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venerdì 1 dicembre 2017

"Picco per capre" di Jacopo Simonetta e Luca Pardi

Il mondo di oggi, come sappiamo, è afflitto da una triplice crisi: economica, energetica ed ecologica. Jacopo Simonetta e Luca Pardi con il loro “Picco per capre” (edizioni Luce) si propongono di spiegare il perché di questa crisi a quelle che gli autori definiscono le “capre” di sgarbiana memoria, ovvero a persone “un po’ ignoranti, ma non stupide” - citando Luca Mercalli che cura la prefazione di questo testo – piuttosto e semplicemente, troppo indaffarate a sopravvivere in un mondo sempre più caotico e complesso a tal punto da lasciar loro, le capre, poco tempo per gli approfondimenti e la riflessione.

Al termine di questa lettura la mia prima considerazione - da capra diligente- è stata quella di desumere, dalle parole degli autori, come la colpa principale sia proprio delle “capre umane”, responsabili non tanto di essere la prima causa di questa triplice crisi per le loro azioni ed il loro stile di vita, ma piuttosto la conseguenza. Perché, proprio in quanto “capre” esse sono inconsapevoli degli effetti negativi dei loro comportamenti quotidiani.

Il principale merito di questo testo è, a mio avviso, quello di affrontare una serie di tematiche, estremamente complesse, con semplicità, ovvero di fare divulgazione scientifica alla portata delle “capre”, appunto, in modo da poter raggiungere anche - direi soprattutto - i non addetti ai lavori.

Il geniale continuo rimando ad esercizi da fare nel corso della lettura e l’invito ad effettuare verifiche sui motori di ricerca in internet dovrebbero renderlo adatto anche agli studenti delle scuole superiori che, oltre ad essere, talvolta, delle capre, (ma pure certi loro professori non scherzano…), com’è noto, sono stati definiti, in un celebre romanzo di Michele Serra, gli “sdraiati”, qualità che non dovrebbe compromettere la capacità di indottrinarsi un po’, leggendo questo testo sorreggendolo con la mano sinistra, mentre con la destra potranno contemporaneamente continuare a smanettare sul loro Iphone.

Difficile sintetizzare i contenuti di quest’opera che di per sé si propone proprio, a sua volta, di presentare una sintesi delle tante e complesse cause che hanno portato allo stato attuale delle tre crisi. Fatti tutti i dovuti distinguo del caso, “Picco per capre” potremmo definirlo un manuale di sopravvivenza futura, oltre che - citando ancora le parole della prefazione di Luca Mercalli -: “il distillato di decenni di riflessioni cruciali per il nostro futuro”, almeno di una certa corrente di pensiero dell’ambientalismo contemporaneo. Purtroppo infatti anche gli ambientalisti contemporanei, come sappiamo - pur rappresentando una piccola nicchia in termini numerici - hanno pensato bene, a loro volta, di  dividersi in varie linee di pensiero, tanto da concorrere - a mio avviso in maniera tutt’altro che irrilevante – a confondere più che mai le idee alle povere “capre” umane.

Quest’opera è inserita nella collana “Apocalottimismo” della casa editrice Luce, e di questa collana Luca Pardi e Jacopo Simonetta ne sono i condirettori.
Chi è dunque un apocalottimista? Per la definizione mi rifaccio direttamente a quanto riportato dal sito della casa editrice Luce Edizioni: “Un apocalottimista è sostanzialmente una persona consapevole che tutto andrà male…, ma che ancora pensa che le cose torneranno, in diverso modo, a posto”. E, ancora, dal sito www.apocalottimismo.it traggo questa ulteriore definizione: Apocalottimismo significa non perdersi d’animo, pur sapendo che il collasso della civiltà industriale sconvolgerà ogni aspetto delle nostre vite. La crisi economica e politica, la crisi energetica, lo sconvolgimento del clima, l’estinzione di milioni di specie, l’inquinamento e molto altro ancora sono tutte facce di un’unica realtà. Iniziare a capire ciò che sta accadendo certo non ci renderà immuni dalle calamità, ma ci potrà aiutare a mantenere un atteggiamento costruttivo, evitando le trappole di cui è disseminato il cammino.

L’opera di Pardi e Simonetta, nella sua prima parte, fornisce una brillante sintesi di quali siano i principali schemi macroeconomici che governano la società contemporanea, per poi passare ad i mali e le problematiche da cui questi schemi sono afflitti, cercando di prevedere ciò che il futuro ci potrebbe riservare, per poi, infine, fornirci dei suggerimenti per il “day after” che, a parere dei seguaci dell’apocalottimismo, ci attende, inevitabilmente.

Tra i concetti chiave esposti nel libro ci sono quello della crescita esponenziale.
Si stima che sul nostro pianeta 5.000 anni fa ci fossero circa 14 milioni di persone; oggi siamo oltre 7 miliardi e, nel giro di ancora non molti anni, siamo destinati a raggiungere gli 8 miliardi di abitanti. Può la Terra continuare ad ospitare una popolazione in continuo aumento, garantendo ad essa una qualità della vita sufficientemente adeguata?

Ma questa è solo la prima di una lunga serie di domande che, a cascata, ne derivano come causa e/o conseguenza.

Uno dei concetti cruciali credo sia quello dell’utilizzo delle risorse, delle materie prime e delle fonti energetiche cui l’uomo ricorre quotidianamente per garantirsi un livello qualitativo di vita, sulla cui irrinunciabilità gli autori sembrano esprimere evidenti perplessità.
Può la specie umana, che vive in un ambiente finito, delimitato, e le cui fonti sono, in gran parte, limitate, per quanto abbondanti, continuare ad attingere a queste fonti in maniera indiscriminata come se esse non dovessero mai esaurirsi?

Questo introduce il concetto di “Picco”, alla base del titolo del libro, ovvero il punto di massimo sfruttamento/prelievo di una determinata risorsa finita del pianeta (ad esempio il petrolio, il gas naturale, il carbone, alcune materie prime come l’oro, il rame ecc.) superato il quale,  quella determinata risorsa, pur continuando ad essere presente sul pianeta, è destinata, sia pure lentamente, e con le progressive opere di estrazione e prelievo, ad esaurirsi o, quanto meno, a divenire di sempre più difficile reperibilità.

Altro concetto basilare è quello della crescita economica condannata, al fine di garantire benessere, a progredire in maniera infinita, così come la crescita, costante, del Prodotto Interno Lordo, il PIL e  sulla cui attendibilità, come indice di benessere di una nazione, ormai da tempo si sono levati pareri contrari, come ben sappiamo.
E quando avremo esaurito il petrolio, cosa faremo? La qualità della nostra vita potrà continuare ad essere la stessa dell’epoca attuale?
Le domande, nel corso della lettura, come già detto, si susseguono quasi a catena, l’una conseguenza o causa della precedente. Dalla crisi economica si passa ad analizzare quella energetica che, a sua volta, con l’esaurimento progressivo delle fonti fossili (petrolio, gas e carbone) il cui sovra utilizzo è causa della crisi ecologica e di tutto quello che la caratterizza (e di cui tante volte abbiamo parlato su questo blog).

Le fonti rinnovabili possono rappresentare un’alternativa, ma gli autori c’illustrano quali limiti esse abbiano almeno stando al loro utilizzo in base alle attuali tecnologie.

Emerge invece un certo scetticismo verso i sostenitori della filosofia dell’efficienza energetica, come una delle strade da seguire per il futuro nell’uso delle fonti energetiche. Rifacendomi ancora direttamente al testo: “…alla prova dei fatti, il miglioramento dell’efficienza d’uso di una risorsa ne fa aumentare, anziché diminuire il consumo.”, citando, a riguardo, W.S. Jevons ed il suo paradosso.

Anche se Simonetta e Pardi ammettono di non poter prevedere con esattezza quale sarà il futuro della specie umana, essi sembrano non lasciare molte speranze sul fatto che la qualità della vita sia destinata a cambiare, anzi meglio a “decrescere” usando il termine caro a Serge Latouche, (qui, non a caso, più volte citato).

