonti energetiche cui l’uomo ricorre quotidianamente per garantirsi un livello qualitativo di vita, sulla cui irrinunciabilità gli autori sembrano esprimere evidenti perplessità.
Può la specie umana, che vive in un ambiente finito, delimitato, e le cui fonti sono, in gran parte, limitate, per quanto abbondanti, continuare ad attingere a queste fonti in maniera indiscriminata come se esse non dovessero mai esaurirsi?

Questo introduce il concetto di “Picco”, alla base del titolo del libro, ovvero il punto di massimo sfruttamento/prelievo di una determinata risorsa finita del pianeta (ad esempio il petrolio, il gas naturale, il carbone, alcune materie prime come l’oro, il rame ecc.) superato il quale,  quella determinata risorsa, pur continuando ad essere presente sul pianeta, è destinata, sia pure lentamente, e con le progressive opere di estrazione e prelievo, ad esaurirsi o, quanto meno, a divenire di sempre più difficile reperibilità.

Altro concetto basilare è quello della crescita economica condannata, al fine di garantire benessere, a progredire in maniera infinita, così come la crescita, costante, del Prodotto Interno Lordo, il PIL e  sulla cui attendibilità, come indice di benessere di una nazione, ormai da tempo si sono levati pareri contrari, come ben sappiamo.
E quando avremo esaurito il petrolio, cosa faremo? La qualità della nostra vita potrà continuare ad essere la stessa dell’epoca attuale?
Le domande, nel corso della lettura, come già detto, si susseguono quasi a catena, l’una conseguenza o causa della precedente. Dalla crisi economica si passa ad analizzare quella energetica che, a sua volta, con l’esaurimento progressivo delle fonti fossili (petrolio, gas e carbone) il cui sovra utilizzo è causa della crisi ecologica e di tutto quello che la caratterizza (e di cui tante volte abbiamo parlato su questo blog).

Le fonti rinnovabili possono rappresentare un’alternativa, ma gli autori c’illustrano quali limiti esse abbiano almeno stando al loro utilizzo in base alle attuali tecnologie.

Emerge invece un certo scetticismo verso i sostenitori della filosofia dell’efficienza energetica, come una delle strade da seguire per il futuro nell’uso delle fonti energetiche. Rifacendomi ancora direttamente al testo: “…alla prova dei fatti, il miglioramento dell’efficienza d’uso di una risorsa ne fa aumentare, anziché diminuire il consumo.”, citando, a riguardo, W.S. Jevons ed il suo paradosso.

Anche se Simonetta e Pardi ammettono di non poter prevedere con esattezza quale sarà il futuro della specie umana, essi sembrano non lasciare molte speranze sul fatto che la qualità della vita sia destinata a cambiare, anzi meglio a “decrescere” usando il termine caro a Serge Latouche, (qui, non a caso, più volte citato).

Gli autori, nella parte ultima del libro, forniscono tutta una serie di suggerimenti utili ad adattarsi/adeguarsi al futuro che ci attende nonché a mitigare le conseguenze delle nostre azioni passate e presenti, proponendoci sostanzialmente un nuovo paradigma di stile di vita orientato ad una maggiore sobrietà ed attenzione al rispetto dell’ambiente e delle sue risorse, ed invitandoci anche a riflettere sui valori davvero essenziali delle nostre vite, e da cui invece il modello consumistico ci ha purtroppo allontanato.

Ritengo che “Picco per capre” sia una lettura molto edificante specie per un giovane. Sicuramente proporrò, negli anni questo libro ai miei figli, ma non con l’intento di spaventarli, bensì per stimolarli alla consapevolezza ed alla riflessione, nonché alla discussione su questi temi innanzitutto con me e mia moglie, da sempre più ambientalista del sottoscritto. Quando si è giovani ci si può sentire immortali, o qualcosa di molto simile, e pertanto si è spesso portati a sdrammatizzare ed a vivere con delle aspettative fiduciose per il futuro che ci attende.
Quanto a me, purtroppo non sono più in giovane età; eppure continuo a faticare ad accettare la prospettiva che davvero nel giro di qualche decina di anni tutto possa definitivamente peggiorare.
Nonostante questo, o forse proprio per questa ragione, nel dubbio, (che comunque mi attanaglia), negli ultimi tempi sono divenuto un po’ più fatalista, e tendo a propendere più alla filosofia del “carpe diem”, sentendomi più cicala che formica.
Recentemente mi sono svegliato in un albergo sull’Adriatico ed affacciandomi alla finestra della mia camera, la mattina mi sono trovato di fronte l’alba che qui ho ritratto.


