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venerdì 16 agosto 2019

"Grande mondo piccolo pianeta" di Johan Rockstrom e Mattias Klum


“Fino ad oggi, la narrazione dominante è stata incentrata sulla crescita infinita su un pianeta finito, col presupposto che la Terra e la natura hanno un’infinita capacità di sopportare qualunque abuso senza reagire. Questa narrazione ha avuto un senso finchè abbiamo abitato in un piccolo mondo su un pianeta relativamente grande, capace di assorbire tutte le offese che gli scarichiamo addosso. Ma non è più così. Quell’epoca è finita 25 anni fa. Oggi abbiamo creato un grande mondo su un piccolo pianeta, così carico di stress ambientali che ha iniziato a presentare le prime fatture all’economia mondiale: i costi crescenti degli eventi meteorologici estremi e la volatilità dei prezzi degli alimenti e delle risorse sui mercati mondiali”. Il brano è tratto dall’introduzione di “Grande mondo piccolo pianeta” di Johan Rockstrom e Mattias Klum (Edizioni Ambiente 2015).

Ho scelto di parlare di questo libro sul mio blog, rispolverato per caso dal mio scaffale nel corso di una pulizia estiva e non più nuovissimo, in quanto la reputo una delle letture più interessanti e complete su queste tematiche da me affrontate in questi anni.
Johan Rockstrom è direttore dello Stockholm Resilence Centre ed uno dei massimi esperti mondiali di Global Sustainability e si è avvalso della collaborazione di Matthias Klum le cui splendide immagini fotografiche arricchiscono e completano la stesura di questo volume.

Il volume si sofferma ad analizzare lo stato attuale del nostro pianeta e l’attuale epoca geologica che lo contraddistingue, Antropocene, denominazione datale nel 2000 dal premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen, che volle in questo modo affermare come la nostra epoca sia dominata e condizionata dall’intervento umano e dai suoi effetti. 
Come ricorda Gianfranco Bologna nella sua bella introduzione al volume: “Attualmente, ogni secondo l’umanità consuma circa 1.000 barili di petrolio, 93.000 metri cubi di gas naturale e 221 tonnellate di carbone….La popolazione mondiale oggi si aggira sui circa 7,5 miliardi di abitanti…agli albori della Rivoluzione industriale nel 1750 si stima ne vivessero appena 800 milioni, ….il tasso di crescita mondiale è di circa 83 milioni l’anno”.

Rockstrom individua le principali criticità causate da un sistema economico, che si ostina a percorrere la strada di uno sviluppo lineare ed illimitato in un pianeta che invece limitato da confini e risorse ben definite lo è eccome, in 4 punti che lui definisce la “quadruplice morsa” ovvero:
  1. la crescita della popolazione ed i disparati livelli di reddito tra un 20% ricco, ed un restante 80% che aspira, giustamente, a raggiungere livelli di benessere analoghi a quelli dell’altro 20 %. 
  2. i cambiamenti climatici ed i livelli di concentrazione di gas ad effetto serra che hanno già superato la soglia delle 450 ppm ovvero quel limite che gli scienziati hanno stabilito essere la soglia massima oltre la quale i rischi per la preservazione delle condizioni di vivibilità del pianeta per molte delle attuali specie viventi (uomo incluso) diventano elevati. 
  3. l’erosione della capacità di resilienza della Terra - ovvero della capacità di sopportare un forte cambiamento e di ritornare allo stato originario senza significative modificazioni - è in atto già da tempo a tal punto da ritenere che ormai ben il 60% dei servizi ecosistemici fondamentali al sostengno del benessere umano è compromesso. 
  4. il superamento delle soglie di sicurezza comporta di conseguenza le probabilità sempre maggiori che si verifichino gravi eventi e cambiamenti improvvisi non preventivabili dall’uomo.

Rockstrom ipotizza un impianto operativo che consenta all’umanità di sviluppare un percorso di recupero e di rigenerazione delle condizioni ottimali di vivibilità del pianeta. Per questo egli introduce il tema dei “confini planetari”. 
Lo studioso si propone di definire quali siano i principali processi del sistema terrestre al fine di mantenere la stabilità del pianeta e ne identifica 9: cambiamento climatico, integrità della biosfera, nuove entità, riduzione dell’ozono stratosferico, acidificazione degli oceani, cicli dell’azoto e del fosforo, cambiamenti nell’uso dei suoli, utilizzo globale dell’acqua, diffusione dell’aerosol atmosferico. 

Per ciascuno dei 9 punti Rockstrom indica quali ne siano i valori limite invalicabili ai fini della stabilità e quale sia il suo valore attuale. Per due di questi 9 confini planetari (integrità della biosfera e cicli di azoto e fosforo) si evidenzia come purtroppo i limiti siano già stati abbondantemente superati.

Secondo Rockstrom per poter affrontare e risolvere i danni causati dall’uomo è necessario un profondo cambiamento culturale e l’acquisizione di una nuova mentalità che non sia ispirata né alla vecchia idea neoliberista della crescita infinita, né alla visione apocalittica dei neo-malthusiani. L’uomo dovrà in sostanza cambiare paradigma ed abituarsi a convivere con l’idea di avere a disposizione un campo da gioco ben delimitato entro il quale e solo entro il quale poter operare. Una volta accettata questa idea l’umanità già oggi, secondo il direttore dello Stockholm Resilence Centre, ha delle soluzioni concrete da cui sviluppare un proprio percorso di recupero degli standard necessari a garantire la vivibilità sul nostro pianeta.

Uno dei pregi di questo volume è secondo me proprio questo: esso offre delle soluzioni lasciando, con ottimismo, spazio alla concreta possibilità di recuperare agli errori commessi nel nostro recente passato.
Secondo Rockstrom naturalmente le sfide da affrontare saranno colossali ma partendo dall’idea di agire all’interno del campo da gioco da lui ben definito con i 9 limiti sopra elencati e solo attraverso un’azione combinata tra cambiamenti di stile di vita, innovazioni tecnologiche e politiche che incoraggino la sostenibilità e sanzionino le attività ed i comportamenti insostenibili potremo, col tempo, innescare quella transizione necessaria al raggiungimento dell’obiettivo. 
Anche in questo caso vengono indicate almeno 5 principali aree d’intervento: sistemi energetici sostenibili e rinnovabili; sistemi alimentari sani e sostenibili; lo sviluppo di un’economia definitivamente di tipo circolare e non più lineare; la progettazione di città sostenibili dove presto vivrà oltre il 70% degli abitanti del pianeta; sistemi di trasporto sostenibili.

Rockstrom propugna il passaggio, suggerito dall’economista Kenneth Boulding, dall’ “economia del cowboy” dove consumi e produzione senza limiti sono considerati una buona cosa, all’ “economia dell’astronauta” ispirato all’idea che la Terra è una sorta di astronave che si muove nello spazio e sulla quale l’uomo può però cercare di migliorare la propria qualità di vita.

L’uomo, in sostanza, dovrà divenire in futuro “custode del pianeta e delle sue bellezze rimaste” favorendo la transizione da uno stile di vita che finora si limitava a sfruttare le risorse del pianeta a proprio uso e consumo ad uno che invece si sforzi di aumentare la resilienza della Terra.

Michele Salvadori

lunedì 7 aprile 2014

"Nuove energie" di Giuseppe Recchi

Il mondo ambientalista e quello dei produttori delle cosiddette “energie sporche” rappresentano realmente due mondi contrapposti, le cui idee e prospettive sono e resteranno per sempre inconciliabili? Ho voluto, questa volta, cercare di capire il punto di vista di qualcuno che certo non appartiene alla corrente ambientalista.

Giuseppe Recchi, presidente ENI, sesto gruppo petrolifero mondiale, è l’autore di questo breve testo, dal titolo “Nuove Energie- le sfide per lo sviluppo dell’Occidente” (Marsilio Editore, €. 13,00).
Ho innanzitutto apprezzato il tono divulgativo con cui è scritto il testo che consente di avvicinarsi a tematiche complesse come quella dell’utilizzo dell’energia anche a chi, come il sottoscritto, non ne è un esperto, ed anche la sua concisione, (appena 160 pagine), che non spaventa un lettore medio che spesso, di fronte a volumi della consistenza volumetrica e del peso dei mattoni, giustamente viene scoraggiato in partenza.

“La storia dell’energia è la storia del mondo”, recita l’incipit dei questo libro. Come non dargli ragione.
Il presidente dell’ENI ripercorre innanzitutto la storia dello sfruttamento delle fonti energetiche da parte dell’uomo a cominciare dall’utilizzo dell’olio di balena come principale fonte utilizzata per l’illuminazione e giunge poi a narrare la storia della perforazione dei primi pozzi petroliferi a metà dell’Ottocento, proprio alla ricerca di una fonte alternativa a quella fornita da balene e Capodogli, il cui numero stava repentinamente diminuendo a causa dell’intensificazione della caccia da parte dell’uomo.