Gli autori, nella parte ultima del libro, forniscono tutta una serie di suggerimenti utili ad adattarsi/adeguarsi al futuro che ci attende nonché a mitigare le conseguenze delle nostre azioni passate e presenti, proponendoci sostanzialmente un nuovo paradigma di stile di vita orientato ad una maggiore sobrietà ed attenzione al rispetto dell’ambiente e delle sue risorse, ed invitandoci anche a riflettere sui valori davvero essenziali delle nostre vite, e da cui invece il modello consumistico ci ha purtroppo allontanato.

Ritengo che “Picco per capre” sia una lettura molto edificante specie per un giovane. Sicuramente proporrò, negli anni questo libro ai miei figli, ma non con l’intento di spaventarli, bensì per stimolarli alla consapevolezza ed alla riflessione, nonché alla discussione su questi temi innanzitutto con me e mia moglie, da sempre più ambientalista del sottoscritto. Quando si è giovani ci si può sentire immortali, o qualcosa di molto simile, e pertanto si è spesso portati a sdrammatizzare ed a vivere con delle aspettative fiduciose per il futuro che ci attende.
Quanto a me, purtroppo non sono più in giovane età; eppure continuo a faticare ad accettare la prospettiva che davvero nel giro di qualche decina di anni tutto possa definitivamente peggiorare.
Nonostante questo, o forse proprio per questa ragione, nel dubbio, (che comunque mi attanaglia), negli ultimi tempi sono divenuto un po’ più fatalista, e tendo a propendere più alla filosofia del “carpe diem”, sentendomi più cicala che formica.
Recentemente mi sono svegliato in un albergo sull’Adriatico ed affacciandomi alla finestra della mia camera, la mattina mi sono trovato di fronte l’alba che qui ho ritratto.


Di fronte a certi paesaggi è difficile perdere la speranza per il futuro, ed il sentimento che provo è tutt’altro che preoccupazione ma voglia di vivere, vivere, vivere, come fosse sempre l’ultimo giorno.
Quando nel 2009 ho aperto questo blog l’ho fatto innanzitutto per me stesso, per costringermi a riflettere proprio ed innanzitutto sui temi che affronta “Picco per capre”.

Negli anni ho cercato di documentarmi, approfondire certe problematiche, e, nel mio piccolo, spronare anche qualcun altro a fare la stessa cosa.
Ma, a distanza di qualche tempo, continuo ad essere confuso.
Che pianeta faremo? Chissà. Ancora non lo so.

Ma, se posso dare un consiglio - da capra naturalmente - a Simonetta e Pardi, che tanti ne offrono a noi, eccolo: non vorrei che, a forza di preoccuparci tanto del futuro che attende l’uomo e le altre specie viventi del pianeta Terra, ci dimenticassimo di vivere e godere appieno ciò che la Terra e la vita continuano ad offrire, prima che sia davvero troppo tardi.

A forza di ripetersi: ricordati che devi morire, ricordati che devi morire, uno finisce col dimenticarsi di vivere…