Di fronte a certi paesaggi è difficile perdere la speranza per il futuro, ed il sentimento che provo è tutt’altro che preoccupazione ma voglia di vivere, vivere, vivere, come fosse sempre l’ultimo giorno.
Quando nel 2009 ho aperto questo blog l’ho fatto innanzitutto per me stesso, per costringermi a riflettere proprio ed innanzitutto sui temi che affronta “Picco per capre”.

Negli anni ho cercato di documentarmi, approfondire certe problematiche, e, nel mio piccolo, spronare anche qualcun altro a fare la stessa cosa.
Ma, a distanza di qualche tempo, continuo ad essere confuso.
Che pianeta faremo? Chissà. Ancora non lo so.

Ma, se posso dare un consiglio - da capra naturalmente - a Simonetta e Pardi, che tanti ne offrono a noi, eccolo: non vorrei che, a forza di preoccuparci tanto del futuro che attende l’uomo e le altre specie viventi del pianeta Terra, ci dimenticassimo di vivere e godere appieno ciò che la Terra e la vita continuano ad offrire, prima che sia davvero troppo tardi.

A forza di ripetersi: ricordati che devi morire, ricordati che devi morire, uno finisce col dimenticarsi di vivere…

Michele Salvadori

martedì 31 marzo 2015

"La raccolta differenziata" di Daniele Fortini e Nadia Ramazzini

E’ uscito da pochi giorni un libro che ho trovato particolarmente interessante: “La raccolta differenziata” di Daniele Fortini e Nadia Ramazzini (Edizioni Ediesse, €. 15,00).


Il tema potrebbe sembrare arcinoto, e dunque potrebbe venire da obiettare: “Ormai sui rifiuti, sappiano tutto…”. In realtà, leggendolo, a meno di non essere un esperto della materia, si scoprono molte informazioni utili a raggiungere un quadro davvero esaustivo della problematica.
I due autori, sono innanzitutto due addetti ai lavori (Daniele Fortini, oggi è presidente di AMA Roma SpA ed ha una grande esperienza nelle aziende pubbliche di gestione dei rifiuti, oltre ad essere stato per 9 anni presidente di Federambiente; Nadia Ramazzini ha lavorato per dieci anni per A2A ed oggi collabora con la Fondazione Rubes Triva, un ente che si occupa della formazione e della sicurezza dei lavoratori delle aziende d’igiene ambientale) che hanno messo a frutto le loro rispettive esperienze sul campo per realizzare un testo di grande concretezza, equilibrio ed obiettività nell’affrontare la questione rifiuti, il tutto redatto con uno stile che consente facilità di lettura anche a chi non è un esperto del settore.

Nella sua prima parte il testo ripercorre la storia della gestione dei rifiuti partendo dai primi netturbini dell’antica Grecia, dove, storicamente, nel 320 a.C. la Costituzione di Atene stabilisce di affidare a dei “coprologi” la pulizia delle strade dai rifiuti che dovevano essere seppelliti in discariche esterne alla città, per passare all’antica Roma dove Giulio Cesare, nell’”Editto di Eraclea” bandì un primo appalto pubblico “per l’igiene dell’Urbe” che prevedeva non solo la raccolta dei rifiuti ma anche una loro prima selezione tra quelli da recuperare, quelli da bruciare e quelli da interrare (tutte operazioni all’epoca a cura degli schiavi), per giungere al Rinascimento dove in città quali Milano, Firenze, Genova e Venezia fu fatto obbligo ai proprietari delle case di spazzare e lavare la strada davanti alle loro abitazioni e di consegnare i rifiuti ad un apposito servizio che li avrebbe allontanati dalla città. Ma è solo con l’avvento della Rivoluzione industriale che i rifiuti diventano un vero problema e s’inizia ad affrontare la questione con una logica diversa. E’ a Vienna che nel 1839 vien introdotto l’obbligo della raccolta dei rifiuti alle famiglie ed ai commercianti imponendo la consegna ai contenitori dislocati su carri trainati da cavalli, prima, e a partire poi dal 1918, sempre a Vienna vengono posizionati dei contenitori fissi lungo le strade regolarmente svuotati dal servizio pubblico. Sarà sempre a Vienna dove per la prima volta, a partire dal 1939, verrà imposta una tassa comunale per lo smaltimento dei rifiuti, ed ancora a Vienna, nel 1973, diverrà operativo l’inceneritore di Spittelau per la combustione dei rifiuti urbani.
Vienna, l'inceneritore di Spittelau

