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venerdì 2 aprile 2021

"CLIMA, come evitare un disastro" di Bill Gates

Nei giorni che precedono la Pasqua ed in un mondo ancora devastato dal Covid-19 credo sia importante guardare con un filo di ottimismo al futuro che ci attende. E’ con queste motivazioni che ho letto il libro di Bill Gates dal titolo “CLIMA, come evitare un disastro” (Edizioni La Nave di Teseo).


Ed ammetto che le mie speranze non sono state disattese.

Ormai sono molti i testi di questo tipo che nel corso degli anni ho affrontato nella speranza di apprendere le strategie migliori per difendere il pianeta dagli effetti, talora nefasti, causati dall’azione dell’uomo. Da questo punto di vista tale pubblicazione non rappresenta una vera novità rispetto ad altre uscite prima. Tuttavia questo libro ha un pregio particolare a mio avviso: quello di saper utilizzare un linguaggio estremamente semplice ed in grado di raggiungere anche un pubblico non particolarmente avvezzo ad occuparsi di certe discipline.

Ho un figlio di 14 anni che quest’anno frequenta il primo anno di Liceo. Leggendo il testo di Bill Gates ho subito pensato che esso potesse essere adatto a persone come Lui che abbiano la curiosità di voler farsi un’idea di cosa parliamo quando affrontiamo il tema della crisi climatica ed ambientale, di come ci siamo arrivati, quali siano le principali cause e cosa possiamo fare in concreto in primis per mitigarne gli effetti da subito e poi, di qui a qualche decina di anni (i tempi purtroppo sono, ahimè, lunghi), riuscire ad adottare delle misure tali da superarla definitivamente.

Gates, da uomo concreto, ci porta subito in medias res, sin dalla sua introduzione: “Ci sono due numeri da sapere se si parla di cambiamento climatico. Il primo è cinquantuno miliardi. Il secondo è zero.” Il primo dato si riferisce alla quantità media di anidride carbonica che ogni anno producono le attività umane.

“Zero è il numero a cui dobbiamo arrivare”.

Gates non ha la presunzione di dare nulla per scontato e dunque nell’analisi delle cause che hanno portato alla situazione attuale non ha problemi a spiegarne l’origine, nel tornare ad affrontare anche concetti base e forse per alcuni di noi ormai fin scontati come l’effetto serra e tutte le conseguenze che l’innalzamento della temperatura provoca. Ma il fondatore di Microsoft non si limita a questo; egli ci spiega la necessità fondamentale non solo di ridurre le emissioni ma anche quella, ad un certo momento, di dover iniziare a preoccuparsi di eliminare dall’atmosfera almeno una parte delle emissioni di gas serra da noi immesse in eccesso.

Il tema è affrontato nelle sue molteplici sfaccettature; si va dall’ancora indubbia convenienza economica dei combustibili fossili (che però nel loro costo di produzione non prevedono l’inserimento delle tante e cosidette esternalità ovvero dei costi causati dagli effetti negativi del consumo di combustibili fossili) rispetto a tutte le cosiddette energie alternative( solare, eolico, idroelettrico ecc.); dal fatto che ancora sul clima esistono larghe fasce di popolazione che risultano insensibili a questa problematica ( e da qui la grande necessità di informarle ed il fondamentale ruolo a riguardo da parte degli organi dell’istruzione e dell’informazione) fino ad arrivare al fatto che una buona parte degli strumenti necessari al cambiamento di orizzonte l’uomo già li possiede.

Gates pubblica un’interessante tabella che illustra le percentuali di gas serra che vengono emesse dalle principali attività dell’uomo:

Produzione industriale (cemento, acciaio, materie plastiche)

31%

Produzione di energia elettrica

27%

Agricoltura e allevamento

19%

Trasporti (aerei, camion, navi mercantili)

16%

Riscaldamento e condizionamento

7%

Se vogliamo risolvere il problema del riscaldamento climatico dovremo intervenire in tutti questi settori e non solo agendo su una parte di essi.

In tema di produzione di elettricità, ad esempio, Gates ci ricorda che ad oggi circa due terzi dell’elettricità generata nel mondo viene ricavata dai combustibili fossili. Pertanto, e quindi purtroppo, l’atto di acquistare, un veicolo elettrico, in questo momento non risolve il problema dell’inquinamento da gas serra prodotto nel campo dei trasporti e della mobilità privata, almeno fino a quando non saremo in grado di produrre energia elettrica da centrali che utilizzano fonti alternative.