Uno dei primi obiettivi di Recchi sembra essere quello di distruggere la teoria del “picco di Hubbert”, dal nome del geofisico americano M.K.Hubbert che ipotizzava che la produzione mondiale di petrolio si sarebbe progressivamente esaurita. Per anni, ci spiega Recchi, siamo stati convinti di essere vicinissimi al picco del petrolio ed in parte le previsioni si avverarono, se è vero che tra il 1970 e il 1971 negli USA il picco fu raggiunto sul serio. Secondo la quasi totalità degli esperti avremmo poi dovuto raggiungere il picco del petrolio a livello globale attorno alla metà degli anni ottanta. Addirittura il “Club di Roma” aveva previsto che attorno al 2000 la produzione del petrolio si sarebbe dimezzata. Per la cronaca, la produzione di greggio nel 2000 è risultata essere superiore del 25% rispetto a quella degli anni ottanta.
Questo grossolano errore di previsione secondo l’autore si è verificato per gli scarsi dati informativi a disposizione degli scienziati al momento di formulare le loro teorie e per non aver considerato che i progressi della scienza e della tecnologia avrebbero, come di fatto si è poi verificato, consentito nuove metodologie estrattive più efficaci ed efficienti e l’individuazione di riserve di idrocarburi in aree ancora non esplorate. In ultima analisi, l’unica risorsa davvero inesauribile - questa la tesi di Recchi - è la creatività dell’uomo che nei momenti di difficoltà spesso riesce a trovare strade alternative all’inizio impensabili.
La teoria del “peak oil” è dunque ormai screditata. Recchi afferma che le attuali stime parlano di disponibilità di petrolio e suoi derivati per almeno altri 180 anni. Tuttavia lo stesso Recchi ammette pure che non è affatto detto che sarà ancora il petrolio, nei prossimi cento e passa anni, ad avere un ruolo cruciale in campo energetico. Le stime dell’International Energy Outlook 2013 parlano, tra l’altro, di un incremento del consumo di energia nei prossimi trent’anni di circa il 56%.

Come affrontare il problema, allora?

Anche per Recchi, come per molti addetti ai lavori, la prima soluzione è l’enorme potenziale rappresentato dalla cosiddetta “rivoluzione non convenzionale” dello Shale Gas. Com’è noto, quando parliamo di shale gas ci riferiamo all’estrazione di gas naturale o di petrolio da rocce particolari: gli scisti argillosi, ricchi, in particolare, di gas metano. Il fenomeno era noto da tempo; quello che non avevamo era la tecnologia adatta all’estrazione. Dieci anni fa, George P. Mitchell ha rivoluzionato le tecniche di estrazione del gas con il sistema di fratturazione, detto fracking, che sfrutta la pressione di un fluido – in genere acqua – per creare e poi propagare una frattura in uno strato roccioso.
La portata di questo sistema estrattivo è enorme. Ancora nel 2000 negli USA lo shale gas rappresentava appena l’1% del gas naturale consumato. Al 2012 era già al 25% e si stima che nel 2030 la quota avrà superato il 50%. Nel giro di pochi anni gli USA non solo raggiungeranno l’autosufficienza ma addirittura diverranno esportatori di LNG (gas naturale liquefatto).

Aree del pianeta con maggiore presenza di Gas di argille
Per il momento, la rivoluzione dello shale gas noi europei la osserviamo da lontano. Secondo alcune stime, in Europa ci sono giacimenti di shale gas per 13 mila miliardi di metri cubi. Tuttavia Recchi non è ottimista sulla possibilità che anche nel nostro continente si verifichi un’equivalente rivoluzione energetica analoga a quella che sta avvenendo negli USA, non tanto per ragioni geologiche quanto per ragioni politiche e soprattutto perché la politica energetica in Europa non è univoca ma è appannaggio dei singoli stati.

Secondo Recchi, (ndr: e come potrebbe essere altrimenti?), le preoccupazioni degli ambientalisti sono immotivate. Ma proprio le pressioni ambientaliste, unite a quelle delle grandi lobby degli agricoltori, finiranno per pesare più dell’obiettivo dell’autosufficienza energetica, impedendo di fatto lo sviluppo di questa tecnologia anche sul vecchio continente.
Di fatto, la Francia, che avrebbe ingenti risorse di shale gas, ne ha proibito lo sfruttamento. In Germania e Olanda le pressioni contrarie dell’opinione pubblica ne stanno contrastando lo sviluppo e una situazione non dissimile si sta verificando anche in Spagna e Bulgaria.
La Polonia, unico paese dove per il momento questo tipo di problemi non ci sarebbe, ne ha invece un altro: la mancanza di un’adeguata rete di distribuzione del gas unita all’incertezza sulla qualità geologica dei suoi giacimenti.
L’unico paese in Europa che oggi si sta realmente attrezzando allo shale gas sembra essere il Regno Unito.

Ma le incertezze restano anche sul piano della fattibilità commerciale dell’estrazione in territorio europeo. Tuttavia, continua Recchi, anche se lo sviluppo di questa tecnologia in Europa dovesse valere una frazione di quella americana, nondimeno rappresenterebbe un contributo prezioso alla nostra economia. In realtà, gli ostacoli, per stessa ammissione dell’autore, sono vari. In Europa ad oggi non ci sono paesi in possesso contemporaneamente di tutti i requisiti che hanno consentito lo sviluppo dello shale gas come in USA. In nessun paese europeo infatti sussistono contemporanee condizioni di abbondanza di acqua, di esperienza diffusa nel campo estrattivo petrolifero, e facilità di accesso ai terreni (il diritto di proprietà del sottosuolo da noi appartiene allo Stato e non al singolo proprietario dei terreni come appunto in USA) e soprattutto è carente un forte impegno politico su questi obiettivi.

Per Recchi un grosso peso sta avendo anche la disinformazione promossa dai gruppi ambientalisti a livello europeo. A suo dire, l’allarme ambientale sollevato non ha ragion d’essere, visto lo stadio avanzato raggiunto negli Stati Uniti da questa tecnologia. Ciò che Recchi riconosce come limite principale della tecnica del fracking è la necessità di utilizzo di grandi quantità di acqua. Oggi, in media, occorrono circa 4 litri di acqua per produrre circa 15 metri cubi di gas. A quest’acqua poi vanno aggiunti addittivi chimici con evidenti rischi d’inquinamento che però sarebbero arginati dal fatto che l’acqua utilizzata per il processo non viene dispersa, ma recuperata per poi essere filtrata e riconvertita al suo stato originale.
Resta il fatto che la rivoluzione dello shale gas in USA ha funzionato perché si è rivelata un gioco win-win: ne guadagnano l’impresa petrolifera, il proprietario del terreno ed anche lo Stato attraverso le entrate fiscali e l’effetto dei prezzi più bassi dell’energia. Per non parlare dell’effetto sull’occupazione, che cresce.
E l’Europa, secondo Recchi, ha un altro problema: quello rappresentato dai sussidi alle energie rinnovabili che, paradossalmente, oggi ne mettono in crisi il mercato economico.

Gli Europei pagano il prezzo più alto al mondo per l’elettricità, in parte anche a causa di costosissimi sussidi alle energie rinnovabili corrisposti attraverso supplementi sulla bolletta elettrica. E tuttavia le emissioni da energia elettrica non diminuiscono più. Com’è possibile? Si tratta della risultante di più fattori: la marcia forzata verso le rinnovabili, la recessione economica e il crescente ricorso al carbone. Oggi infatti le aziende europee stanno importando grandi quantità di carbone a prezzi bassissimi, malgrado sia la fonte più sporca, proprio perché resta la più economicamente conveniente.
Il consumo di elettricità prodotta da gas nel 2013 in Europa è sceso del 30% rispetto al 2008, con punte che in Italia hanno toccato il 37%. Mentre le centrali elettriche a carbone marciano a pieno regime. In Germania, a causa dell’incremento nell’uso del carbone, le emissioni di gas serra sono aumentate nel 2011-2012, anziché diminuire. In Italia, invece, abbiamo un altro problema: solo nel 2012 abbiamo speso oltre 10 miliardi di euro in incentivi alle fonti rinnovabili che sono andati a costituire il 18% in media delle bollette elettriche di ciascuna famiglia.

Mentre dunque gli Stati Uniti marciano verso prezzi energetici più bassi, grazie alla scoperta dello shale gas, l’Europa sta andando esattamente nella direzione opposta. Di conseguenza la competitività industriale europea rispetto a quella americana sta subendo un netto deterioramento.