Michele Salvadori

domenica 14 dicembre 2014

"Contro (la) natura" Di Chicco Testa

Decidendo di seguire con osservanza intransigente i principi della filosofia del “chilometro zero”, potremmo giungere un giorno al paradosso di essere costretti a cibarci di sole cipolle, vivendo a Tropea, oppure di solo lardo, vivendo a Colonnata o – quel che è peggio – di solo porridge (orzo bollito) se vi trovate nel Galles. E la maggioranza della popolazione umana dovrebbe andare avanti senza o con pochissima frutta.
Quella sopra descritta per le cipolle e il lardo rappresenta una delle provocazioni con le quali Chicco Testa, con Patrizia Feletig, nel loro libro dal titolo “Contro (la) Natura” (Marsilio Editore – Collana I Grilli), tentano di combattere una nuova figura che da ormai alcuni anni sta imperversando nella società industrializzata, e che gli autori definiscono l’“ambientalista collettivo”.
Una delle principali tesi del libro è che oggi l’ambientalismo, fatte le dovute eccezioni che però caratterizzano pochi gruppi, è ormai divenuto “un mantra pieno di luoghi comuni, una miscela indistinta di qualche buona idea e aure senza senso, dati scientifici usati come gadget, informazione sensazionalista, mode e marketing” e altro ancora.
Secondo Chicco Testa, la gran parte di noi si lascia condizionare da questo modo di pensare anche a causa del fatto che ormai i media parlano di questi temi continuamente ma giungendo sempre alle medesime conclusioni e proponendo lo stesso messaggio. Molti di noi provano ormai un senso di colpa ogni volta che acquistano qualche banana (Orrore! Un prodotto che proviene dall’altra parte del mondo e che ha viaggiato per migliaia di chilometri con tutto quello che ne consegue).
L‘“ambientalista collettivo”, che ormai pilota o cerca di pilotare i pensieri del cittadino comune, concorre, secondo Testa e Feletig, a farci credere che la Natura sia un’imponente macchina ispirata esclusivamente da principi buoni e giusti e che pertanto l’uomo debba regolare le proprie azioni e comportamenti seguendo questi presunti principi.
Ma nella realtà, ed a dispetto del pensiero predominante, la natura non si cura affatto dell’uomo. Essa va avanti e basta. Il pianeta Terra è esistito miliardi di anni prima che sulla sua superficie si sviluppasse la vita e si evolvesse quindi la specie umana e, con ogni probabilità, andrà avanti ancora a lungo anche se l’uomo si dovesse estinguere. Quando parliamo di “salvare il pianeta”, secondo gli autori, facciamo pura e semplice demagogia. La Terra non ha affatto bisogno di essere salvata dall’uomo. Il nostro pianeta continuerà a vivere anche se, per cause dovute o meno alle azioni dell’uomo, la nostra specie dovesse un giorno malauguratamente estinguersi.
Il punto semmai è un altro; alla specie umana necessita preservare certe condizioni di stato sul pianeta perché esse sono in grado di garantire continuità alla vita dell’uomo sulla Terra. Siamo pertanto mossi ad agire solo per utilitarismo, per un puro interesse egoistico, dettato dalle opportunità di sopravvivenza.
L’idea non è del tutto nuova. In un suo libro, dal titolo “The Medea Hypothesis”, il paleontologo americano Peter Ward, nel 2009, ha cercato di ribaltare la “Teoria di Gaia” sviluppata invece nel celebre ed omonimo libro di James Lovelock. Anche se le conclusioni di Ward sono distanti da quelle a cui giunge Testa, entrambi partono dal medesimo presupposto. Ward descrive la Natura appunto come “matrigna” e del tutto disinteressata alle sorti dell’uomo, contrapponendola volutamente alla figura benevola e materna descritta da Lovelock. Più correttamente, applicando le osservazioni scientifiche che sono ben lontane da questi tentativi di personalizzazione della Terra, la Natura – anzi, dovremmo scrivere “natura” con la minuscola - non è né materna, né benigna, né buona, né cattiva, e neanche “indifferente”. Semplicemente “è”, e si nuove secondo l’influsso casuale su di essa del mondo vivente e non-vivente, compreso l’uomo, che è parte integrante dell’ecosistema e in grado di modificarlo.
Si deve riconoscere al libro di Testa il merito di andare “contro” il pensiero (sedicente) ambientalista dominante odierno, facendolo, oltretutto, con uno stile semplice, accessibile anche ai non addetti ai lavori e con un tocco d’ironia che non guasta.
In “Contro (la) Natura” si afferma, ad esempio, come la specie umana dovrebbe essere grata al famoso meteorite che, entrando in collisione con il pianeta, ha probabilmente causato l’estinzione dei dinosauri e creato così i presupposti per lo sviluppo dell’ordine dei Mammiferi e quindi della nostra specie (la natura benigna in questo caso lo è stata per l’uomo, certo non per i poveri dinosauri!). E ancora, si narra del paradosso per il quale l’avvento del petrolio abbia contribuito a salvare molte più balene di quante siano riusciti a fare gli attivisti di Greenpeace (grazie al conseguente abbandono della pratica di estrazione dell’olio di balena prima utilizzato come combustibile).     
Per molte persone concetti come “natura” e “naturale” comunicano un senso di giustizia, razionalità, bontà e bellezza. Gli autori del libro si chiedono allora se queste considerazioni siamo disposti a farle anche nei confronti di un tifone o un terremoto, del fungo Amanita muscaria o dell’arsenico… oppure dell’orsa Danica che, a difesa dei propri cuccioli, attacca in un bosco un cercatore di funghi.
Da anni registriamo la tendenza a tornare a vivere in campagna, senza considerare che la vita in campagna oggi è resa decisamente più confortevole grazie alle moderne tecnologie che ci permettono di viverci senza praticamente rinunciare a niente: acqua calda, riscaldamento, elettricità, sistemi di comunicazione, connessione internet. Di fatto, è un po’ come se ci trovassimo all’interno di una grande bolla tecnologica che ci tutela da tutti quegli aspetti disagevoli che invece caratterizzavano la vita dell’uomo in questi contesti fino a non molto tempo fa. Citando ancora un passo del libro: “Anche il più modesto agriturismo, una volta semplice estensione dell’abitazione e dello stile di vita di famiglie contadine, è oggi un piccolo albergo, che esiste solo se possiede un sito web e che si sente domandare dall’ospite che vuole prenotare se è dotato di aria condizionata e wi-fi”.
Siamo dentro la natura eppure al riparo da essa, in una condizione molto simile a quella del visitatore di un grande acquario che si trova nelle immediate vicinanze della vasca che ospita uno squalo tigre ma senza alcun rischio per la propria incolumità. Per non parlare delle cose ritenute e propagandate come naturali, quando sono in parte frutto dell’ingegno dell’uomo, come gli animali, le piante e i microorganismi domesticati a furia di incroci e di selezioni eseguiti dai contadini e dagli allevatori, dagli agronomi e dagli scienziati: come la mucca da latte e i legumi coltivati (tanto per citare due specie).
“Bellezza significa insomma, per noi, prima di tutto sicurezza. E’ la sicurezza, conquistata con mille strumenti artificiali, che rende bello il mondo”.
E’ proprio grazie all’ingegno della nostra specie che la vita dell’uomo sulla Terra ha potuto svilupparsi a dispetto delle teorie catastrofiste, per prima quella di Malthus, che prevedevano la drastica diminuzione della popolazione umana terrestre causata dal progressivo consumo delle risorse. Da anni invece assistiamo ad una continua revisione al rialzo delle stime sulle nostre riserve di materie prime ed al contempo le nuove tecnologie consentono all’uomo di migliorare costantemente l’efficienza nell’utilizzo di queste stesse risorse.
Il libro, in proposito, propone la seguente analisi. L’alto sviluppo demografico e la concentrazione di ormai oltre il 50% della popolazione in vasti agglomerati urbani non possono essere affrontati senza l’uso di una produzione agricola di stampo industriale e proprio la concentrazione della popolazione in aree delimitate come le grandi metropoli favorisce l’applicazione di criteri di efficienza nel consumo e nella distribuzione di tali risorse. Nella seconda metà del secolo scorso la produzione mondiale di cereali è balzata da 700 milioni a 1,9 miliardi di tonnellate con le stesse superfici coltivate grazie allo sviluppo di nuove tecnologie. In questa ottica anche la battaglia contro gli “Ogm”, secondo Chicco Testa, è deprecabile oltre che contraddittoria. La creazione di piante più resistenti ai parassiti abbassa il ricorso all’uso di antiparassitari, così come piante meno bisognose d’acqua permettono la loro coltivazione in aree siccitose. Ma, paradossalmente, mentre in Italia sono vietate le sperimentazioni sugli Ogm, sempre in Italia viene importata, come mangime per animali, la soia geneticamente modificata, con risultato che prodotti tipici derivano da animali nutriti con Ogm. Tutto è stato reso possibile grazie all’innovazione tecnologica ed alla capacità della specie umana; se la specie umana si fosse assoggettata in tutto al dominio della natura, essa probabilmente oggi sarebbe già estinta.
Naturalmente non tutte le conclusioni a cui giungono Testa e la Feletig sono condivisibili; (ad esempio, quelle in favore del nucleare e dell’eolico). Tuttavia, è importante che un libro cerchi di trasmettere un messaggio incoraggiante e positivo, un messaggio - se vogliamo - anche di speranza per il futuro a dispetto delle più comuni prefiche ambientaliste, che in genere sono specializzare nella divulgazione di messaggi pessimistici.
In uno degli ultimi capitoli del libro, gli autori dedicano la loro attenzione a quella parte del mondo ambientalista che, sfidando l’ostracismo dei più, ha osato negli ultimi anni prendere le distanze dall’ambientalista collettivo. La questione ricorda le note e recenti vicende che hanno riguardato gli Amici della Terra italiani e la loro adesione in qualità di membri della federazione dei Friends of the Earth International.
Molti punti di contatto si possono riscontrare tra il ragionamento di Chicco Testa e posizioni espresse degli Amici della Terra Italia, che tradizionalmente hanno cercato di non farsi influenzare dalle facili e diffuse posizioni ideologizzate sulle tematiche ambientali: questa attenzione critica è stato il modus operandi che contraddistingue gli Amici della Terra italiani non da oggi. Certe scelte sono costate un prezzo alto ma sono rimaste nel patrimonio dal movimento ambientalista riformista. Questo significa che comunque ne è valsa la pena.
                                            
Michele Salvadori

domenica 22 luglio 2012

State of the World 2012


Il consueto Rapporto annuale del Worldwatch Institute è stato dedicato quest’anno alle tematiche della green economy allo scopo di avviare un dibattito propedeutico al Summit di Rio de Janeiro, tenutosi lo scorso giugno, nello stesso luogo dove era stato realizzato esattamente 20 anni fa.
Ma se il Summit del 1992 resta tutt’oggi un momento storico per il mondo ambientalista per la portata delle decisioni varate allora, non altrettanto si può affermare per i risultati raggiunti dal meeting di quest’anno, di fatto bloccato da tutta una serie di veti incrociati tra le nazioni partecipanti.
Eppure l’edizione 2012 di State of the World a me è parsa tra le migliori degli ultimi anni per le tematiche affrontatevi e per la notevole serie di proposte ed esempi concreti in essa riportate dai vari esperti che hanno redatto le singole parti di questo corposo rapporto sullo stato del nostro pianeta.
Volendo utilizzare un termine per classificare il volume - edito come da molti anni per l’Italia dalle Edizioni Ambiente, (pp. 390, €. 24,00) – io lo definirei un testo all’insegna del “downshifting”.
Il quadro che ci viene mostrato dai redattori del Worldwatch Institute è in effetti quello di un pianeta, la Terra, ormai ridotta allo stremo proprio a causa delle scelte compiute dall’uomo. La grave crisi economica che stiamo attraversando potrebbe essere assunta ad emblema, metafora, naturale conseguenza di queste scelte. 
Gianfranco Bologna, nella sua consueta introduzione al rapporto, cita la copertina di The Economist che lo scorso maggio 2011 riportava il titolo: “Welcome to the Anthropocene. Geology’s new age”. Ormai l’idea di vivere in un mondo sempre più dominato dalla specie umana sta uscendo dallo stretto ambito della ricerca scientifica e permeando la nostra cultura diffusa.
Il libro è una vera miniera di dati emblematici in tal senso. Ne cito solo alcuni a titolo d’esempio:

  • -      la concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera ha raggiunto nel febbraio 2012 il livello di 393,65 ppm. Nel 1959, primo anno in cui essa venne calcolata, essa era di 315,98 ppm.
  • -       il 31 ottobre 2011 la Terra ha raggiunto i 7 miliardi di abitanti; il primo miliardo era stato raggiunto solo ad inizio Ottocento, il secondo ad inizio Novecento, il terzo miliardo nel 1959, il quarto nel 1974 … l’ottavo miliardo dovrebbe essere raggiunto nel 2025.
  • -      dagli anni ’70 i livelli di motorizzazione hanno conosciuto un’incessante crescita globale; nel 1990 erano in circolazione sulla Terra 500 milioni di auto; oggi se contano circa 800 milioni e l’AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia) prevede che per il 2050 saliranno a 2-3 miliardi.
Partendo da questi presupposti risulta evidente come la prospettiva di uno sviluppo sempre più ampio della cosiddetta green economy, intesa come un’economia che produca un miglioramento del benessere umano e dell’equità sociale, contestualmente ad una significativa riduzione dei rischi ambientali, ovvero di un’economia a bassa intensità di carbonio e sempre più efficiente nell’utilizzo delle risorse, rappresenta non solo una valida alternativa ma anche, ormai, una strada obbligata.