D’altro canto le energie verdi quali, eolico e solare hanno purtroppo il grave handicap di non poter essere costanti e la loro intermittenza impedisce attualmente all’uomo di poterle utilizzare come costante e concreta alternativa a quelle fossili.

Andando poi decisamente in controtendenza, Gates nel suo libro si pronuncia favore dell’energia nucleare che, specie dopo i gravissimi incidenti di Three Mile Island, Černobyl' e Fukushima, la gran parte di noi dava ormai per morta e sepolta. Egli ne ribadisce le qualità in termini di economicità ed assenza di emissioni ad effetto serra, pur non nascondendo i problemi legati alla sicurezza ed alla gestione delle scorie, ma al contempo ritiene che le nuove tecnologie oggi siano in grado di garantire la costruzione di nuove centrali nucleari decisamente più sicure rispetto a quelle del passato.

Di grande interesse è anche il capitolo dedicato alle emissioni di gas serra (ben il 19% del totale!) causate dagli allevamenti di animali, in particolare dei bovini e suini, che sposta il problema sulle abitudini alimentari della gran parte della popolazione, almeno dei paesi medio/ricchi. Il nostro consumo di carne è oggi indubbiamente eccessivo. Dovremo, tra le altre, per forza modificare anche le nostre abitudini in tema di cibo per contribuire alla riduzione dei gas serra.

Ho trovato egualmente interessante il tema dei fertilizzanti chimici ed il loro utilizzo nell’agricoltura intensiva che ha moltiplicato le capacità di incremento dei raccolti ma col tempo causato anche un impoverimento progressivo del terreno ed un notevole incremento in termini di emissioni di gas serra derivante dai processi di produzione dei fertilizzanti sintetici.

Bill Gates propone un elenco di tecnologie che nell’insieme, se adottate con convinzione, potranno davvero portarci a raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero: Idrogeno prodotto senza emettere anidride carbonica, biocarburanti, cemento e acciaio prodotti a zero emissioni, latticini e carne a base vegetale, fertilizzanti ad emissioni zero, fissione nucleare di nuova generazione, cattura dell’anidride carbonica, materie plastiche ad impatto zero, sono solo alcune delle tecnologie perfezionabili nei prossimi anni e che, a parere di Gates, potranno contribuire in modo concreto a modificare gli attuali parametri delle emissioni.

Il tutto, secondo Gates, non potrà tuttavia essere realizzato senza la volontà politica di adottare seriamente queste misure. Ma la volontà politica potrà maturare a sua volta solo attraverso le pressioni della volontà popolare che, a sua volta, potrà concretizzarsi solo quando nella gran parte della popolazione sarà maturata una coscienza ed una maggiore sensibilità a queste tematiche. Da questo ultimo punto nasce la grande determinazione dell’autore, attraverso le iniziative della sua Fondazione Gates, condiretta da lui e sua moglie, per la divulgazione scientifica ed il finanziamento a progetti di ricerca che favoriscano lo sviluppo della produzione di energia a basso impatto.

Michele Salvadori

venerdì 5 febbraio 2021

"E se smettessimo di fingere?" di Jonathan Franzen

Torno a parlare di Jonathan Franzen del quale ho commentato già il suo “La fine della fine della terra” in quanto mi sono imbatttuto in questa sua piccola opera (40 pagine in tutto) nella quale lo scrittore statunitense torna ad affrontare il tema del cambiamento climatico fornendo quella che sembra essere la sua tesi definitiva sull’argomento.

Il titolo di questo piccolo pamphlet è “E se smettessimo di fingere?” – Ammettiamo che non possiamo più fermare la catastrofe climatica – (Edizioni Einaudi). Il messaggio appare chiaro ed in apparenza disarmante, sembrerebbe.

Lo spunto Franzen lo prende da un episodio vissuto in prima persona nel corso di un viaggio nell’entroterra della Germania, da Berlino in direzione della città di Joteborg, fatto nell’estate del 2019 dove lo scrittore ed un suo amico assistono impotenti ad un incendio di spaventose dimensioni che nel giro di pochissimo tempo distrugge centinaia di ettari di territorio boschivo.

La cosa mi ha particolarmente colpito perché mi ha ricordato le mie esperienze, altrettanto dirette ed in prima persona, sperimentate nel corso di questi ultimi anni girando in auto per l’Italia e di cui ho già parlato in precedenza su questo blog.