Come procedere, allora?

Secondo Recchi è indispensabile attuare una solida strategia energetica partendo dalla correzione delle misure rivelatesi distorsive a favore delle rinnovabili. Egli, sia pur molto sinteticamente, accenna all’importanza di dirottare quote maggiori d’incentivi verso le rinnovabili termiche (caldaie a biomassa, pompe di calore, ecc.) In secondo luogo si dovrebbe incoraggiare lo sfruttamento dello shale gas anche sul territorio europeo adottando una revisione delle norme che lo agevoli. In Italia, ad esempio, la cosiddetta Sindrome di Nimby (Not in my backyard, non nel mio giardino) ha bloccato molti progetti di sfruttamento di gas e petrolio. Sempre secondo Recchi, se anche noi italiani adottassimo a riguardo un approccio simile a quello dell’Inghilterra o della Norvegia, potremmo raddoppiare la produzione e soddisfare circa il 20% del consumo nazionale. Dobbiamo poi sicuramente procedere a sforzi importanti verso una maggiore efficienza energetica.

Vi è, per fortuna, nel testo una chiara ammissione del problema principale: le fonti fossili, che oggi continuano a rappresentare la principale risorsa energetica, sono anche la più inquinante. E per Recchi non esistono soluzioni applicabili nell’immediato che possano risolvere la questione rapidamente. “Anche chi utilizza un veicolo elettrico, ad esempio, non può non considerare il fatto che oggi l’elettricità prodotta in Italia è generata per il 70% da centrali alimentate con idrocarburi e solo per il 10% da pannelli solari e pale eoliche. I derivati del petrolio sono ovunque: pensiamo, ad esempio, alla bottiglietta del nostro shampoo, fatta in plastica (derivato del petrolio), lo stesso nostro shampoo è fatto in larga misura da composti petrolchimici. Se facessimo la somma di tutti i derivati del greggio che utilizziamo, consapevolmente o meno, e che servono a tenere “accesa” la nostra società civile, ne deriverebbe che, solo in Italia, consumiamo mediamente 21 barili al giorno ogni 1.000 abitanti: poco più di 3 litri di petrolio al giorno per persona. A livello globale tutte le fonti alternative agli idrocarburi messe insieme – eolico, solare, nucleare, ecc. – contano secondo l’Agenzia internazionale per l’Energia dell’Ocse, per meno di un terzo dell’elettricità generata nel mondo”.

Gli idrocarburi restano dunque al momento un ingrediente base della nostra civiltà, anche se sono un ingrediente molto contestato. Recchi riconosce ad una parte del mondo ambientalista la genuina preoccupazione per la sopravvivenza del nostro ecosistema giungendo ad analizzare il problema del rischio di modifica delle condizioni climatiche del pianeta a causa dell’attività dell’uomo. Sono ormai in molti, egli sostiene, a ritenere indispensabile un cambiamento del nostro stile di vita, del nostro modello di consumo a favore di scelte più ecocompatibili.

Purtroppo però il problema, secondo Recchi, non è più se possiamo o no fare a meno del petrolio e degli idrocarburi. E’ grazie a loro se oggi per sette miliardi di persone su questo pianeta è possibile alimentarsi, vestirsi, curarsi e spostarsi. Se decidessimo di farne a meno dovremmo dire addio all’industria e al commercio e quindi, tutta o quasi la produzione di beni e servizi dovrebbe svolgersi nelle vicinanze di casa. La strategia più pratica, oggi, per proteggere il pianeta resta quella di concentrarsi sulla riduzione degli sprechi e sull’aumento dell’efficienza.

Recchi infine evidenzia anche un'altra questione, allorchè afferma che il problema del riscaldamento dell’atmosfera della Terra è un problema globale e che gli sforzi dell’Europa possono servire relativamente a poco per risolverlo se resteranno isolati. Anche se in Europa riuscissimo a diminuire le nostre emissioni del 20% entro il 2020, questo servirebbe a poco se in India e in Cina le emissioni continuassero a crescere in maniera esponenziale.
Resta invece la ferma convinzione del Presidente ENI che l’obiettivo dell’efficienza energetica possa essere un fattore trainante anche per l’economia oltre che per l’ambiente. L’efficienza risulta positiva in tutti i sensi, egli conclude: ” essa può diminuire i danni all’atmosfera ma anche far risparmiare denaro che potrebbe essere speso per migliorare le condizioni di vita della popolazione accrescendo al contempo la sicurezza energetica e diminuendo le importazioni di energia”.

Naturalmente non tutto quanto sostiene Recchi è da me personalmente condiviso. Resta difficile considerare del tutto disinteressate certe affermazioni da parte del presidente di uno dei principali colossi energetici mondiali. Considero un po’ demagogico parlare di 7 miliardi di abitanti del pianeta che hanno raggiunto un buon tenore di vita grazie all’uso degli idrocarburi. Almeno un miliardo di persone continua a morire di fame, e vive in assenza di luce e acqua nelle proprie abitazioni, o no? Ritengo però che il tema dello shale gas in Europa dovrebbe comunque essere affrontato senza preconcetti anche perché, pur trattandosi sempre di un combustibile fossile, esso è sicuramente meno impattante specie se paragonato al carbone, in termini di emissioni prodotte; condivido anche il pensiero di Recchi in merito alle scelte politiche europee in tema di energia e soprattutto la sua considerazione che a ben poco serviranno le scelte di abbattere le emissioni sul territorio europeo se poi nel resto del mondo tali vincoli non saranno altrettanto condivisi e rispettati.

Questi ultimi punti sono anche gli argomenti più comunemente utilizzati da larga parte del mondo ambientalista per attaccare il mondo dei produttori della cosidetta “energia sporca”. Ritengo di conoscere abbastanza bene una parte di quel mondo ambientalista che agisce talvolta condizionato più dall’ideologia che da convinzioni supportate scientificamente. Quel mondo ambientalista che ad esempio si oppone ai termovalorizzatori, che si ostina a dire di no a tutto e dunque no, a prescindere, anche allo shale gas, senza probabilmente mai aver cercato di approfondire il tema, che ha la presunzione di essere l’unico depositario del sapere e della verità e che considera ancora il mondo diviso tra buoni e cattivi, come nei vecchi film western.

Viviamo una realtà estremamente complessa e destinata a complicarsi probabilmente sempre più; questa è una ragione, più che sufficiente, perché si debba avere il coraggio di confrontarci con tutti anche e soprattutto con chi, ufficialmente, si colloca dall’altra parte della barricata.


Michele Salvadori

martedì 27 agosto 2013

“2052 – Rapporto al Club di Roma”

Nel 1972, come è noto, su incarico del Club di Roma, un gruppo di studiosi del MIT pubblica " I Limiti dello sviluppo". Il libro, basato su simulazioni effettuate con i primi elaboratori elettronici, prefigura gli effetti della crescita della popolazione, dei consumi e dell’inquinamento sul nostro pianeta, fisicamente limitato. Ormai a distanza di tanti anni si riconosce che le conclusioni di quello studio erano sostanzialmente corrette.

Nel 2012, Jorgen Randers, uno dei coautori de “I Limiti dello Sviluppo”, ha deciso di avvalersi dei contributi di una quarantina di esperti e dei calcoli elaborati da supercomputer per provare ad immaginare come potrà essere il nostro futuro sulla Terra tra altri quaranta anni, nel 2052.
Il risultato di questo complesso lavoro è decisamente affascinante, in particolare per gli obiettivi prefissati da un blog come “Che Pianeta faremo”, ma credo anche utile a tutti coloro i quali, nei prossimi anni, debbano rivestire ruoli di responsabilità (politica e non) e di gestione di risorse.
Diciamo subito che le conclusioni a cui Randers arriva in “2052 – Rapporto al Club di Roma” – (Ediz. Ambiente – 2013), portano ad immaginare un pianeta, il nostro, che tra quarant'anni verserà in condizioni decisamente peggiori delle attuali e pur tuttavia non disastrose come qualcuno potrebbe credere.
Inevitabilmente sono costretto a sintetizzare un testo che meriterebbe ampiamente di essere letto integralmente con attenzione ed al quale rimando. Anzi, invito calorosamente a dedicarvisi, non sarà tempo perso, fidatevi.
Proverò comunque a mettere insieme i punti che giudico più importanti.