Dopo un ampio inquadramento sul piano giuridico che illustra le normative passate e presenti nel campo (dalle Direttive europee e le normative sui rifiuti nazionali e locali) e che giunge ad analizzare la gerarchia di gestione dei rifiuti così come prevista dalla Direttiva 2008/98/Ce (prevenzione – preparazione per il riutilizzo – riciclaggio – recupero di altro tipo – smaltimento), ed illustra gli obiettivi al 2020 (preparazione per il riutilizzo ed il riciclaggio di carta, metalli, plastica e vetro almeno al 50% in peso), Fortini e Ramazzini mettono in luce come: “…l’Italia è l’unico paese europeo nel quale le politiche di recupero di materia dai rifiuti hanno, come esclusivo punto di riferimento, le percentuali di raccolta differenziata e non quelle di effettivo recupero.”

Ma questa appena descritta, leggendo con cura il libro, risulterà essere solo la prima di una lunga serie di contraddittorietà che caratterizzano il mondo della gestione dei rifiuti (in Italia e nel mondo) a cominciare dalla definizione stessa di rifiuto. Ciascun paese, europeo e non, ad esempio, considera “rifiuti urbani” quantità e tipi di scarti differenti a seconda della propria organizzazione industriale del ciclo di trattamento e smaltimento. In Danimarca gli scarti di piccole manutenzioni edilizie domestiche sono assimilati ai rifiuti urbani, pertanto la produzione pro capite di rifiuti dei danesi risulta tra le più alte in Europa; In California (USA) sono addirittura considerati “municipali” tutti i rifiuti prodotti nel confine della città, cosicché la produzione pro capite degli abitanti di San Francisco supera i 2.500 kg per abitante all’anno! (500 kg, la media europea, 400kg. quella del Giappone, 300 kg. quella della Russia). Giungendo all’Italia Fortini ci illustra il paradosso di un sistema caratterizzato dalle 20 Regioni italiane con venti differenti Piani Regionali di gestione dei rifiuti e con i suoi quasi 9.000 Comuni con migliaia di regolamenti comunali ciascuno diverso l’uno dall’altro.

La parte centrale del volume è naturalmente dedicata al tema specifico della differenziazione dei rifiuti partendo da un’accurata descrizione del sistema Conai sorto con l’approvazione del Decreto Ronchi ed all’analisi delle singole tipologie di rifiuto: dal vetro alle cellulose, dai metalli ai rifiuti biodegradabili, dai RAEE alle plastiche, evidenziando come proprio questa ultima categoria sia ad oggi quella che presenta le maggiori problematiche di recupero presentando essa, per circa il 45% del suo totale, oltre 400 polimeri differenti spesso accoppiati o saldati con altre materie (cellulose, resine, gomme, ecc.) da cui è talora impossibile separarli e che dunque presenta, tranne rare eccezioni, (ndr. vedasi l’esperienza più che positiva della Revet Recycling di Pontedera), come unica alternativa quella di essere destinata all’incenerimento.