Uno dei motti che sintetizza molti degli interventi riportati in questo volume potrebbe essere quello del “fare di più con meno” caro ai cosiddetti filosofi della decrescita. Il tema è stato più volte trattato su questo blog ma per comodità cerco di riportarne qui una breve sintesi: con il termine decrescita s’intende un’inversione di tendenza volontaria delle economie che si allontanino dal perseguimento della crescita infinita per tornare ad essere in linea con i confini planetari, ad un sistema economico allo stato stazionario che sia in equilibrio con i limiti della Terra. Primo teorico di questa idea fu l’economista rumeno N. Georgescu-Roegen ma ormai sono molti i suoi sostenitori. Uno su tutti è SergeLatouche che da ormai diversi anni si sforza di spiegare come il concetto di decrescita non è sinonimo di decadenza o sofferenza, bensì paragonabile ad una dieta sana seguita volontariamente per migliorare il benessere di una persona. Molto interessante in proposito la sua ultima pubblicazione in Italia dal titolo “Per un’abbondanza frugale” (Ediz. Bollati Boringhieri, pp. 150, €. 15,00) in cui egli ribadisce ancora una volta i punti cardine del suo pensiero improntato ad una radicale critica del liberalismo, inteso come insieme di valori alla base della società dei consumi, ribadendo la sua proposta incentrata sulle cosiddette otto “R” (rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare). Anche l’economista Tim Jackson si avvicina a questa teoria parlando, nel suo omonimo libro, di “Prosperità senza crescita” (Ediz. Ambiente 2011, pp. 300, €. 24,00) ovvero prospettando anch’egli un’idea di sviluppo economico non più improntata ad uno stile di vita consumistico, ma piuttosto alla prospettiva di una società florida in quanto luogo dove sia possibile vivere una vita migliore lavorando meno e consumando meno.Questo ultimo testo è già stato commentato su questo blog e puoi leggere la recensione cliccando sul titolo sopra riportato.

Sono molti i paradossi che possiamo individuare nella società dei consumi di oggi. Negli Stati Uniti, ad esempio, due adulti su tre risultano sovrappeso oppure obesi e questo riduce molto la qualità della loro esistenza e la loro aspettativa di vita. Inoltre questo costa al paese un extra di 270 milioni di dollari all’anno per spese mediche e perdita di produttività per morti premature ed invalidità. La sola industria alimentare negli Stati Uniti guadagna fino a 100 miliardi di dollari l’anno sull’obesità. Ma giustamente il Rapporto fa notare come l’obesità sia solo uno degli effetti collaterali al sovrasviluppo. Maggior indebitamento, orari di lavoro prolungati, dipendenza farmacologica, perdita di tempo nel traffico e addirittura più elevati livelli di isolamento sociale sono dovuti, almeno in parte, a stili di vita con alti livelli di consumo.
Citando un passo del testo, “puntare alla decrescita, oltre a ridurre gli effetti collaterali fisici e sociali della ossessiva aspirazione alla crescita, ridurrebbe l’impatto ambientale dell’economia umana poiché alcune popolazioni consumerebbero meno cibo, risorse ed energia”.


Il breve cartone animato, qui sotto visionabile e prodotto dalla The New Economics Foundation raffigura in maniera impeccabile l’assurdità della crescita infinita. Se un criceto non smettesse di crescere una volta raggiunta l’età adulta, arriverebbe a 9 milioni di tonnellate al suo primo anno di vita e in un solo giorno potrebbe mangiare il grano prodotto ogni anno in tutto il mondo. E avrebbe ancora fame. La voce narrante conclude: “C’è un motivo per cui in natura le cose crescono solo fino ad un certo punto, quindi perché gli economisti e i politici pensano che l’economia possa crescere all’infinito?”


Un capitolo di State of the World 2012 è dedicato alla pianificazione dello sviluppo urbano. Ormai la popolazione mondiale e la produzione economica si stanno spostando sempre più nelle aree urbane. Oltre il 70% degli abitanti del Nord America, America Latina ed Europa vivono già nelle grandi città. In quanto motori di crescita economica, le città stanno diventando sempre più importanti per la produzione economica e sul fronte occupazionale. Le Megalopoli – città con più di 10 milioni di abitanti – negli ultimi 20 anni sono più che raddoppiate ed oggi ospitano già il 7% della popolazione mondiale. In testa alla classifica delle città più abitate del pianeta troviamo Tokyo con i suoi 36,7 milioni di abitanti seguita da Delhi con 22,2 milioni (nel 1990 quest’ultima era ancora all’undicesimo posto). Secondo le previsioni entro il 2025 le megalopoli sul pianeta saranno già 27 (oggi sono 21). Eppure, se queste aree verranno pianificate in maniera strategica, esse potranno offrire importanti opportunità in termini di risparmio energetico, trasporti collettivi e produzione del cibo, facilmente immaginabili laddove si riscontra una notevole densità abitativa che, se sfruttata in modo intelligente, potrebbe portare ad un notevole abbassamento dei costi di gestione di questi insediamenti. Delhi - cita ancora State of the World a titolo di esempio - ha progettato un sistema per l’approvvigionamento idrico che raccoglie l’acqua piovana incrementando il livello delle falde; a Dhaka è stato costruito un impianto di compostaggio che può processare fino a 700 tonnellate di rifiuti organici al giorno.

Il problema dei trasporti è giudicato dal Worldwatch Institute come un altro settore strategico la cui pianificazione risulta fondamentale. Ad esempio, è statisticamente dimostrato come la costruzione di arterie ad alto scorrimento in città e la capacità dei parcheggi per le auto private non solo non decongestionano la rete dei trasporti ma inquinano anche l’aria urbana, accelerando il processo dei cambiamenti climatici e aumentano la dipendenza dalle importazioni di combustibile per quei paesi, come l’Italia che sono prive di materie prime. Inoltre contribuiscono all’aumento delle malattie respiratorie e delle morti per incidenti da traffico, oltre a causare spreco di tempo e denaro per gli spostamenti rallentati. Ma tutto questo si può evitare. Investimenti in sistemi di trasporto più sostenibili possono generare più posti di lavoro, tutelando allo stesso tempo l’ambiente. Un autobus con una capienza massima di 50-70 persone occupa approssimativamente lo stesso spazio di tre automobili che in media trasportano 6 passeggeri. (ndr: provate ad osservare i passeggeri a bordo delle auto che intasano un viale in una normale giornata lavorativa: scoprirete che la maggioranza è composta da una sola persona … !) Eppure le soluzioni ci sarebbero già: dal bike-sharing (Parigi, Shanghai, Barcellona, ma anche ormai molte città italiane) al car-sharing, agli autobus a trasporto rapido (Bogotà, Guangzhou), dalle normative che disincentivano l’uso dei veicoli privati a motore (Singapore, Londra, Stoccolma, Milano) al miglioramento dell’efficienza dei veicoli (Giappone, California, Unione europea).