Randers parte dall'analisi storica dello sviluppo globale sulla Terra negli ultimi trecento anni. Prima del ‘700 il mondo era scarsamente popolato, per lo più a sviluppo agricolo e consumava pochissima energia (si andava avanti con gli schiavi, i cavalli, il bestiame e un po’ di legna da ardere). L’avvento delle macchine a vapore alimentate dal carbone diede inizio alla rivoluzione industriale caratterizzata da un progressivo ma anche esorbitante aumento dei consumi energetici. Negli ultimi 250 anni l’uso dell’energia ha reso i paesi industrializzati ricchi di beni materiali ed assicurato alle loro popolazioni una vita decisamente meno faticosa. Anche molti paesi un tempo meno industrializzati stanno oggi ripercorrendo quella stessa strada. La Cina ne è l’esempio più lampante ma certo non il solo. Già oggi possiamo annoverarvi nazioni come l’India, il Brasile e altre ancora caratterizzate oltretutto da un elevatissimo numero di abitanti.
La questione è che l’aumento senza limiti del consumo di materiali ed energia oltre a non essere praticabile vivendo su un pianeta limitato, risulta anche assai dannoso in termini di impatto sull'ambiente.

Secondo Randers, dunque, l’era della rivoluzione industriale è destinata prima o poi a tramontare per lasciare spazio all'era della sostenibilità caratterizzata da un mondo nel quale la popolazione non sarà più in aumento, dove l’energia sarà ancora molto utilizzata, anche se in maniera più saggia, e proverrà da fonti rinnovabili; avremo un mondo nel quale, finalmente, l’obiettivo primario sarà il benessere del genere umano e non più il possesso materiale. Il paradigma dominante dovrà spostarsi da quello di una crescita fisica infinita a una forma di stabilità che si adatti alla capacità di carico del pianeta.

Il punto cruciale è la velocità con cui si realizzerà tale transizione: saremo, cioè, capaci di realizzarla in tempo da evitare gravi danni allo stato di salute attuale del pianeta?
Secondo l’autore la risposta purtroppo è NO. Entro il 2100 probabilmente avremo raggiunto l’obiettivo di un mondo molto più sostenibile di quello attuale ma non senza gravi perdite in termini di biodiversità e grosse modifiche alle condizioni climatiche della Terra. E soprattutto i prossimi quarant'anni saranno fortemente influenzati dal modo in cui affronteremo cinque problemi d’importanza basilare: il capitalismo, la crescita economica, la democrazia, l’equità intergenerazionale ed il nostro impatto sul clima globale.
Provo di seguito a sintetizzare le principali previsioni avanzate dal testo sui principali temi:  

Popolazione nel 2052
Ci è voluta tutta la storia dell’umanità per arrivare a circa tre miliardi di persone nel 1960, altri quarant'anni per raddoppiare quel numero toccando i sei miliardi e altri dieci per raggiungere i sette miliardi di abitanti odierni sulla Terra. La previsione di Randers è per certi versi perfino ottimistica; egli infatti sostiene che il picco di popolazione globale sarà raggiunto attorno al 2040 e si aggirerà attorno agli 8,1 miliardi di abitanti. Da quel momento in poi la popolazione inizierà a diminuire. Ciò avverrà non a causa di malnutrizione, inquinamento o epidemie ma piuttosto dalla scelta volontaria di miliardi di famiglie - la cui stragrande maggioranza nel frattempo si sarà trasferita a vivere in grandi metropoli da milioni di abitanti - di procreare di meno. Quando infatti la maggioranza delle persone sarà urbanizzata, avere molti figli non rappresenterà più un vantaggio: ogni figlio in più in una metropoli è una bocca in più da sfamare, una persona in più da scolarizzare e non un paio di braccia in più da destinare all'agricoltura.

Energia e CO2 nel 2052
Circa l’87% dell’energia attualmente usata deriva da tre combustibili fossili: carbone, petrolio e gas. La parte rimanente è coperta per il 5% dall'energia nucleare e per l’8% da fonti rinnovabili (biomasse, idroelettrico e da un piccola - ma in rapida crescita – quota di eolico e fotovoltaico).
Possiamo aspettarci, sempre secondo l’autore del libro, che l’utilizzo di energia crescerà all'aumentare dell’attività economica e che dunque in proporzione verrà emessa maggiore quantità di CO2 in atmosfera almeno fino a quando non decideremo di passare all'utilizzo in maniera consistente delle energie rinnovabili. Di conseguenza fino a quel momento assisteremo ad un progressivo aumento delle temperature medie anche perché abbiamo ancora a disposizione sul pianeta una quantità di combustibili fossili più che sufficiente ad alimentare il mondo ben oltre il 2052 anche se a costi più elevati di quelli attuali in quanto i combustibili pur disponibili presentano maggiori difficoltà di estrazione. E’ ipotizzabile che i combustibili fossili verranno col tempo sostituiti dalle rinnovabili; tuttavia questo passaggio avverrà in maniera graduale e comunque non in modo definitivo almeno sino a quando i costi delle energie amiche del clima si saranno abbassati. Nel 2052 – ecco la previsione - più della metà dei consumi mondiali di energia saranno ancora coperti da fonti fossili. Sul piano dell’efficienza energetica nel frattempo avremo fatto passi avanti anche se ancora non definitivi: circa un 30% in più rispetto ad oggi.

Se l’umanità continuerà a bruciare carbone, petrolio e gas fossili secondo il mix attuale, le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di energia cresceranno del 50% entro il 2052, il che potrebbe significare un aumento medio delle temperature terrestri di ben oltre i 2 °C e molto più elevato dopo quella data. Secondo Randers però questo non si verificherà. Il consumo di combustibili fossili nel 2052 sarà in declino, il contributo del nucleare in diminuzione ed il vero vincitore saranno le rinnovabili che, assieme, nel 2050 dovrebbero raggiungere circa il 37% della torta energetica. Il passaggio verso le rinnovabili sarà in parte rallentato dall'esistenza di una soluzione transitoria assai economica: la sostituzione del carbone col gas, (ndr.: in particolare lo shale gas, di cui riparlo più avanti) soluzione migliorativa (due terzi di CO2 in meno prodotti) ma non definitiva. Anche il nucleare si avvierà verso un lento ma inesorabile tramonto, secondo Randers, sostanzialmente a causa di due fattori: gli eccessivi costi di realizzazione delle centrali ed il pericolo di possibili attentati terroristici influiranno ancor più del timore sulla scarsa sicurezza degli impianti.

Lo sviluppo delle fonti rinnovabili deriverà soprattutto dall'eolico off shore nei mari e dai pannelli solari collocati nelle zone desertiche o, in modo invisibile, sui tetti degli edifici, integrati da biomasse ottenute da piantagioni specificamente coltivate su terreni degradati.

Le emissioni di CO2 aumenteranno fino a raggiungere il picco nel 2030 per poi iniziare a diminuire. Secondo il nostro scienziato norvegese le emissioni mondiali di CO2 derivanti dall'utilizzo di energia nel 2052 saranno un buon 40% più alte delle emissioni globali del 1990. Tuttavia inizieranno a diminuire ed è ipotizzabile che si arrivi per quell'epoca a pareggiare il livello di emissioni odierno. Di certo però, il mondo avrà perso l’occasione per contenere l’aumento del riscaldamento globale sotto i 2°C concordati a livello internazionale. L’aumento della temperatura media nel 2052 sarà di oltre 2 °C in tutto il pianeta.

Come conseguenza dell’aumento medio delle temperature nei prossimi decenni l’umanità sperimenterà un numero crescente di impatti climatici. Assisteremo con sempre e progressiva maggiore frequenza ad eventi meteorologici estremi (alluvioni, siccità, frane, tornado e uragani, oltretutto in luoghi atipici), allo sbiancamento delle barriere coralline, alla morte di vaste porzioni di foreste, ad infestazioni di insetti. Senza parlare dell’effetto più ovvio: la fusione del ghiaccio artico, la riduzione dei ghiacciai e l’aumento del livello medio dei mari di circa 30 centimetri. Infine assisteremo allo spostamento di circa 100 chilometri verso i poli delle zone climatiche ed all’espansione dei deserti in nuove aree ai tropici.