C’è poco da fare; niente è più convincente del vivere in prima persona certe situazioni per maturare in noi determinate convinzioni. Così come nessuno, in questo periodo, può avere le idee più chiare, sulla gravità della pandemia che stiamo attraversando, dei medici ed infermieri che la vivono in prima persona quotidianamente negli ospedali, nessuno meglio di chi assiste e scampa ad un violento evento naturale può convincersi del drastico cambiamento climatico che stiamo vivendo.

“Sapevo già che il nostro futuro non promette nulla di buono, ma solo quando ho visto quegli alberi esplodere tra le fiamme, e ho assistito all’impotenza dei pompieri e dei gestori della riserva davanti alle forze della natura scatenate, ho avvertito anche emotivamente la rapidità con cui quelle catastrofi si stanno avvicinando.”

Secondo Franzen ci sono solo due modi di affrontare la questione: sperare di essere ancora in tempo a modificare con le nostre azioni ed i nostri comportamenti la situazione, oppure accettare che ormai le cose andranno inevitabilmente a peggiorare a prescindere, perché il nostro destino è ormai segnato. Per Franzen ormai è troppo tardi per sfuggire alla seconda ipotesi soprattutto perché egli non crede affatto alla possibilità di una “trasformazione radicale della natura umana” perché è questo che ci vorrebbe.

Ancora oggi una grossa fetta dell’umanità non è disposta a rinunciare ai benefici acquisiti e preferisce continuare a fare finta di nulla; non si va dal dentista fino a quando il dente non ci procura un dolore insopportabile; la rana messa dentro una pentola di acqua fredda quando l’acqua inizia a bollire rimane dentro la pentola non essendo consapevole del pericolo fino a quando è ormai troppo tardi e la stessa muore bollita. Similmente si comporta una gran parte dell’umanità sulla questione dei cambiamenti climatici.

La conclusione a cui lo scrittore giunge è dunque amara e pessimista; tuttavia, non per questo, egli sostiene, dovremo rimanere inerti. “Anche se non possiamo più sperare di salvarci…ci sono ancora ottime ragioni pratiche ed etiche per ridurre le emissioni”. Dimezzare le nostre emissioni di anidride carbonica potrebbe infatti rendere meno gravi gli effetti immediati del riscaldamento e probabilmente posticiperebbe il cosiddetto punto di non ritorno.

Similmente ad un malato terminale di cancro che anziché abbandonarsi allo sconforto accetta di sottoporsi a delle cure che non lo guariranno ma che comunque potranno prolungargli di qualche anno l’aspettativa di vita, Franzen si dichiara comunque favorevole all’adozione di tutte quelle misure che possono concretamente ritardare l’esito finale di una guerra ormai persa.

Azioni che combattano, ad esempio, il degrado del suolo e delle acque, l’abuso di pesticidi e la devastazione delle riserve ittiche, la predisposizione d’interventi che riducano il rischio incendi e delle inondazioni, l‘organizzazione di sistemi che regolino e gestiscano l’afflusso, inevitabile, dei profughi, e, soprattutto, il mantenimento di democrazie funzionanti che tutelino lo stato di diritto, saranno la migliore difesa adottabile da parte dell’uomo affinchè si possa se non altro ritardare e rendere più sopportabile il destino che lo attende.

Franzen conclude la propria riflessione facendo un appello ai concetti di “speranza” e “amore”. Un mondo che non vive di speranza è senza dubbio battuto in partenza. Un mondo le cui azioni non scaturiscono prima di tutto dall’amore per quello che ci circonda difficilmente continuerà a mantenere le sue ragioni di essere. Se non coltiviamo un filo di speranza e di amore difficilmente troveremo la forza di andare comunque avanti.

Mai dunque perdere la speranza, mai vivere senza amore, questa mi sembra senza dubbio la parte più condivisibile e più importante del messaggio lanciato da Franzen.