Un altro tema particolarmente approfondito da questa edizione del Rapporto sullo stato del pianeta è quello della sovrappopolazione. L’umanità potrebbe passare realmente dagli attuali 7 miliardi ai 9 miliardi previsti entro la metà del secolo, per poi assestarsi attorno ai 10 miliardi nel corso del 22° secolo. Robert Engelman, Presidente del Worldwatch Institute, sostiene che questo deve essere impedito e che le possibilità per farlo già oggi ci sono, soprattutto intervenendo nel campo della contraccezione ed in quello dell’istruzione; le statistiche a riguardo sembrerebbero infatti dimostrare che più s’innalza il livello di istruzione di una popolazione (in particolare quello femminile) e più si abbassa il numero medio di figli per famiglia. In proposito però sono io a nutrire qualche scetticismo. Risulta evidente infatti che, similmente a quanto già oggi sta avvenendo nel nostro paese, seguendo questa strategia una sempre minore percentuale di popolazione lavorerebbe e verserebbe  i contributi per la pensione e l’assistenza sanitaria di un numero invece sempre crescente di persone anziane che non lavorano più. Siamo proprio sicuri che questo compromesso sia accettabile in cambio di una vita più lunga ed in un mondo meno popoloso anche se meno inquinato?

Un tema sul quale invece torno in sintonia con gli autori del Rapporto è quello dedicato all’impatto ambientale causato dagli animali domestici. Oltre alla popolazione umana, c’è un’altra popolazione che cresce rapidamente nel mondo: quella dei cani e dei gatti domestici. Negli Stati Uniti – riporta sempre l’annuario - ci sono 61 milioni di cani e 76,5 milioni di gatti. In termini di alimentazione – citando State of the World – “un cane di taglia grande utilizza 0,36 ettari di risorse l’anno, un cane di taglia piccola 0,18 e un gatto 0,13 ettari. In confronto un’abitante del Bangladesh usa in media 0,6 ettari di risorse l’anno in totale, meno di due pastori tedeschi in un anno. (…) Dar da mangiare agli animali domestici americani ha un impatto ambientale pari alle popolazioni di Cuba e Haiti messe assieme.” Non parliamo poi di tutto il merchandising legato al mondo degli animali d’affezione: abbigliamento su misura, giocattoli, sofisticate cure veterinarie, servizi di dog-sitter, saloni di bellezza, e altro ancora. Ogni anno si spendono per il solo cibo per gli animali domestici qualcosa come 42 miliardi di dollari a livello globale. Se dobbiamo ridurre la popolazione umana credo sia altrettanto giusto ridurre anche quella degli animali domestici. E, se proprio vogliamo avere un animale in casa, adottiamo uno dei tanti che purtroppo vengono abbandonati e sono costretti a vivere in strutture di ricovero che oltretutto rappresentano un costo per le nostre comunità. Possedere un animale domestico oggi è un lusso che comporta un notevole costo anche in termini ecologici anche se, facendo tale affermazione, so già di attirarmi le ire di molti animalisti che la pensano in maniera totalmente diversa.

La critica più accanita State of the World 2012 la riserva alla filosofia consumistica ancora imperante nel mondo odierno. Citando proprio uno studio dei Friendsof the Earth Europe, si ricorda come oggi vengano prelevate in generale 60 miliardi di tonnellate di risorse naturali ogni anno: circa il 30% in più rispetto ad appena 30 anni fa. Nel 2000 ogni americano ha consumato 88 chili di risorse al giorno; ogni europeo 43; ogni abitante dell’America Latina 34. Il fatto più rilevante è che tali risorse non sono impiegate solo per soddisfare necessità primarie come cibo, protezione, vestiti e trasporti, ma anche per “collezionare” quei prodotti di consumo in gran parte superflui e comunque non indispensabili. Nel solo 2008 sono stati globalmente acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi, 297 milioni di computer, 1,2 miliardi di telefoni cellulari. Tutti questi numeri sono destinati inevitabilmente a crescere man mano che nuovi individui entreranno a far parte della classe dei consumatori.
Eppure, secondo un numero sempre maggiore di studi, il benessere raramente è connesso alla crescita dei consumi.
Raggiungere la sostenibilità e consumi sostenibili richiederà uno sforzo concertato da parte di tutti, dai governi ai singoli produttori, dalla società civile ai singoli consumatori. Cambiare le abitudini di consumo significa cambiare un aspetto molto importante nella cultura di qualunque società.

Sostiene Michael Renner, condirettore di State of the World 2012, “l’umanità si comporta come se le risorse fossero infinite, come se gli ecosistemi fossero irrilevanti per l’esistenza umana, come se ci fosse una Terra 2.0 di riserva nel caso in cui dovessimo riuscire a devastare questa.” Sappiamo bene che non è così.
La strada per imparare a vivere nei limiti di un solo pianeta  è certamente difficile, eppure anche affascinante e stimolante. Troveremo la forza di portarla avanti?

Michele Salvadori

sabato 26 marzo 2011

Prosperità senza crescita di Tim Jackson

Come si esce dalla crisi economica e finanziaria che ha colpito le economie occidentali negli ultimi anni? In genere la risposta più comune che ci sentiamo dare è: potenziando la crescita!

Nell’ottobre del 2008, in piena crisi, il sindaco di Londra, Boris Johnson, inaugurando un enorme centro commerciale, invitava la gente ad uscire ed andare a spendere. Del resto lo stesso Presidente USA, George W. Bush all’indomani dell’ 11 settembre suggeriva agli americani di “uscire a fare spese”. E, se non ricordo male, lo stesso suggerimento era solito darlo ancora nel Natale di 2 anni fa il nostro Presidente del Consiglio, come rimedio alla crisi economica: “Italiani, spendete e non risparmiate!”

Ma siamo proprio sicuri che questa sia la soluzione giusta? Come possiamo conciliare la crescita costante dei commerci, il continuo aumento della popolazione, il costante e progressivo consumo delle risorse del pianeta in un ambiente comunque limitato e “finito”?

Tim Jackson, professore di Sviluppo Sostenibile all’Università del Surrey (Inghilterra), prova a fornire una risposta adeguata a questa domanda con la sua pubblicazione dal titolo: “Prosperità senza crescita”- Economia per il pianeta reale- (Edizioni Ambiente, pp. 300, €. 24,00).

"In un mondo in cui 9 miliardi di persone (lo si prevede per il 2050 ndr) volessero raggiungere il livello di benessere atteso per le nazioni dell’OCSE, ci sarebbe bisogno di un’economia pari a 15 volte quella attuale – sostiene Jackson – ma nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all’infinito: è una legge fisica." Pertanto dobbiamo, per forza di cose, mettere in dubbio che la crescita sia davvero la soluzione. L’idea di un’economia che non cresce è un’eresia per gli economisti; ma, parimenti, anche l’idea di un’economia in costante crescita è un anatema per gli ecologisti! Allora, che fare?

Come ormai ci sentiamo rispondere da più parti, la crisi economica ci offre un’opportunità unica di investire in questo necessario cambiamento. Si tratta cioè di trovare una strategia nuova che consenta all’uomo di garantirsi un certo benessere entro però quei limiti ecologici richiestigli dal fatto di vivere in un ambiente delimitato ed oltremodo stressato dallo sciagurato sfruttamento ad opera dell’uomo.

Nella prima parte del suo libro Jackson cerca di spiegare i mali dell’economia capitalista partendo proprio dal suo sistema fondato sul meccanismo del “debito”, cercando di spiegare le differenze esistenti tra debito privato (quantità di denaro dovuta dai cittadini), debito pubblico (quantità di denaro dovuta dal governo al settore privato) e debito estero (insieme di debiti che governo, imprese e famiglie hanno fuori dal proprio paese). Il nostro sistema economico, di fatto, incoraggia i suoi attori ad indebitarsi; pensiamo ad esempio ai meccanismi pubblicitari che tendono a creare bisogni fino a quel momento inesistenti e spesso superflui, al desiderio di possedere un oggetto in quanto esso ci qualifica come appartenenti ad un determinato ceto sociale, al sistema degli incentivi ideati per promuovere le vendite nei negozi. Il punto è che quando questa strategia diviene insostenibile, come accaduto nel 2008, ampie fasce di popolazione rischiano di trovarsi a fronteggiare enormi difficoltà per molto tempo.