Cibo e Impronta ecologica verso il 2052
Un’altra delle domande cruciali è quella: avremo cibo a sufficienza? La risposta è: “PROBABILMENTE SI’”, almeno fino al 2052. La domanda di cibo in realtà non aumenterà quanto si teme per una serie di ragioni: la popolazione mondiale sarà più numerosa dell’attuale ma meno di quel che ci attendevamo; anche se tante persone povere mangeranno meglio di quanto facciano oggi, molti ricchi consumeranno molta meno carne rossa. Ma saranno ancora molti quelli che continueranno a morire di fame. Assisteremo ad una sempre maggiore diffusione degli OGM perché essi aiuteranno a incrementare i raccolti nelle regioni troppo aride o troppo umide e l’umanità accetterà i rischi che gli OGM possono comportare nel lungo periodo a fronte dei benefici ottenibili nel breve. L’agricoltura, man mano che ci avvicineremo al 2052, sarà sempre più colpita dal cambiamento climatico. Assisteremo contemporaneamente a due effetti contrapposti. L’aumento di CO2 in atmosfera favorirà una crescita più rapida ovunque delle piante ma al contempo l’innalzamento delle temperature causerà l’effetto contrario (con conseguente perdita di produttività del terreno), almeno nelle zone che saranno più colpite dal progressivo inaridimento. Parte dei terreni verrà utilizzata per la produzione di biocombustibili a scapito della produzione agricola e questo causerà un aumento del prezzo del cibo. Mangeremo sempre più carne bianca. (Occorrono circa 7 Kg di grano per produrre un Kg di carne rossa, mentre ne bastano 2 per un chilo di pollo). Mangiare meno sarà considerato più raffinato, almeno tra le popolazioni benestanti. Il pesce di alta qualità, specie quello non proveniente da acquicoltura, finirà solo nei piatti dei più ricchi.

L’Impronta Ecologica dell’umanità è praticamente raddoppiata dal 1970 a oggi. Nel 2010 essa era già del 40% superiore alla capacità di carico del pianeta. In altre parole l’umanità stava e sta già occupando 1,4 pianeti per il proprio utilizzo di grano, carne, legna, pesce, spazio urbano ed energia. Qualcuno si chiederà come sia possibile. L’attuale superamento è giustificabile dal fatto che l’impronta include nel suo conteggio anche la quantità di foreste che sarebbe necessaria per assorbire tutta la CO2 che viene emessa per la produzione di energia. Ma questo territorio non esiste più e la CO2 non viene assorbita del tutto dalle piante finendo con l’accumularsi in atmosfera. La quantità di foreste che sarebbe necessaria è circa il doppio di quella attualmente disponibile. Come conseguenza stiamo sperimentando un graduale e insostenibile (anche se lento) riscaldamento del pianeta. A questo punto ci restano solo due strade: la riduzione gestita oppure il collasso naturale. Quando probabilmente sarà ormai troppo tardi per evitare seri danni e di fronte ad eventi meteorologici sempre più frequenti ed estremi anche la maggioranza degli individui della nostra specie arriverà alla conclusione che è necessario un radicale cambiamento delle nostre abitudini.

La quantità di terra non utilizzata dagli uomini si ridurrà drammaticamente fino ad arrivare a meno del 20% nel 2052. La disponibilità pro capite di natura precipiterà dagli 1,2 ettari globali a persona nel 1970 a 0,3 ettari  pro capite nel 2052 (il 75% in meno!). La natura indisturbata sarà limitata alle aree protette dove cercherà di sopravvivere ma con non poche difficoltà. Infatti nemmeno nei recinti di un parco nazionale la flora e la fauna saranno in grado di difendersi dal cambiamento climatico che nel frattempo starà spostando gli ecosistemi verso il nord e il sud dei rispettivi emisferi. A distanza di qualche decina di anni gli ecosistemi si saranno spostati fuori dai confini del parco. O sulle alture che dominano il parco. Nei prossimi 40 anni le zone climatiche si muoveranno verso i poli di circa 5 km all’anno e su per le montagne di circa 5 metri all’anno. In 40 anni cioè assisteremo a spostamenti di 80 Km a nord ( o a sud a seconda dell’emisfero) e di 200 metri in altitudine.

Riflessioni sul futuro che attende le nuove generazioni
Sulla base di queste previsioni Randers, nella seconda parte del suo studio, cerca di analizzare le principali conseguenze che si avranno per l’umanità (in termini di abitudini e comportamenti) che - ed è questa in fondo la principale buona notizia - nonostante tutto, sopravvivrà.

Così come l’età della pietra non è terminata per mancanza di pietre, l’era dei combustibili fossili non finirà per la mancanza di petrolio, gas o carbone. Semplicemente gli esseri umani non ne avranno più bisogno: risparmieremo sull’utilizzo delle risorse, aumenteremo la nostra efficienza energetica ed il consumo di energie fossili non crescerà perché sfrutteremo di più le rinnovabili. L’abbandono dei combustibili fossili però non avverrà con la necessaria rapidità utile ad evitare il riscaldamento del pianeta. Perciò dovremo affrontare i problemi che ne deriveranno. L’umanità cercherà di aumentare gli investimenti annuali in misure di protezione: per riparare i danni subiti ad esempio da uragani e alluvioni, per adattarsi (ad es. costruendo nuove dighe per contrastare l’aumento del livello del mare) oppure per sviluppare nuove tecnologie (ad esempio l’energia solare oppure il CCS, il sistema di stoccaggio dell’anidride carbonica nel sottosuolo). Senza dubbio questi investimenti ridurranno i danni, faranno incrementare il PIL mondiale, ma certo non incrementeranno i consumi e questo rappresenta l’altra buona notizia: un tasso di crescita inferiore ridurrà l’impatto dell’umanità con i limiti del pianeta.

Sul piano politico la questione principale del nostro futuro non consisterà nel risolvere i problemi che ci troveremo di fronte, ma piuttosto nel trovare l’accordo per farlo. Secondo Randers il mondo sarà infatti sufficientemente stupido da posticipare le azioni necessarie a causa dell’interesse a breve termine di coloro che lo governano, ovvero le maggioranze democratiche ed il sistema capitalistico.

Perderemo con molta probabilità le barriere coralline, la taiga e le foreste pluviali con tutta la loro biodiversità, ma noi esseri umani sopravviveremo anche se in un mondo diverso da quello attuale.
Sul piano economico assisteremo alla nascita di una nuova egemonia a scapito degli Stati Uniti: quella della Cina. Il passaggio della leadership mondiale dagli Stati Uniti alla Cina avverrà senza conflitti militari e piuttosto pacificamente. Nel 2052 la Cina avrà una popolazione tre volte e mezzo più grande di quella degli USA, la sua economia sarà due volte e mezzo più sviluppata e la produzione e i consumi procapite dei cinesi supereranno quelli americani di oltre il 70%. La Cina sarà la forza trainante del pianeta, secondo Randers.   La Cina possiede già 1.000 miliardi di dollari del debito pubblico americano. Essa possiede inoltre abbastanza carbone e gas da scisti per far girare la propria economia in questa fase di transizione. I gas da scisti o shale gas sono considerati la nuova frontiera nel campo dell’energie fossili. Grazie a nuove tecniche estrattive oggi è possibile estrarre da particolari tipi di rocce (scistose, appunto) il gas imprigionatovi. Le riserve accertate di questo gas, in prevalenza metano, sono estremamente abbondanti (nei soli USA ammonterebbero a ben 23.000 miliardi di metri cubi) e tali da garantire una relativa autonomia energetica a buon mercato per i Paesi che le possiedono. Ma la Cina possiede anche una comprensione dei rischi climatici tale da poter lavorare in anticipo per limitare i danni, una sufficiente tradizione di indipendenza ed un sistema di governo centralizzato e sufficientemente autoritario da agevolare la rapidità di certe scelte. “Fare di più con meno” sarà il mantra della crescita cinese, volta a perseguire l’obiettivo degli ultimi 2.000 anni: essere autosufficiente e indipendente dai barbari che vivono fuori dai propri confini.

Gli americani, allora, come reagiranno? Senza grandi eccessi, semplicemente perché avranno per quell’epoca sufficienti risorse interne da garantirsi a loro volta l’autosufficienza, anche se a discapito della leadership internazionale. Si comporteranno un po’ da nobili decaduti che conservano tuttavia risorse sufficienti a vivere più che decorosamente anche se non più con i fasti e gli eccessi di un tempo. Si troveranno cioè a ricoprire il ruolo dell’Europa dopo le due guerre mondiali: saranno un paese un po’ più provinciale ma comunque abbastanza soddisfatto di sé. Sia la Cina che gli Stati Uniti saranno colpiti dai cambiamenti climatici, ma entrambi i paesi sono talmente estesi da comprendere anche territori che verranno colpiti relativamente meno.

Debito e Pensioni, come reagiranno le nuove generazioni?
Nel mondo ricco, proprio quella generazione che ha creato un gigantesco debito nazionale e ha dato vita ad un enorme sistema pensionistico (privo della necessaria copertura economica) sta per andare in pensione. Randers nutre forti dubbi sul fatto che le nuove generazioni accettino in futuro di sostenere questo fardello e pagare debito e pensioni. Esse non potranno cioè essere fisicamente costrette a farlo se non lo vorranno ed in questo caso i più anziani potranno fare ben poco. Alcuni debiti non verranno mai ripagati e una quota parte delle pensioni semplicemente finirà per non essere accreditata sui conti correnti degli interessati. (ndr: a tale proposito forse varrebbe la pena di rivalutare, almeno come italiani, la tanto vituperata riforma Fornero).