Nell’analisi merceologica dei rifiuti si denunciano alcuni casi emblematici della complessità del quadro della gestione dei rifiuti quali ad esempio quelli dei mozziconi di sigarette.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia vivono oltre 10 milioni di persone che ogni giorno consumano mediamente 15 sigarette di tabacco che significano miliardi di cicche all’anno. Nella sola città di Roma (5% della popolazione italiana) ogni giorno vengono gettate oltre 2 miliardi e mezzo di cicche di sigaretta (ogni cicca impiega 2 anni al suolo e ben 5 anni in mare per degradarsi). Quantificando: nessuna statistica evidenzia la produzione di 116.000 tonnellate all’anno di mozziconi di sigaretta, la gran parte dei quali non è immaginabile possa essere raccolta in modo differenziato…

Ma uno dei concetti chiave che emergono da questo prezioso volumetto è che i rifiuti urbani vanno inseriti in un ciclo industriale. Affermare cioè che la sola raccolta differenziata rappresenti la soluzione del problema e la conseguente scomparsa di inceneritori e discariche è un’illusione. Al contempo gli autori sollecitano l’osservanza dei buoni comportamenti ecologisti ed invitano il mondo ambientalista e del volontariato a diffondere, mediante campagne mirate, la consapevolezza e la responsabilità di ciascuno di noi su questo tema. In proposito si afferma l’importanza di realizzare e poter disporre di infrastrutture ed impianti che assolvano la funzione essenziale di recuperare materia ed eliminare o minimizzare la pericolosità di rifiuti non recuperabili. Accade ancora infatti in molte realtà italiane che popolazioni encomiabili nei risultati raggiunti per la raccolta differenziata respingano però la realizzazione ad esempio d’impianti di compostaggio o di valorizzazione dei rifiuti riciclabili vicino alle loro abitazioni.

Nella seconda parte del testo vengono ripercorse le tradizioni secolari del nostro paese nella raccolta differenziata dei rifiuti fino alle evoluzioni che hanno portato all’odierna organizzazione. Fu a Modena, nel 1973, che la locale azienda municipalizzata iniziò per prima a raccogliere in modo differenziato i rifiuti urbani riciclabili. Di questa evoluzione causa-effetto principale è stato senza dubbio lo sviluppo economico ed il cosiddetto “eccesso consumistico” che ha portato ad una vera e propria proliferazione della produzione dei rifiuti dal secondo dopo guerra ad oggi.
Un sistema di raccolta a cassonetti stradali

Il testo mette a confronto i principali sistemi di raccolta da quella a cassonetti stradali al sistema porta a porta spinto alla raccolta con sistema a tariffa puntuale evidenziando i pro e i contro di ciascuno e quale sia da preferire a seconda del contesto locale dove ci si trova ad operare. I fattori che concorrono al successo di un efficiente sistema di raccolta differenziata dei rifiuti sono molti e soprattutto viene evidenziato dagli autori come non esista un modello vincente unico ed applicabile in ogni contesto. 
In generale si afferma che per i Comuni fino a 50.000 abitanti il Porta a Porta spinto può essere la soluzione più proficua mentre per le città medio-grandi è preferibile l’adozione di un Sistema misto (porta a porta + cassonetti stradali). Ma gli stessi autori ribadiscono che tale regola non sempre è efficace ovunque. Fondamentale risulterà allora la pianificazione della gestione dei rifiuti che parta da una preliminare conoscenza del territorio in tutti i suoi aspetti fisici, economici e sociali. Anche l’incidenza del clima e delle condizioni meteo avrà una valenza non secondaria. E naturalmente, altrettanto fondamentale sarà il coinvolgimento e la partecipazione attiva della cittadinanza al raggiungimento degli obiettivi previsti. Anche il bilancio economico della gestione dei rifiuti avrà un peso dirimente nella scelta delle azioni. Troppo spesso infatti avviene che cittadini ma anche amministratori rimangano delusi perché, a fronte di elevati obiettivi percentuali raggiunti, si registrano aumenti rilevanti nei costi anziché risparmi tributari o tariffari.

Nella terza parte si passa ad analizzare più direttamente il sistema impiantistico confrontando i pro ed i contro delle varie tipologie: dagli Impianti di compostaggio (aerobico ed anaerobico), agli Impianti di Trattamento Meccanico-biologico (TMB), a quelli di Tritovagliatura (STIR), alle discariche fino a giungere ad affrontare la questione più delicata, quella dell’incenerimento dei rifiuti. 