La cultura del “prendi in prestito e spendi” non favorisce la prosperità, semmai la mina. Ma quella che Jackson definisce “l’età dell’incoscienza”, appunto fondata sulla propalazione all’infinito del sistema debitorio, non è fenomeno isolato di determinati gruppi di persone. Si tratta di una prassi divenuta col tempo consuetudine e adottata a sistema definitivo all’unico scopo di poter protrarre il più a lungo possibile il meccanismo della crescita economica. Una bella frase del Cardinal Dionigi Tettamanzi riussume perfettamente il quadro: "L'uomo dovrebbe consumare per vivere, non vivere per consumare".

La vicenda del crac Parmalat così ben delineata, nella sua tragicità, nel recente film di Andrea Molaioli ,“Il Gioiellino” è a mio parere emblematica dei nostri meccanismi comportamentali. Una società tenta di risolvere il proprio indebitamento facendo ulteriori debiti, a cui fanno seguito altre richieste di prestito alle banche che provocano ulteriori debiti fino a quando, inevitabilmente, giunge il momento in cui non sarà più possibile andare avanti.

Lo stesso discorso - spiega molto bene Tim Jackson - lo possiamo fare trasferendo il meccanismo d’indebitamento dal piano economico e finanziario a quello ambientale. Nei confronti della natura e delle sue risorse l’uomo occidentale si sta comportando esattamente allo stesso modo. In questo caso un esempio illuminante è rappresentato dal calcolo dell’Impronta Ecologica che mostra in maniera lampante come l’uomo stia da tempo consumando più risorse di quante la natura possa mettergli a disposizione per il tempo fisiologicamente necessario a ricostituirle con il risultato che la prosperità di oggi è di fatto sottratta alla prosperità delle generazioni future.

L’autore di questo testo si propone di ridefinire il nostro concetto di prosperità che dovrà necessariamente basarsi su valori diversi da quelli attuali, adottando una serie di nuovi parametri. Dovremo innanzitutto rifiutare quella logica dell’abbondanza da sempre legata alla nostra idea di prosperità, indirizzandoci invece nell’uso dei beni materiali ad un maggiore senso di consapevolezza, responsabilità e condivisione.

Vi è una considerazione su tutte che credo meriti attenzione: se alcuni diritti fondamentali quali quello alla salute, all’istruzione ed alla speranza di vita risultassero strettamente dipendenti dal livello di reddito crescente, allora per l’uomo sarebbe pressoché impossibile raggiungere la felicità in assenza di crescita economica. Ma questo non è vero; l’uomo, secondo Jackson, potrà comunque raggiungere lo stadio di benessere a patto che cambi la propria mentalità. In questo ambito viene introdotto il concetto di “decoupling” ovvero del fare di più con meno: più attività economica con meno danni ambientali, più beni e servizi con meno consumi ed emissioni, in altre parole, con maggiore efficienza. Ma al contempo Jakcson ci mette in guardia dalle facili illusioni: non è pensabile risolvere tutti i nostri problemi solo attraverso il miglioramento della nostra efficienza.
Se ad esempio decido di cambiare tutte le lampadine di casa e nell’arco di un anno risparmio mille euro di consumo di elettricità e poi uso il denaro risparmiato per acquistare un biglietto aereo per i Caraibi, sicuramente trascorrerò una settimana in un isola da sogno, però avrò vanificato in poche ore tutto il risparmio, in termini di emissioni, ottenuto!
In sostanza, l’efficienza energetica se da un lato è una strategia indispensabile a promuovere il cambiamento, dall’altro potrebbe contenere un risvolto negativo in quanto potenzialmente essa può incentivare a sua volta la crescita economica in settori paralleli a quello dove si potrà ottenere una riduzione dei consumi. La sola efficienza - sostiene dunque Jackson - non potrà mai permetterci di raggiungere la sostenibilità.

Un' altra delle strade suggerite dall'autore è quella di mutuare la strategia avviata negli anni’30 del secolo scorso dal presidente americano F. D. Roosevelt e che non a caso è definita “Green New Deal”: il settore pubblico dovrà investire in nuove tecnologie che possano apportare un deciso cambiamento in termini di sicurezza energetica, infrastrutture a basso impatto ambientale e salvaguardia della natura che a loro volta potrebbero liberare risorse per i consumi e gli investimenti delle famiglie attraverso la riduzione dei costi dell’energia. La riduzione della nostra dipendenza dai combustibili fossili (con quello che ne conseguirebbe anche in termini geopolitici) potrà a sua volta creare invece maggiore occupazione nel settore della green economy, ridurre la produzione di emissioni climalteranti, o in conclusione migliorare la qualità dell’ambiente nel quale viviamo.

In particolare, l’autore si sofferma ad analizzare il sistema dei cosiddetti “incentivi verdi”, a suo parere essenziali per il lancio definitivo di queste strategie, e cita come esempio particolarmente virtuoso quello della Corea del Sud, che negli ultimi anni ha stanziato addirittura l’80% del proprio pacchetto globale d’incentivi destinandolo ad obiettivi ambientali. Si stima che in questo modo essa creerà nel giro dei prossimi quattro anni ben 960.000 nuovi posti di lavoro.

Ma questa strategia risulta ancora lontana dall’essere adottata in gran parte del resto dei paesi del pianeta. L’Italia, ad esempio, nel 2009 ha destinato appena l’ 1,3 dei suoi incentivi alla componente “verde”, a fronte del 37,8 % della Cina, del 58,7% dell’Unione Europea e del 21,2% della Francia. Gli Stati Uniti si sono per ora fermati al 9,8%.
Investire nella costruzione di nuove strade, per esempio, può in effetti garantire nell’immediato la conservazione di posti di lavoro e ridare slancio all’economia. Ma se l’incentivo viene usato per finanziare interventi ad alto impatto ambientale, in futuro potrebbe essere impossibile riportare le emissioni al di sotto dei livelli che oggi inseguiamo.

Provando a sintetizzare l’elenco delle proposte - per le quali comunque rimando come sempre alla lettura del volume - un’altra delle soluzioni avanzate dallo studioso inglese è quella della riduzione dell’orario di lavoro, secondo la ormai vecchia formula “lavorare meno, lavorare tutti”, questo anche perché secondo Jackson accorciare la settimana lavorativa consentirebbe di avere a disposizione maggior tempo libero da utilizzare per noi stessi, la famiglia, i nostri passatempi, ma – perché no – anche per l’impegno sociale come le attività di volontariato.

Altra strategia auspicata è poi quella del potenziamento della ricerca tecnologica – ovvio - in direzione della sostenibilità. Gli investimenti, secondo Jackson, dovranno essere principalmente dirottati sulla produttività delle risorse, le fonti energetiche rinnovabili, le tecnologie “pulite”, i business “verdi”, l’adattamento climatico e la valorizzazione dell’ecosistema.

Ma – ci ribadisce più volte nelle sue pagine l’autore - la strategia principale dovrà essere quella di combattere drasticamente il “consumismo” considerato da Jackson il vero cancro dell’attuale sistema. Dovremo cioè contribuire alla creazione di un nuovo “edonismo alternativo” individuando fonti di soddisfazione che esulino dal mercato tradizionale. I valori materialistici come la fama, l’immagine e il successo finanziario si oppongono a livello psicologico a valori intrinseci come l’accettazione di sé, l’appartenenza ad un gruppo sociale o il sentire di far parte di una comunità. Ma proprio questi ultimi sono gli ingredienti della nuova prosperità. Le indagini in questo settore dimostrano del resto come le persone con valori intrinseci più elevati abbiano una vita più soddisfacente e al contempo dimostrano livelli di responsabilità ambientale più alti rispetto a quelle con valori materialistici. Ma per favorire questo cambiamento strutturale sarà altrettanto indispensabile il ruolo della politica, fino ad oggi più sensibile a soddisfare la pancia dei propri elettori in cambio del loro assenso, piuttosto che a rivestire un ruolo guida verso un cambiamento virtuoso di tutta la società.