Consigli per le nuove generazioni
Ribadito che la società globale dovrebbe innanzitutto accrescere l’efficienza energetica, passare alle energie rinnovabili, interrompere la distruzione delle foreste e realizzare impianti di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), ma che il problema delle soluzioni climate-friendly è che attualmente esse sono più costose della soluzione più economica: non fare nulla e continuare come se niente fosse – ragion per cui ancora procederemo a rilento verso i nuovi paradigmi - lo scienziato norvegese, a chiusura della sua analisi, avanza alcuni suggerimenti tra i quali i principali sono i seguenti:
-          Imparare a vivere in un appartamento situato in ambiente urbano (vivere in luoghi ameni ed isolati sarà in futuro sempre più difficile e costoso);
-          Investire nell’elettronica d’intrattenimento ed imparare ad amarla (le immagini diverranno tridimensionali e forse anche gli odori saranno aggiunti all’esperienza); è lecito chiedersi inoltre, secondo l’autore, se in futuro avremo ancora voglia di sobbarcarci lunghi e costosi viaggi quando potremo sperimentare praticamente quasi tutto standosene comodamente seduti nel divano di casa (probabilmente anche i viaggi turistici per ammirare i capolavori dell’arte nei grandi musei saranno sostituiti da comode guide multimediali in 3D che oltretutto ridurranno di molto l’impronta ecologica di un vero viaggio);
-          Dato che ormai l’umanità sta eliminando la natura incontaminata dal pianeta: evitare di insegnare ai nostri figli ad amare qualcosa di cui non potranno mai godere e, se proprio amiamo la biodiversità e le bellezze del mondo, andare a visitarle subito e comunque prima che sia troppo tardi;
-          Cambiare residenza scegliendo un luogo e una nazione che in futuro siano meno esposti di altri agli effetti del cambiamento climatico (Nord Europa, Cina e Canada, i suggerimenti principali);
-          Scegliere una professione nel campo dei servizi o dell’assistenza, oppure buttarsi nel settore dell’efficienza energetica o delle energie rinnovabili;
-          Incoraggiare i propri figli a studiare la lingua cinese;
-          Imparare a convivere con imminenti disastri ambientali;

Che fare, allora?
Alla luce di quanto sopra, ecco di cosa proverò a convincere i miei figli: trasferirsi a Oslo a vivere in un appartamento di un condominio ad alta efficienza energetica, parlare correntemente il cinese e mettere al mondo al massimo un figlio al quale mostrare i capolavori degli Uffizi grazie ad un programma tridimensionale sul televisore di casa in Norvegia senza il bisogno di venire di persona a Firenze. Quanto alla professione da scegliere, credo che avrò già sufficienti sensi di colpa così, senza bisogno di influenzare anche questa loro scelta (sempre che siano così fortunati da poterla fare!). Facciano quello che più li rende felici, almeno in campo professionale.
Qualcuno poi potrebbe chiedermi: e tu, invece?
Sto scrivendo queste righe all’ombra di un boschetto di macchia mediterranea sul litorale tirrenico della Toscana, a pochi passi dal mare. Non solo mi sembra paradossale  che per colpa di scelte scioccamente e troppo a lungo procrastinate, tutto questo un giorno possa non esistere più, ma aborrisco l’idea stessa di poter abbandonare e non poter più immergermi in tanta pace e bellezza.
No, io da qui non mi muovo. Piuttosto aspetterò che sia il mare a portarmi via con sé.

Michele Salvadori




sabato 26 marzo 2011

Prosperità senza crescita di Tim Jackson

Come si esce dalla crisi economica e finanziaria che ha colpito le economie occidentali negli ultimi anni? In genere la risposta più comune che ci sentiamo dare è: potenziando la crescita!

Nell’ottobre del 2008, in piena crisi, il sindaco di Londra, Boris Johnson, inaugurando un enorme centro commerciale, invitava la gente ad uscire ed andare a spendere. Del resto lo stesso Presidente USA, George W. Bush all’indomani dell’ 11 settembre suggeriva agli americani di “uscire a fare spese”. E, se non ricordo male, lo stesso suggerimento era solito darlo ancora nel Natale di 2 anni fa il nostro Presidente del Consiglio, come rimedio alla crisi economica: “Italiani, spendete e non risparmiate!”

Ma siamo proprio sicuri che questa sia la soluzione giusta? Come possiamo conciliare la crescita costante dei commerci, il continuo aumento della popolazione, il costante e progressivo consumo delle risorse del pianeta in un ambiente comunque limitato e “finito”?

Tim Jackson, professore di Sviluppo Sostenibile all’Università del Surrey (Inghilterra), prova a fornire una risposta adeguata a questa domanda con la sua pubblicazione dal titolo: “Prosperità senza crescita”- Economia per il pianeta reale- (Edizioni Ambiente, pp. 300, €. 24,00).

"In un mondo in cui 9 miliardi di persone (lo si prevede per il 2050 ndr) volessero raggiungere il livello di benessere atteso per le nazioni dell’OCSE, ci sarebbe bisogno di un’economia pari a 15 volte quella attuale – sostiene Jackson – ma nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all’infinito: è una legge fisica." Pertanto dobbiamo, per forza di cose, mettere in dubbio che la crescita sia davvero la soluzione. L’idea di un’economia che non cresce è un’eresia per gli economisti; ma, parimenti, anche l’idea di un’economia in costante crescita è un anatema per gli ecologisti! Allora, che fare?

Come ormai ci sentiamo rispondere da più parti, la crisi economica ci offre un’opportunità unica di investire in questo necessario cambiamento. Si tratta cioè di trovare una strategia nuova che consenta all’uomo di garantirsi un certo benessere entro però quei limiti ecologici richiestigli dal fatto di vivere in un ambiente delimitato ed oltremodo stressato dallo sciagurato sfruttamento ad opera dell’uomo.

Nella prima parte del suo libro Jackson cerca di spiegare i mali dell’economia capitalista partendo proprio dal suo sistema fondato sul meccanismo del “debito”, cercando di spiegare le differenze esistenti tra debito privato (quantità di denaro dovuta dai cittadini), debito pubblico (quantità di denaro dovuta dal governo al settore privato) e debito estero (insieme di debiti che governo, imprese e famiglie hanno fuori dal proprio paese). Il nostro sistema economico, di fatto, incoraggia i suoi attori ad indebitarsi; pensiamo ad esempio ai meccanismi pubblicitari che tendono a creare bisogni fino a quel momento inesistenti e spesso superflui, al desiderio di possedere un oggetto in quanto esso ci qualifica come appartenenti ad un determinato ceto sociale, al sistema degli incentivi ideati per promuovere le vendite nei negozi. Il punto è che quando questa strategia diviene insostenibile, come accaduto nel 2008, ampie fasce di popolazione rischiano di trovarsi a fronteggiare enormi difficoltà per molto tempo.

La cultura del “prendi in prestito e spendi” non favorisce la prosperità, semmai la mina. Ma quella che Jackson definisce “l’età dell’incoscienza”, appunto fondata sulla propalazione all’infinito del sistema debitorio, non è fenomeno isolato di determinati gruppi di persone. Si tratta di una prassi divenuta col tempo consuetudine e adottata a sistema definitivo all’unico scopo di poter protrarre il più a lungo possibile il meccanismo della crescita economica. Una bella frase del Cardinal Dionigi Tettamanzi riussume perfettamente il quadro: "L'uomo dovrebbe consumare per vivere, non vivere per consumare".

La vicenda del crac Parmalat così ben delineata, nella sua tragicità, nel recente film di Andrea Molaioli ,“Il Gioiellino” è a mio parere emblematica dei nostri meccanismi comportamentali. Una società tenta di risolvere il proprio indebitamento facendo ulteriori debiti, a cui fanno seguito altre richieste di prestito alle banche che provocano ulteriori debiti fino a quando, inevitabilmente, giunge il momento in cui non sarà più possibile andare avanti.

Lo stesso discorso - spiega molto bene Tim Jackson - lo possiamo fare trasferendo il meccanismo d’indebitamento dal piano economico e finanziario a quello ambientale. Nei confronti della natura e delle sue risorse l’uomo occidentale si sta comportando esattamente allo stesso modo. In questo caso un esempio illuminante è rappresentato dal calcolo dell’Impronta Ecologica che mostra in maniera lampante come l’uomo stia da tempo consumando più risorse di quante la natura possa mettergli a disposizione per il tempo fisiologicamente necessario a ricostituirle con il risultato che la prosperità di oggi è di fatto sottratta alla prosperità delle generazioni future.