Michele Salvadori

sabato 28 novembre 2009

La Slow Economy e il "Sinocentrismo" di F. Rampini


Il nuovo libro di Federico Rampini, dal titolo “Slow Economy – Rinascere con saggezza” ( Ediz. Mondadori, Euro 17,00) propone la tesi secondo cui il mondo si sta avviando in direzione di un modello economico “sinocentrico”. Sarà la Cina il futuro Paese leader dell’economia mondiale? Probabilmente.
Rampini, da profondo conoscitore sia del mondo asiatico, ( è autore tra l’altro di un altro bel libro “L’impero di Cindia” con il quale 2 anni fa aveva analizzato le ragioni della grande crescita economica che si stava sviluppando in Asia, in paesi come la Cina e l’India), che di quello statunitense, raffronta questi 2 mondi apparentemente così diversi e lontani e che ora per una disparità di ragioni sono costretti a convivere a stretto contatto e a confrontarsi tra loro, prefigurando una sorta di passaggio di consegne tra i due con l’Europa relegata in un ruolo marginale.
Nello scontro tra questi due mondi la Cina, secondo Rampini, è destinata a vincere e l’attuale crisi costituisce in realtà un grande vantaggio per un popolo come quello asiatico che da sempre ha fatto della frugalità un modo di vivere anche tra i suoi ceti sociali più abbienti.
Come metafora della sua teoria Rampini utilizza proprio il risciò, salito recentissimamente alla ribalta anche delle nostre locali cronache fiorentine. Da qualche anno anche New York sembra aver adottato questo veicolo come mezzo di trasporto ed è innegabile che esso sia innanzitutto il prodotto di un mercato del lavoro stremato dalla recessione. In Asia queste carrozzine, trainate da un uomo a piedi o che pedala su una bicicletta, sono un elemento fisso del paesaggio urbano da oltre due secoli. Eppure oggi questo mezzo di trasporto può rappresentare una valida risposta non solo alla crisi economica ma anche all’inquinamento ambientale che assedia le nostre città: “Nella giungla d’asfalto, - scrive Rampini – il risciò supera le auto, s’infila in mezzo alle corsie, prende le scorciatoie. Emissioni di CO2: zero. Inquinamento acustico: zero, … E’ un esempio fra tanti di “consumo frugale” che ci viene dall’Asia.”Ma il libro cita tanti altri esempi di confronto che non coinvolgono solo il rapporto USA-Cina ma valgono perfettamente anche per noi europei. Ne cito solo alcuni:
- Le saponette; quando stiamo per terminarle, noi in genere le gettiamo via: le donne cinesi invece le mettono da parte e poi quando ne hanno raccolto un numero sufficiente ci fabbricano un nuovo sapone impastandole tra loro.
- Lavaggio dei piatti; in pochi tra i cinesi, usano la lavastoviglie; la considerano uno strumento troppo dispendioso; in tanti ricorrono per il detersivo alla soda Solvay che costa assai meno.
- Fare la doccia; l’acqua sporca della doccia non viene gettata via nello scarico. La si raccoglie in una tinozza e poi la si utilizza per lavare i pavimenti di casa.
- Acqua di cottura del riso ( per noi della pasta); la usano, una volta raffreddata, per innaffiare le piante.
- Lo yogurt scaduto; non viene gettato via. Lo usano come lievito per fare la pasta, (pare che abbia le stesse qualità del nostro lievito di birra).
- G.A.S. per acquisto elettrodomestici; da noi in genere i Gruppi solidali d’acquisto sorgono per gli acquisti dei generi alimentari. In Cina sono più avanti anche in questo. Da loro, quando in casa si decide di cambiare un elettrodomestico si fa il giro tra amici e parenti per trovare altre persone interessate allo stesso genere di acquisto. Dopodichè si va tutti assieme al centro commerciale dove si riesce a strappare un prezzo migliore grazie al potere d’acquisto collettivo.
A causa della crisi, da qualche tempo, esempi analoghi di frugalità si possono iniziare a trovare anche in California ed in città come San Francisco dove inizia a passare l'idea che il modello di vita ideale sia quello di ritirarsi in campagna ad allevare animali e coltivare frutta e verdura.
Certo, il segreto del successo dell’economia cinese non è solo legato a questo aspetto.
Ho trovato particolarmente interessante l’analisi che Rampini fa di quello che lui definisce “capitalismo egoista” che crea un effetto ansiogeno e psicologicamente distruttivo per l’enfasi che pone sulla produttività e il conseguente stress da competizione.
Nella società del Grande Fratello molti di noi hanno come unico obiettivo il divenire ricchi e famosi. Perché solo il traguardo della notorietà e della ricchezza equivale all’essere vincenti. Purtroppo tutto questo lo sperimento anche io quotidianamente. In una scuola di Firenze, al termine della proiezione del docu-film “Non buttarti via” sul tema della riduzione della produzione dei rifiuti domestici, e nel quale anche io appaio per qualche secondo in una scena, uno studente che mi aveva riconosciuto nel filmato mi ha avvicinato dicendomi: “Beato lei! Intanto almeno è riuscito a fare la comparsa in un film!”
Ecco, secondo Rampini - e io condivido pienamente la sua tesi - alle radici della nostra crisi economica e ambientale, c’è anche una profonda crisi dei valori e da questa non è certo esente da responsabilità proprio il nostro modello di sviluppo economico ancora troppo spesso autoreferenziale, quasi esente da spirito di autocritica e privo di quell’umiltà indispensabile alla crescita.
Naturalmente come si dice, “non è tutto oro quello che luccica”. La Cina è anche un paese dove si applica un pesante sfruttamento della manodopera, dove esistono censura e repressione e dove vengono perpetrati gravissimi danni ambientali. Da quello arcinoto della Diga delle Tre Gole al più recente ed attuale sciagurato progetto che prevede la costruzione di ben 13 dighe lungo il percorso del Fiume d’oro nella regione dello Yunnan, uno degli ultimi paradisi del nostro pianeta, che causerà la migrazione forzata di centinaia di migliaia di abitanti a causa dell’allagamento di intere vallate, e contro il quale si sono già mosse da tempo tutte le principali organizzazioni ambientaliste. Ma la Cina, facendosi forte della propria posizione nei confronti del resto del mondo, per adesso andrà avanti per la propria strada, ci piaccia o no, anche perché essa è ufficialmente ancora un paese in via di sviluppo. I dati la confortano: in Cina, ad esempio, oggi ci sono solo 12 automobili ogni mille abitanti a fronte delle 480 degli Stati Uniti. Quando Cina e India sostengono che l’Occidente ha prima saccheggiato selvaggiamente le risorse naturali del pianeta per poi mettersi a predicare l’ambientalismo e l’austerità ai paesi più poveri, hanno ragione. Ma non c’è dubbio che l’impatto cinese sul consumo delle risorse rischia di essere devastante se non riusciremo a convincerli che è necessario, nell’interesse di tutti, che anche loro cambino modello di sviluppo.
Per farlo, conclude Rampini, è indispensabile superare quelle barriere di pregiudizio che da sempre ci separano dai cinesi e dal loro mondo, sforzarsi di comprendere una filosofia di pensiero spesso distante dalla nostra eppure in taluni casi efficace.