Una discarica di rifiuti

Si dichiara, in proposito, come “in fondo, a ben vedere, non sono certo discariche e inceneritori a compromettere gli equilibri della natura terrestre, nel momento in cui circolano quasi un miliardo di veicoli inquinanti, sbuffano miliardi di camini inquinanti, pulsano milioni di fabbriche. E cosa dire delle centrali atomiche? E le guerre? ... Poche centinaia di super-controllati inceneritori, però, fanno perdere il sonno a tanta gente. Per qualcuno la loro chiusura è una ragione di vita, l’esorcismo del male…E poco importa se in ambiente urbano il massimo apporto all’inquinamento atmosferico…è rato dal traffico veicolare (41%), nonché dai processi di produzione (24%) e generazione di energia (17%)”. 
Ma altresì sarebbe ingeneroso non includere in questo commento come il testo non sia un elogio incondizionato a favore dell’incenerimento dei rifiuti. Fatte le affermazioni sopra riportate Fortini e Ramazzini ribadiscono con altrettanta sicurezza come sia indubbio che gli inceneritori non rappresentino altro che una soluzione temporanea, di passaggio, nell’attesa che si giunga di qui a qualche decennio ad un sistema industriale in grado di progettare e costruire, ad esempio, tutte le singole componenti di un’automobile in modo che - alla dismissione dell’auto al termine del suo ciclo di vita - esse possano essere tutte o per lo meno la gran parte di esse recuperate e riciclate (oggi circa il 30% invece finisce all’incenerimento per l’impossibilità di separarle). L’incenerimento non può infatti rappresentare una soluzione finale del problema nel momento in cui distrugge della materia che invece potrebbe ancora essere recuperata e reimmessa in un ciclo di produzione.

La comunicazione della Commissione europea sull’economia circolare, adottata dal Senato nel Novembre 2014, definisce l’obiettivo dell’Europa a “zero rifiuti” inserendolo in quello più ampio della promozione di un’economia circolare, in cui i rifiuti sono considerati materie prime secondarie dalle quali ottenere prodotti al pari di quelli ottenuti dalle materie vergini.

Pertanto, concludono, gli autori “Rispetto alle discariche per rifiuti “tal quali”… a molti appare che l’opzione dell’incenerimento sia preferibile; ma, rispetto ad una progressiva capacità di generare minori quantitativi dei rifiuti e di poterli massicciamente recuperare come materia, il recupero di energia non può che essere considerato una tecnica residuale, dedicata unicamente a quegli scarti che non potranno essere altrimenti recuperati. Parlarne senza isterismo e senza conformismo è doveroso, nonostante il termine “incenerimento” sia divenuto sinonimo di una pratica quasi diabolica. Se in Europa funzionano 391 inceneritori di rifiuti (dati E-Prtr anno 2012) e 47 sono quelli progettati per il futuro, mentre crescenti quantitativi di rifiuti urbani pretrattati finiscono nei forni dei cementifici o delle centrali elettriche, non è certo un esercizio ginnico il confrontarsi per capire cosa davvero accade e cosa può o dovrebbe accadere.”
D’altro canto viene ricordato anche come esistano scuole di pensiero diverse come quella statunitense che tende a preferire all’incenerimento le discariche privilegiando cioè la teoria del cosiddetto “landfill mining” col convincimento che le materie ora rifiuti un giorno potrebbero divenire, a causa della penuria di risorse naturali, una risorsa importante. Va aggiunto però che, a differenza dell’Italia gli USA hanno una disponibilità di territorio che consente loro di realizzare discariche in aree desertiche, cosa da noi irrealizzabile…In Italia, invece, al momento non c’è nessuno che consideri una miniera gli 8 milioni di ecoballe dislocate in Campania!

Insomma, questo testo, a mio parere, dovrebbero leggerlo in tanti, a cominciare da molti dei nostri amministratori. Se non il libro “mastro” sul tema della gestione dei rifiuti come recita la sua sovracoperta, esso è senza dubbio un libro utile a raggiungere un grado di consapevolezza maggiore sul mondo e sulle grandi problematiche legate alla gestione dei rifiuti.

Michele Salvadori