L’autore di questo testo si propone di ridefinire il nostro concetto di prosperità che dovrà necessariamente basarsi su valori diversi da quelli attuali, adottando una serie di nuovi parametri. Dovremo innanzitutto rifiutare quella logica dell’abbondanza da sempre legata alla nostra idea di prosperità, indirizzandoci invece nell’uso dei beni materiali ad un maggiore senso di consapevolezza, responsabilità e condivisione.

Vi è una considerazione su tutte che credo meriti attenzione: se alcuni diritti fondamentali quali quello alla salute, all’istruzione ed alla speranza di vita risultassero strettamente dipendenti dal livello di reddito crescente, allora per l’uomo sarebbe pressoché impossibile raggiungere la felicità in assenza di crescita economica. Ma questo non è vero; l’uomo, secondo Jackson, potrà comunque raggiungere lo stadio di benessere a patto che cambi la propria mentalità. In questo ambito viene introdotto il concetto di “decoupling” ovvero del fare di più con meno: più attività economica con meno danni ambientali, più beni e servizi con meno consumi ed emissioni, in altre parole, con maggiore efficienza. Ma al contempo Jakcson ci mette in guardia dalle facili illusioni: non è pensabile risolvere tutti i nostri problemi solo attraverso il miglioramento della nostra efficienza.
Se ad esempio decido di cambiare tutte le lampadine di casa e nell’arco di un anno risparmio mille euro di consumo di elettricità e poi uso il denaro risparmiato per acquistare un biglietto aereo per i Caraibi, sicuramente trascorrerò una settimana in un isola da sogno, però avrò vanificato in poche ore tutto il risparmio, in termini di emissioni, ottenuto!
In sostanza, l’efficienza energetica se da un lato è una strategia indispensabile a promuovere il cambiamento, dall’altro potrebbe contenere un risvolto negativo in quanto potenzialmente essa può incentivare a sua volta la crescita economica in settori paralleli a quello dove si potrà ottenere una riduzione dei consumi. La sola efficienza - sostiene dunque Jackson - non potrà mai permetterci di raggiungere la sostenibilità.

Un' altra delle strade suggerite dall'autore è quella di mutuare la strategia avviata negli anni’30 del secolo scorso dal presidente americano F. D. Roosevelt e che non a caso è definita “Green New Deal”: il settore pubblico dovrà investire in nuove tecnologie che possano apportare un deciso cambiamento in termini di sicurezza energetica, infrastrutture a basso impatto ambientale e salvaguardia della natura che a loro volta potrebbero liberare risorse per i consumi e gli investimenti delle famiglie attraverso la riduzione dei costi dell’energia. La riduzione della nostra dipendenza dai combustibili fossili (con quello che ne conseguirebbe anche in termini geopolitici) potrà a sua volta creare invece maggiore occupazione nel settore della green economy, ridurre la produzione di emissioni climalteranti, o in conclusione migliorare la qualità dell’ambiente nel quale viviamo.

In particolare, l’autore si sofferma ad analizzare il sistema dei cosiddetti “incentivi verdi”, a suo parere essenziali per il lancio definitivo di queste strategie, e cita come esempio particolarmente virtuoso quello della Corea del Sud, che negli ultimi anni ha stanziato addirittura l’80% del proprio pacchetto globale d’incentivi destinandolo ad obiettivi ambientali. Si stima che in questo modo essa creerà nel giro dei prossimi quattro anni ben 960.000 nuovi posti di lavoro.

Ma questa strategia risulta ancora lontana dall’essere adottata in gran parte del resto dei paesi del pianeta. L’Italia, ad esempio, nel 2009 ha destinato appena l’ 1,3 dei suoi incentivi alla componente “verde”, a fronte del 37,8 % della Cina, del 58,7% dell’Unione Europea e del 21,2% della Francia. Gli Stati Uniti si sono per ora fermati al 9,8%.
Investire nella costruzione di nuove strade, per esempio, può in effetti garantire nell’immediato la conservazione di posti di lavoro e ridare slancio all’economia. Ma se l’incentivo viene usato per finanziare interventi ad alto impatto ambientale, in futuro potrebbe essere impossibile riportare le emissioni al di sotto dei livelli che oggi inseguiamo.

Provando a sintetizzare l’elenco delle proposte - per le quali comunque rimando come sempre alla lettura del volume - un’altra delle soluzioni avanzate dallo studioso inglese è quella della riduzione dell’orario di lavoro, secondo la ormai vecchia formula “lavorare meno, lavorare tutti”, questo anche perché secondo Jackson accorciare la settimana lavorativa consentirebbe di avere a disposizione maggior tempo libero da utilizzare per noi stessi, la famiglia, i nostri passatempi, ma – perché no – anche per l’impegno sociale come le attività di volontariato.

Altra strategia auspicata è poi quella del potenziamento della ricerca tecnologica – ovvio - in direzione della sostenibilità. Gli investimenti, secondo Jackson, dovranno essere principalmente dirottati sulla produttività delle risorse, le fonti energetiche rinnovabili, le tecnologie “pulite”, i business “verdi”, l’adattamento climatico e la valorizzazione dell’ecosistema.

Ma – ci ribadisce più volte nelle sue pagine l’autore - la strategia principale dovrà essere quella di combattere drasticamente il “consumismo” considerato da Jackson il vero cancro dell’attuale sistema. Dovremo cioè contribuire alla creazione di un nuovo “edonismo alternativo” individuando fonti di soddisfazione che esulino dal mercato tradizionale. I valori materialistici come la fama, l’immagine e il successo finanziario si oppongono a livello psicologico a valori intrinseci come l’accettazione di sé, l’appartenenza ad un gruppo sociale o il sentire di far parte di una comunità. Ma proprio questi ultimi sono gli ingredienti della nuova prosperità. Le indagini in questo settore dimostrano del resto come le persone con valori intrinseci più elevati abbiano una vita più soddisfacente e al contempo dimostrano livelli di responsabilità ambientale più alti rispetto a quelle con valori materialistici. Ma per favorire questo cambiamento strutturale sarà altrettanto indispensabile il ruolo della politica, fino ad oggi più sensibile a soddisfare la pancia dei propri elettori in cambio del loro assenso, piuttosto che a rivestire un ruolo guida verso un cambiamento virtuoso di tutta la società.

L’ultimo capitolo del libro è dedicato a quello che dovrà essere un inevitabile periodo di transizione dall’attuale sistema consumistico alla nuova era di prosperità. Stabilire i limiti sull’utilizzo delle risorse e fare in modo che le attività economiche siano molto più consapevoli, fissare tetti massimi di utilizzo delle risorse e per le emissioni prodotte, saranno i primi passi imprescindibili. A tal proposito Jackson elogia il lavoro svolto nel corso degli anni, e già a partire dal 1992, da parte degli Amici della Terra nello sviluppo del concetto di "spazio ambientale" definito come quantitativo di energia, di risorse non rinnovabili, di territorio, acqua, legname e di capacità di assorbire inquinamento che può essere utilizzato a livello mondiale o regionale pro capite senza determinare danni ambientali. Proprio da questa valutazione potrà derivare l’elaborazione di politiche adeguate ad assicurare lo sviluppo sostenibile ed un’equa condivisione.

L’investimento ecologico dovrà essere indirizzato invece alla riqualificazione edilizia e all’implementazione di sistemi a basso impatto e basso consumo energetico; sviluppare tecnologie basate su fonti rinnovabili; riprogettare le reti di distribuzione dei servizi di pubblica utilità; potenziare le infrastrutture per il trasporto pubblico; ampliare le aree pubbliche quali zone pedonali, spazi verdi, biblioteche; salvaguardare e valorizzare gli ecosistemi.

E’ evidente che raggiungere questi obiettivi sarà una sfida enorme, siamo tuttavia con le spalle al muro e dunque non abbiamo poi molte altre scelte. La nostra unica possibilità è lavorare per questo cambiamento, credendoci fino in fondo.

“L’animale umano è una bestia condannata a morire che, se ha mezzi, compra, compra e compra. E la ragione per cui compra tutto quello che può è l’assurda speranza che fra le molte cose ci sia la vita eterna”. (Tennessee Williams)

Michele Salvadori

venerdì 22 ottobre 2010

La Seconda Conferenza nazionale sull'efficienza energetica

                         
Da alcuni anni gli Amici della Terra, di cui mi onoro di far parte, stanno realizzando una serie di incontri, conferenze, convegni a tema, che col passare del tempo assumono una rilevanza, un livello qualitativo ed un riscontro – per fortuna – sempre maggiori.