Abbiamo atteso due secoli per apprezzare i risciò, forse è il caso, come occidentali, di darsi una mossa per comprendere meglio anche il resto.

Michele Salvadori

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mercoledì 21 ottobre 2009

Gaia o Medea, quale futuro per la Terra?


In vista della Conferenza sul clima che si terrà il prossimo Dicembre a Copenhagen, dalla quale è lecito attendersi alcune decisioni importanti in tema di salvaguardia del pianeta, ho pensato di realizzare una sorta di percorso di avvicinamento all'evento a tappe che affrontino le principali tematiche ad esso correlate. In questa ottica ho pensato di avviare il discorso ponendo l'attenzione sulle due principali teorie che predicono quale futuro attenda la Terra ed i suoi abitanti e che tra l'altro sembrano divergere decisamente l’una dall’altra.
La teoria di Gaia, che prende il nome dall’antica dea greca della Terra, madre e protettrice di tutte le forme viventi, sostiene che il nostro pianeta, nonostante tutti i danni causatigli dall’uomo, sia comunque in grado di autoregolarsi ed evolvere in modo da garantire il benessere dei suoi abitanti.
La teoria di Medea, che prende invece nome dal personaggio mitologico di Medea, appunto, moglie di Giasone e celebre per aver assassinato i propri figli, sostiene al contrario che il sistema evolutivo del pianeta sia destinato inevitabilmente a concludersi con l’estinzione della vita dei suoi abitanti.
In sostanza Gaia vede la terra come “mater benigna” e Medea invece la inquadra come matrigna impietosa ed inospitale.
Le due teorie in realtà sono molto più complesse e tentare di spiegarle in dettaglio comporterebbe un discorso assai più lungo.
La teoria di Gaia non è recente. Essa risale addirittura al 1979 e fu formulata dalla scienziato britannico James Lovelock, secondo il quale è la vita stessa a regolare l’atmosfera e il clima della Terra in modo da renderla abitabile attraverso dei meccanismi di autoregolazione delle sue variabili principali: temperatura, ossigeno, acidità, ecc.
A questa teoria, tutto sommato piuttosto rassicurante, ha scelto di opporsi lo scienziato americano Peter Ward che ha inteso dimostrare come, dati delle temperature terrestri alla mano, in realtà quella proposta da Lovelock sia un bella favoletta e che invece il saliscendi delle temperature registrate sul pianeta nel corso dei millenni sia da imputarsi all’evoluzione di nuove specie di vita.
Negli ultimi 565 milioni di anni, ovvero dall’inizio dell’evoluzione degli animali sulla Terra, si sono registrate ben 15 estinzioni di massa e 10 estinzioni di portata minore tutte causate non da eventi esterni ( come ad esempio la caduta di un grosso meteorite sul pianeta), ma bensì dalla comparsa e successiva evoluzione di nuove specie viventi che, scavandosi un loro spazio nell’ecosistema comunque limitato del pianeta, hanno finito inevitabilmente per cancellare le specie preesistenti e di fatto incompatibili con le nuove arrivate.
Avete presente i nuovi coloni americani che hanno di fatto eliminato progressivamente le tribù indiane in America? Ecco, qualcosa del genere.
In sintesi Ward, con la sua teoria di Medea, sostiene che la vita sembra perseguire attivamente la propria fine, portando la Terra sempre più velocemente al giorno inevitabile in cui ritornerà al suo stato originale: sterile.
Sempre secondo Ward il processo di autodistruzione è già iniziato: la concentrazione di CO2 presente in atmosfera progressivamente diminuirà fino a scomparire, così impedendo di fatto la fotosintesi e tutto il ciclo vitale ad essa correlato.
C’è comunque una buona notizia: il processo, seppur iniziato dovrebbe completarsi entro 500 milioni di anni …Insomma ci rimane ancora un po’ di tempo per un film e un buon libro!