L’ultimo capitolo del libro è dedicato a quello che dovrà essere un inevitabile periodo di transizione dall’attuale sistema consumistico alla nuova era di prosperità. Stabilire i limiti sull’utilizzo delle risorse e fare in modo che le attività economiche siano molto più consapevoli, fissare tetti massimi di utilizzo delle risorse e per le emissioni prodotte, saranno i primi passi imprescindibili. A tal proposito Jackson elogia il lavoro svolto nel corso degli anni, e già a partire dal 1992, da parte degli Amici della Terra nello sviluppo del concetto di "spazio ambientale" definito come quantitativo di energia, di risorse non rinnovabili, di territorio, acqua, legname e di capacità di assorbire inquinamento che può essere utilizzato a livello mondiale o regionale pro capite senza determinare danni ambientali. Proprio da questa valutazione potrà derivare l’elaborazione di politiche adeguate ad assicurare lo sviluppo sostenibile ed un’equa condivisione.

L’investimento ecologico dovrà essere indirizzato invece alla riqualificazione edilizia e all’implementazione di sistemi a basso impatto e basso consumo energetico; sviluppare tecnologie basate su fonti rinnovabili; riprogettare le reti di distribuzione dei servizi di pubblica utilità; potenziare le infrastrutture per il trasporto pubblico; ampliare le aree pubbliche quali zone pedonali, spazi verdi, biblioteche; salvaguardare e valorizzare gli ecosistemi.

E’ evidente che raggiungere questi obiettivi sarà una sfida enorme, siamo tuttavia con le spalle al muro e dunque non abbiamo poi molte altre scelte. La nostra unica possibilità è lavorare per questo cambiamento, credendoci fino in fondo.

“L’animale umano è una bestia condannata a morire che, se ha mezzi, compra, compra e compra. E la ragione per cui compra tutto quello che può è l’assurda speranza che fra le molte cose ci sia la vita eterna”. (Tennessee Williams)

Michele Salvadori

domenica 6 marzo 2011

"Come si esce dalla società dei consumi" di Serge Latouche

“Perché dovrei preoccuparmi dei posteri? I posteri si sono mai preoccupati di me?” Il problema del sovracconsumo delle nostre risorse potremmo in effetti anche liquidarlo con questa celebre battuta di Groucho Marx. Il punto, invece serissimo, è che parte di noi oggi sta prendendo alla lettera questa frase.

Eppure già Plinio il Vecchio vaticinava: “Le cose che ci rovinano e ci conducono agli inferi sono quelle che essa (la Terra) ha nascosto nel suo seno, cose che non si generano in un momento… Quanto innocente, quanto felice, anzi perfino raffinata sarebbe la nostra vita, se non altrove volgesse le sue brame, ma solo a ciò che si trova sulla superficie terrestre!”

Il nuovo libro di Serge Latouche - ormai considerato il guru della filosofia della decrescita - dal titolo “Come si esce dalla società dei consumi” (Ediz. Bollati-Boringhieri pp. 205, €. 16,00), ribadisce e sintetizza quanto espresso nelle sue precedenti pubblicazioni sul tema (La scommessa della decrescita e Breve trattato sulla decrescita serena), sia rispondendo alle critiche nel frattempo giuntegli anche da una parte del mondo ambientalista, sia ripercorrendo a ritroso il pensiero dei principali studiosi delle teorie sulla sostenibilità dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi.

Latouche parte da un assunto ormai noto: la società dei consumi di massa è arrivata ad un vicolo cieco. E’ una società che ha la sua base – anzi la sua essenza – nella crescita senza limiti, mentre i dati fisici, geologici e biologici le impediscono di proseguire su quella strada, data la finitezza del pianeta. Secondo Latouche è ormai troppo tardi per porre rimedio ai nostri comportamenti. “Anche se riducessimo la nostra impronta ecologica ad un livello sostenibile, avremmo comunque un innalzamento della temperatura di due gradi entro la fine del secolo. Ormai il problema non è quello di evitare la catastrofe, ma solo di limitarla, e soprattutto di domandarsi come gestirla.”

In questo testo, scritto con un linguaggio accessibile e dal tono divulgativo, l’autore cerca intanto di ricostruire le varie fasi che hanno portato allo sviluppo del consumismo partendo dal lontano 1750 con la nascita del capitalismo occidentale e dell’economia politica. Dal saggio “Ricchezza delle nazioni” in cui Adam Smith professa che l’arricchimento degli uni finirà per avere ricadute positive su tutti, per arrivare agli anni ’50 del ‘900 con la nascita della società dei consumi, quando il sistema libererà tutto il proprio potenziale creativo e distruttivo attraverso i suoi tre principali pilastri: la pubblicità, che crea instancabilmente il desiderio di consumare; il credito, che fornisce i mezzi per consumare anche a chi non ha denaro; l’obsolescenza programmata, che assicura il rinnovamento obbligato della domanda.

Il modello previsto dal Club di Roma nel famoso rapporto "I limiti dello sviluppo" (1972!) e purtroppo rivelatosi fino ad oggi assai attendibile, colloca la fine della società consumistica tra il 2030 ed il 2070. Il sogno a quel punto - a causa della continua crescita di distruzione del nostro ecosistema - si trasformerà in incubo.

Cosa fare, allora? Come uscirne? Latouche - per rispondere alle principali critiche rivoltegli, che accusano la teoria sulla decrescita di essere un’utopia difficilmente realizzabile in quanto il mondo non può essere fermato e ricondotto all’era post-industriale e che inoltre egli contraddice la stessa filosofia dello sviluppo sostenibile in quanto anche quest’ultimo comunque prevede una crescita vigorosa anche se ecologica - afferma che innanzitutto il suo vuole essere uno slogan provocatorio che evidenzi la necessità di praticare una rottura con una società il cui obiettivo è la crescita per la crescita. “Rompere con la società della crescita - afferma Latouche - non vuol dire sostenere un’altra crescita e neppure un’altra economia, significa uscire dalla crescita e dallo sviluppo, e dunque dall’economia, cioè dall’imperialismo dell’economia, per ritrovare il sociale e il politico.” Per farlo dobbiamo perseguire due nuovi obiettivi: la decolonizzazione dell’immaginario e la realizzazione di un altro mondo possibile.

La cosiddetta “crescita verde” a suo parere è un ossimoro: “Certo, con migliori carburanti si brucia meno petrolio e con lampade a basso consumo si consuma meno energia, ma se si fanno girare i motori per più tempo e si accendono sempre più lampade, il problema non è risolto. Nel migliore dei casi allontaneremo il momento del crollo.” In più, mi permetto di aggiungere, se sempre un maggior numero di persone avrà nei prossimi anni accesso a quelle tecnologie che fino a pochi anni or sono erano di esclusiva pertinenza dei popoli occidentali è indubbio che non potremo andare ancora molto lontani. Se i soli cinesi, (per tacere di indiani e brasiliani), la cui popolazione ammonta ad un miliardo e trecento milioni di persone ambiscono, per altro giustamente, allo stesso tenore di vita di noi occidentali, ma le risorse del pianeta sono sempre le stesse, la fetta di torta da spartire sarà inevitabilmente sempre più piccola.

La soluzione proposta è naturalmente molto articolata e di difficile sintesi (vi rimando alla lettura del libro). Latouche richiama il pensiero di tutti i principali teorici della società del dopo sviluppo, da Geogescu-Roegen, a Illich, a Castoriadis, a Gorz e sostiene come la nostra crisi sia fondamentalmente culturale e di civiltà. Egli si rende conto di quanto sia difficile per noi prendere coscienza del fatto che l’economia è una religione dalla quale dobbiamo per forza di cose affrancarci e ripropone la sua ipotesi societaria ispirata ai principi di sobrietà delle cosiddette “8 R”: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare.