Michele Salvadori

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giovedì 24 settembre 2009

"Confessioni di un eco-peccatore" di Fred Pearce


Sapevate che per fabbricare una fede nuziale di pochi grammi d’oro in media occorrono 2 tonnellate di roccia scavate ad alcuni chilometri di profondità e 5 tonnellate d’acqua?
E che un terzo dei prodotti in vendita nei nostri supermercati contiene olio di palma per la cui fabbricazione vengono distrutte le foreste?
Sapevate che è la produzione del cotone ad aver causato la scomparsa del Lago d’Aral, un tempo il 4° lago al mondo per grandezza?
Ecco solo alcune delle informazioni che potrete scoprire leggendo “Confessioni di un eco-peccatore” di Fred Pearce,(Edizioni Ambiente Euro 22,00).
A dispetto del titolo il libro non solo è interessante ma presenta un’indagine ad ampio raggio e documentata in maniera rigorosa, sull’origine ed il destino di tutti i prodotti di uso comune e quotidiano di cui oggi non possiamo (sembra) fare a meno per vivere.
Pearce è un giornalista inglese che lavora come consulente ambientale del “New Scientist”. Ha impiegato alcuni anni a visitare i posti più disparati del nostro pianeta al fine di conoscere da dove vengono, chi li ha fatti e con quali costi per l’ambiente, i prodotti che usiamo tutti i giorni.
L’indagine parte delle miniere d’oro del Sud Africa, per proseguire nelle foreste pluviali dell’Indonesia, dall’Australia all’Uzbekistan affrontando tutte le tematiche che concernono i nostri consumi quotidiani: il cibo, gli abiti, l’informatica, i consumi energetici, i rifiuti.
In queste pagine scopriamo ad esempio che la banana, uno dei frutti più mangiati al mondo, essendo un mutante sterile e privo di semi e universalmente coltivato in un’unica varietà in America, Asia e Africa,( la "Cavendish"), è seriamente minacciata da insetti e malattie infettive che potrebbero causarne l’estinzione.
Non ci credete? E’ già accaduto negli anni ’50 quando la varietà di banana che consumavamo non era l’attuale bensì quella chiamata "Gros Michel", a detta degli esperti più ricca e più dolce di quella odierna. Essa risultò purtroppo vulnerabile ad un fungo che ne causò la scomparsa definitiva.
E ancora: il processo di produzione dell’alluminio è uno dei più dispendiosi in termini energetici ed in termini di emissioni di anidride carbonica in atmosfera.
Nel mondo vengono prodotte circa 250 miliardi di lattine all’anno! Pearce, (che cita più volte nel libro gli studi dei Friends of the Earth) percorre tutto il viaggio per scoprire le fasi di produzione di una lattina partendo dalla regione del Queensland (Australia) dove una delle più importanti compagnie minerarie al mondo, la Rio Tinto, estrae la bauxite che poi viene trasportata a Gladstone dove viene raffinata ad ossido di alluminio. La produzione dell’alluminio ha un’impronta ecologica sconfinata. Vi cito un unico dato: la produzione di una singola lattina comporta l’emissione di 260 grammi di CO2 ovvero una quantità di gas sufficiente a riempire 300 lattine!
L’ultima parte del libro è dedicata alle possibili alternative, ovvero alle possibilità che secondo Pearce l’uomo ha ancora di salvare il pianeta e se stesso, a patto che si decida a cambiare subito rotta. Così impariamo l'importanza del riciclo: da quella del recupero dell'alluminio la cui reimmissione sul mercato può comportare un risparmio energetico fino a 3/4 del costo di produzione dell'alluminio vergine, all'esempio della Tanzania dove c'è un commercio fertilissimo basato sul recupero degli abiti occidentali usati, per arrivare a Nairobi dove la "Computers for Schools Kenya" ricicla i vecchi computer dall'Europa e dall'America del Nord regalandoli poi alle scuole del Paese. Pearce ci offre infine un quadro di esempi virtuosi da imitare e già adottati da varie città del mondo: dallo sviluppo della cosiddetta "agricoltura urbana" di Valencia, al sistema di raffreddamento degli edifici realizzato a Toronto sfruttando le acque del Lago Ontario, ai camion della spazzatura di San Diego alimentati col metano prodotto nelle discariche, e tanto altro ancora.
Se la parte dedicata al lavoro di ricerca documentato è ineccepibibile, certo non tutte le opinioni personali del giornalista inglese sono condivisibili: come giustamente osserva nella prefazione al libro il metereologo Luca Mercalli, ha poco senso sostenere l’acquisto dei fagiolini prodotti in Kenia ed esportati nei principali Paesi europei in nome del commercio equo-solidale, molto meglio scegliere di acquistare prodotti di stagione locali. Ma a parte qualche conclusione forse un po' affrettata il libro è davvero interessante e utile per chi voglia avere un quadro esaustivo dei processi produttivi e dei loro impatti sul pianeta. Credo che potrebbe essere tranquillamente adottato dagli insegnanti nelle scuole e soprattutto lo ritengo utile a quel processo di acquisizione di consapevolezza e senso di responsabilità che ci siamo posti quale obiettivo primario.
Nel divertente ultimo film di W. Allen il protagonista, (favorevole tra le altre cose all'estensione della pena capitale a tutti i proprietari di cani che non raccolgono gli escrementi dei loro animali!), sostiene che la specie umana è ormai composta solo da individui perdenti, egoisti e vigliacchi e che pertanto essa è irrimediabilmente condannata all'estinzione. Magari attraverso letture edificanti come questa potremmo provare a concedere un briciolo di speranza in più alle nuove generazioni...