Consapevole dell’impossibilità di realizzare questo profondo processo di trasformazione in tempi brevi, Latouche propone una sorta di società di transizione che dovrà intanto indirizzarsi sui seguenti 10 punti programmatici:

1. Ristabilire un’impronta ecologica sostenibile
2. Ridurre i trasporti internalizzando i costi attraverso ecotasse adeguate

3. Rilocalizzare le attività

4. Ristabilire l’agricoltura contadina

5. Ridistribuire i profitti ricavati dall’aumento di produttività per ridurre il tempo di lavoro e creare occupazione

6. Rilanciare la produzione dei beni relazionali

7. Ridurre gli sprechi di energia di un fattore 4

8. Ridurre sostanzialmente lo spazio pubblicitario

9. Riorientare la ricerca tecnico-scientifica

10. Riappropriarsi del denaro

Tra le soluzioni proposte vi è quella dell’abbandono della moneta unica a vantaggio di singole “monete regionali” (non necessariamente convertibili l’una con l’altra), adottabili in una fascia di popolazione compresa tra le diecimila e il milione di persone che realizzi un buon equilibrio tra efficienza e resilienza (capacità di rigenerarsi) e che potrebbe concretamente contribuire alla nascita di tante bio o eco-regioni. Pensiamo ad esempio all’ importanza strategica che avrebbero anche la sola distribuzione ed il consumo di prodotti a Km. zero ed esclusivamente di carattere stagionale. Sarebbe poi davvero un grande sacrificio per noi rinunciare all’acquisto delle ananas del Costa Rica?

E’ evidente però – Latouche ne è consapevole - che gli interessi in gioco sono enormi e che la sua proposta è destinata ad ottenere scarsa approvazione, almeno per adesso. Si tratta di proporre un modello culturale totalmente nuovo. La società della decrescita dovrà ispirarsi al contrario di quella attuale allo spirito del dono. Si dovrà tentare di sostituire alla mentalità predatrice nei rapporti con la natura, i valori dell’altruismo, della reciprocità, della convivialità e del rispetto dell’ambiente. Secondo la bella metafora di Kenneth Boulding e ripresa da Andrea Segrè nel suo “Lezioni di ecostile” (Ediz. B. Mondadori) - altro interessante testo che mi permetto di suggerire – dovremmo sostituire all’economia del cow-boy, fondata appunto sullo sfruttamento illimitato delle risorse naturali, l’economia del “cosmonauta”, con la Terra concepita come un’unica grande navicella spaziale provvista di riserve limitate, dove l’uomo deve trovare il suo posto come elemento di un sistema ecologico complesso.

Un intero capitolo dell’opera, Serge Latouche lo dedica a quello che egli considera uno dei suoi principali maestri ed ispiratori, Ivan Illich. Secondo Illich la scomparsa della società della crescita non è necessariamente una cattiva notizia. Essendo costretto a vivere diversamente, l’uomo potrà vivere finalmente meglio lavorando e consumando meno secondo la sua teoria della “sussistenza moderna”. In particolare il testo si sofferma ad analizzare il concetto espresso da Illich e definito con il termine di “decolonizzazione dell’immaginario”, uno dei principi cardine - per Latouche - della nuova mentalità, che dovrà contraddistinguere la nuova economia della decrescita. L’uomo dovrà riconcettualizzare, ridefinire, ridimensionare, nell’ottica della decrescita, anche i propri concetti di ricchezza e di povertà. Ad esempio lo sfruttamento delle fonti di energia fossili permette una straordinaria svalorizzazione del lavoro umano con il risultato di una sovrabbondanza artificiale facilmente riscontrabile nei nostri ipermercati. Una delle conseguenze di tutto questo è la cosiddetta banalizzazione delle “meraviglie”. Pensiamo all’utilizzo ormai inflazionato in campo pubblicitario dei superlativi assoluti (altissima, purissima, ecc.) e degli aggettivi quali straordinario, eccezionale, strepitoso, ecc. Quante volte ci capita di leggere sulla locandina che pubblicizza una pellicola appena uscita al cinema: ecco il film dell’anno! Ma quanti film dell’anno ci sono propinati nell’arco di un solo anno… li avete mai contati?!

Latouche riprende poi, e lo fa proprio, anche un altro aspetto del pensiero di Illich, quello di dura critica alla scuola come istituzione. A suo parere il modello educativo proposto oggi è responsabile dell’eliminazione nelle menti dei giovani di quelle difese immunitarie necessarie a resistere al sistema economico. “La maggioranza delle persone – scrive Illich – impara nella scuola non soltanto l’accettazione del proprio destino, ma anche il servilismo”. A riguardo, e a distanza di oltre un ventennio dalle conclusioni di Illich, il bel saggio-provocazione di Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo” (Ediz. Guanda) ne è purtroppo una conferma. Dobbiamo dunque avviare un processo di disintossicazione che deve necessariamente partire proprio dalla scuola. Secondo uno studio realizzato in Belgio nel 2008, su tremila allievi della scuola secondaria (licei, istituti tecnici e professionali) solo il 45% sa cos’è una energia rinnovabile; quasi nove allievi su dieci ignorano le cause del riscaldamento climatico; più del 60% confonde l’effetto serra con il buco nello strato di ozono; non parliamo poi del concetto di impronta ecologica, pressoché ignorato dalla maggioranza degli studenti… Le nuove generazioni si trovano culturalmente disarmate. Su questo punto voglio però in parte dissentire dal pensiero dell'autore. Per ragioni professionali negli ultimi anni ho avuto il piacere e la fortuna di collaborare con un certo numero d'insegnanti di scuola di ogni ordine e grado. Ho conosciuto persone attente e sensibili a queste tematiche che si sforzano quotidianamente di svilupparle coinvolgendo gli allievi. Purtroppo però costoro rappresentano ancora una minoranza.
Non parliamo poi dei genitori. Secondo un sondaggio Gallup del 2009 il 41% degli statunitensi pensa che l’allarme sul riscaldamento climatico sia esagerato dai media. Nel 2008 la percentuale sullo stesso campione di cittadini era del 35%... Sarebbe ingiusto addossare alla sola istituzione scuola, sostiene dunque Latouche, la responsabilità di questo stato delle cose. Oggi i genitori hanno abbandonato, per ragioni diverse, il loro ruolo di educatori, delegandolo alla scuola e più ancora alla televisione: il sistema pubblicitario occupa lo spazio abbandonato dai genitori e che la scuola non riesce a riempire. La scuola oggi deve cessare di trasmettere la religione della crescita e formare invece cittadini in grado di pensare con la propria testa.

Le generazioni future dovranno creare una società autonoma dai vecchi schemi. Illich propone quello da lui definito come “tecnodigiuno ascetico” : “Proviamo a rinunciare a qualcosa, non per abbellire la nostra vita ma per ricordare a noi stessi quanto siamo attaccati a questo mondo moderno”.

Per uscire dalla società dei consumi e realizzare quella della decrescita è indispensabile uscire dal suo regime di “cretinizzazione civica” , denunciare l’aggressione pubblicitaria e combattere quello che Cornelius Castoriadis, altro pensatore caro a Latouche, chiama “l’onanismo consumistico e televisivo”.

In buona sostanza Latouche auspica una rivoluzione culturale che porti a quei mutamenti indispensabili per la sopravvivenza della nostra specie sul pianeta. Anch’egli giudica la crisi economica come un buon presupposto se faciliterà l’uscita dalla religione della crescita ed in particolare - ed a dimostrazione che forse il progetto che egli propone è meno utopistico di quanto possa apparire ad un primo approccio - indica come modello di società da seguire quello delle cosiddette Città di Transizione, nato in Irlanda e che si sta diffondendo nel Regno Unito, come forma di costruzione che più si avvicina a una società urbana improntata alla filosofia della decrescita. Queste città puntano in primo luogo all’autosufficienza energetica in previsione della fine delle fonti di energia fossile.

Non so quanto la sua proposta sia in concreto realizzabile, ciò nonostante è indubbio che le teorie di Latouche meritino rispetto ed attenzione soprattutto perché almeno costituiscono un punto di partenza, una base utile ad avviare il dibattito sulla costruzione di nuovi modelli societari, nuovi stili di vita ai quali la specie umana dovrà prima o poi obbligatoriamente adattarsi.

Michele Salvadori