Michele Salvadori

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giovedì 27 agosto 2009

Oslo: bus a biometano da rifiuti solidi umani


La chiave per l’energia pulita? Può passare anche dalla nostra pupù …
E’ quanto si appresta a fare in Norvegia la città di Oslo.
Oslo, che mira infatti a divenire una delle capitali ambientalmente più sostenibili del mondo, ( obiettivo: emissioni zero entro il 2050), ha deciso di seguire la strada della produzione del biometano partendo dai suoi due impianti di trattamento delle acque scure per poi utilizzarlo come carburante per 80 dei suoi autobus municipali.
Il biometano è un biogas ricavato attraverso un processo di raffinazione che lo porta ad avere una percentuale di circa il 95% di purezza, tale da consentirgli di essere utilizzato come combustibile per veicoli a motore.
Anche una comune discarica di rifiuti urbani normalmente produce biometano. La sola differenza è che in quel caso la sua percentuale si aggira attorno al 45%, troppo bassa per essere utilizzata come combustibile per veicoli, ma comunque sufficiente per essere bruciata per produrre calore o energia elettrica. Nel nostro caso invece l’elevata percentuale del biogas è raggiunta grazie a un processo controllato in assenza di ossigeno e che per questo viene definito di Digestione anaerobica.
Una serie di microrganismi decompongono ogni residuo organico (rifiuti umani, scarti della cucina, scarti verdi, residui dei mattatoi, ecc.) producendo appunto CH4, ovvero il Metano.
Approntare una struttura produttiva come questa non è ancora, ad oggi, molto economico. Tuttavia, conti alla mano, il prodotto ottenuto dovrebbe venire a costare circa 40 centesimi di euro per litro in meno rispetto al costo di un litro di gasolio, (0,75 euro per il biometano contro i circa 1,15 euro attuale prezzo di un litro di gasolio in Norvegia).
I vantaggi immediati saranno i seguenti:
- saranno intercettate una gran parte delle circa 17.000 tonnellate annue di CO2 che altrimenti sarebbero state prodotte attraverso l’incenerimento di quegli stessi rifiuti;
- ognuno degli 80 autobus eviterà a sua volta di immettere nell’aria circa 44 tonnellate all’anno di CO2;
- oltre ad essere neutrale per le emissioni di CO2, la combustione del biometano produce il 78% in meno di ossidi di azoto, il 98% in meno di particolato rispetto alla combustione del gasolio, senza considerare la rumorosità ridotta di quegli stessi veicoli;
Contrariamente al bioetanolo prodotto da granaglie e piante, il biometano ha l’ulteriore vantaggio di non intaccare le risorse alimentari, né richiede l’utilizzo di fertilizzanti e acqua.
Chiudo con un dato piuttosto significativo: una città come Oslo ( 250.000 abitanti) è in grado di ricavare in tal modo carburante sufficiente a far percorrere in un anno a ciascuno dei suoi 80 bus adattati circa 100.000 km.
Fatte le dovute proporzioni una città come Milano, con oltre 1.300.000 abitanti, potrebbe produrre in un anno qualcosa come 10 milioni e mezzo di litri di carburante sufficienti a far lavorare 300 autobus per 100.000 km l’uno.
In Europa questo sistema è già stato adottato in Francia, dalla città di Lille e in Svezia, a Stoccolma.
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giovedì 6 agosto 2009

Perchè i coralli marini crescono meno


D’estate il pensiero corre, per molti di noi, all’idea del mare e al piacere di farsi una bella nuotata.
Chi ha la fortuna di vivere in un Paese come l’Italia ha sicuramente l’opportunità di raggiungere la costa con una certa facilità.
Purtroppo il mare è tra i primi elementi naturali del nostro Pianeta a risentire dei cambiamenti climatici.
Il fenomeno dell’innalzamento del livello delle acque è senza dubbio il più evidente.
Le splendide Isole Maldive sono gravemente minacciate da questo fenomeno, (la foto qui allegata è eloquente ). E, del resto, lo stesso problema è riscontrabile anche in Italia anche se con minore drammaticità.
Ma pure i microrganismi viventi sotto la superficie delle acque sono purtroppo coinvolti.
Ad esempio, pare impossibile, eppure le forti emissioni di CO2 prodotte dalle attività umane in atmosfera danneggiano, sia pure indirettamente, coralli, conchiglie e plancton!
Come? E’ quanto ha dimostrato uno studio sull’acidificazione degli oceani realizzato da un gruppo di ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research, diretto dal Professor Stefan Rahmstorf, che è giunto alle seguenti conclusioni:
-ogni anno gli oceani assorbono circa 2 miliardi di tonnellate di CO2 (circa il 30% delle emissioni globali);
-il Carbonio così assorbito causa come conseguenza una progressiva acidificazione delle acque oceaniche.
-l’acidificazione delle acque a sua volta rende sempre più difficile la formazione dei gusci e degli scheletri calcarei negli organismi marini ( dal plancton ai coralli).

Il grafico qui a fianco mostra il progressivo peggioramento delle condizioni ideali per la formazione dell’aragonite, una delle principali componenti, a base di Carbonato di Calcio, dei microrganismi che concorrono alla formazione dei coralli e che, appunto, con l’aumento dell’acidità delle acque, tende a dissolversi in acqua.
Nella tabella (a) si possono notare le condizioni che si avevano nell’epoca preindustriale, nella (b) le condizioni attuali, e infine nella (c) si illustra la situazione che, con i ritmi previsti di emissioni di CO2, potremmo raggiungere attorno all'anno 2065: in tutti gli oceani verrebbero a mancare le condizioni ideali per la formazione dei coralli e degli altri microrganismi!

Ancora una dimostrazione di come tutto in natura sia strettamente interconnesso.

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domenica 12 luglio 2009

Siamo in troppi?

Oggi le statistiche affermano che gli abitanti della Terra stanno per raggiungere il numero di 7 miliardi. Io penso che una buona parte delle ragioni per cui il nostro pianeta versa in cattive acque sia sicuramente da ascrivere a questa considerazione.
Siamo davvero in tanti, troppi, forse.
2.000 anni fà, all'epoca in cui nasceva Cristo, si calcola che sulla Terra vivessero circa 160 milioni di persone. In 2.000 anni ci siamo moltiplicati in maniera esponenziale.
Ma l'aspetto più grave è un altro: gli esperti garantiscono che entro il 2.050 gli abitanti della Terra saliranno a 9 miliardi!
Tra le tante conseguenze del sovrappopolamento del nostro pianeta, citiamo il surriscaldamento e il conseguente innalzamento del livello dei mari (nella foto un orso polare, specie gravemente minacciata dallo scioglimento dei ghiacci).
Che fare?