Ciò è senza dubbio non dovuto al caso ma ad un costante impegno, ad una professionalità, un’accuratezza nelle ricerche e un’obiettività delle analisi, opportune e quanto mai attuali nelle scelte sulle problematiche da affrontare.
L’ultima delle tante iniziative si è tenuta martedì 19 ottobre a Roma nella Sala Conferenze di piazza Montecitorio dove appunto è stata organizzata la Seconda Conferenza nazionale sull’efficienza energetica sul tema: “Integrare l’efficienza energetica con le rinnovabili”.

Nell’occasione è stato presentato dagli Amici della Terra un corposo Rapporto dal titolo: “Prospettive delle politiche di efficienza energetica. Opportunità per l’Italia” a cura di Andrea Molocchi in collaborazione con Monica Tommasi.
Per ragioni di completezza chi volesse potrà interamente consultarlo cliccando qui .

Il testo prende spunto da un dato di fatto: è in corso un cambiamento climatico che richiede una risposta a livello globale. Le emissioni di gas serra debbono ridursi al più tardi entro il 2020 e raggiungere almeno il 50% dei livelli del 1990 entro il 2050.
Che fare?
Secondo Giovanni Milani, amministratore delegato di Enipower SpA, le stime mostrano come, ancora al 2030, i combustibili fossili continueranno a coprire l’80% del fabbisogno energetico del pianeta.
Non esistono ad oggi di fatto alternative più economiche e di più semplice utilizzo. Questo significa che se da un lato l’uomo dovrà sforzarsi di ampliare la ricerca sulle nuove fonti energetiche, dall’altro sarà indispensabile, nell’immediato, concentrarci sulla strada dell’efficienza che presenta ancora grandi margini di miglioramento e rappresenta da sola forse la risposta più concreta alla riduzione delle emissioni.

Un primo dato d’interesse che emerge dal Rapporto degli Amici della Terra evidenzia come nonostante l’Italia risulti ancora oggi tra i primi Paesi europei in termini di efficienza energetica addirittura davanti a Spagna, Germania e Francia, tale posizionamento va interpretato più per quanto fatto dal nostro paese in passato (all’epoca della prima grande crisi energetica negli anni ’70) che per quanto essa abbia realizzato negli ultimi anni.
Questo significa che non possiamo continuare a guardarci allo specchio ma dobbiamo piuttosto agire.

Sempre in base alle stime del Rapporto AdT il complesso dei consumi energetici nel nostro Paese ammonta a 161 miliardi di euro, di cui 119 dovuti alle attività produttive (agricoltura, industria e servizi) 33 miliardi dovuti ai consumi delle famiglie e 8 miliardi a causa delle esportazioni.
Nel 2009 la legge “sviluppo” aveva previsto che il Ministero dello Sviluppo Economico varasse un Piano straordinario per l’efficienza e il risparmio energetico entro la fine dello stesso anno. Ad oggi stiamo ancora aspettando.

Sul piano produttivo e tecnologico tuttavia l’Italia risulta già in grado di apportare significative trasformazioni:
- In edilizia, settore nel quale probabilmente si realizzano i maggiori sprechi energetici, e forse campo nel quale il potenziale di risparmio risulta più elevato e le tecnologie molteplici: dall’impiantistica ad alta efficienza, alla scelta dei materiali in grado di ridurre le dispersioni energetiche, all’isolamento termico degli edifici, ai sistemi di illuminazione, senza dimenticare il settore degli elettrodomestici dove si sono concentrati maggiormente gli sforzi di informazione al consumatore e di incentivazione economica.
- Nel terziario (comprensivo dei settori commercio e servizi, inclusa la pubblica amministrazione) dove il maggior potenziale di miglioramento riguarda la climatizzazione mediante le pompe di calore, gli elettrodomestici e l’illuminazione.
- Nell’industria dove dovrà essere intensificata la sostituzione del parco motori elettrici con pompe, ventilatori e macchine utensili ad alta efficienza; altro intervento egualmente rilevante sarà quello volto a ridurre le perdite di rete attraverso migliorie al processo di distribuzione, al rifacimento delle linee ed all’avvicinamento degli impianti produttivi ai centri di utenza.
- Nel settore dei trasporti passeggeri, attraverso lo spostamento della domanda di mobilità verso il trasporto su rotaia, ma anche a quello pubblico su strada (autobus ecologici a basso consumo), e al settore della mobilità privata dove il regolamento (CE) 443/2009 per la riduzione delle emissioni di CO2 delle auto (obiettivo 130 gCO2/Km al 2015) sta determinando una forte accelerazione dei programmi di industrializzazione. A tal riguardo una particolare menzione merita la nostra FIAT che risulta essere prima nella graduatoria per media di emissioni CO2 (g/Km) per auto prodotte con un valore medio di 127, 8.
- Nel settore del trasporto merci che necessita, secondo Amici della Terra, interventi analoghi a quanto realizzato nel settore auto che siano di stimolo a processi virtuosi.

Il Rapporto dedica inoltre un riquadro specifico al trasporto marittimo che risulta l’unico grande settore ancora fuori dal controllo delle emissioni e che invece presenterebbe notevoli potenziali di miglioramento.

Grazie al meccanismo degli incentivi e delle detrazioni fiscali il settore dell’edilizia residenziale è senza dubbio quello dove si sono ottenuti in questi anni i maggiori risultati e non è un caso che gli Amici della Terra in occasione di questa conferenza abbiano rimarcato sul fatto che i due principali strumenti di incentivazione dell’efficienza energetica oggi disponibili nel nostro paese (detrazioni fiscali del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici, meccanismo dei certificati bianchi) si concentrino sul settore civile, mentre nel settore industriale manchino stimoli sufficienti per conseguire elevati risparmi energetici. In base all’ultimo rapporto sui certificati bianchi, pubblicato dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas, appena il 15% circa dei risparmi certificati dal 2005 al 31/5/2010 riguarda l’industria, contro l’80% del settore civile.

Un importante capitolo del Rapporto è dedicato alla proposta di Confindustria per il Piano straordinario di efficienza energetica e per il quale rimando, per ragioni di spazio, alla lettura del Rapporto stesso, ma che in estrema sintesi, attraverso la sua riformulazione da parte degli Amici della Terra con l’inclusione dei benefici economici per il sistema sanitario e gli oneri pubblici relativi alle quote di CO2 presenta i seguenti risultati:
- Saldo per il bilancio dello Stato: -7,8 miliardi
- Benefici per gli utenti (risparmi economici nella spesa energetica): +25,6 miliardi

- Benefici ambientali per la collettività (al netto della componente Stato): +10,8 miliardi

- Benefici per il sistema economico nazionale (valore aggiunto degli interventi): + 116,1 miliardi

con un risultato netto a vantaggio del sistema paese di circa 145 miliardi di euro.

Vengono analizzate poi le potenzialità insite nel sistema dei cosiddetti trasporti ad alta efficienza e le misure per il miglioramento dell’efficienza energetica, soffermandosi poi, in tema di strumenti d’incentivazione dell’efficienza, sulla necessità di apportare alcune migliorie tra cui, ad esempio, quella di correggere la misura che consente di beneficiare delle agevolazioni ai soli “utilizzatori” dell’immobile impedendo di fatto che il proprietario di un edificio possa finanziare, col consenso o su iniziativa degli inquilini, un intervento di risparmio energetico.

Il capitolo dedicato al cosiddetto sistema dei "Certificati bianchi" mette in luce come dall’avvio del meccanismo (1° giugno 2005) al 31 maggio 2010 è stata approvata l’emissione di certificati pari a 6,645 Mtep evidenziando quest’ultimo come probabile sistema di punta per il conseguimento degli obiettivi di risparmio energetico previsti al 2020.

Le conclusioni del Rapporto evidenziano come le misure di efficienza energetica siano molto convenienti per la collettività in quanto, a fronte dell’investimento iniziale, i risparmi a lungo termine delle famiglie libereranno risorse per consumi più sostenibili, ridurranno i costi delle imprese, liberando risorse per retribuzioni, investimenti e innovazione, dando sviluppo alla cosiddetta "green economy".
Inoltre l’efficienza energetica, se applicata, rappresenta un importante ausilio alla collettività in quanto riduce i costi climatici e sanitari della produzione di energia, in genere e prevalentemente associati ai combustibili fossili.

Nonostante questo – sostengono tuttavia gli Amici della Terra – l’attuale sistema degli incentivi va rivisto e corretto; gli attuali incentivi per le rinnovabili elettriche, troppo elevati, aprono spazi di speculazione e vanno sostanzialmente a finanziare la diffusione di tecnologie estere, come i pannelli fotovoltaici cinesi, la maggior parte delle tecnologie per l’efficienza sono già oggi offerte dall’industria nazionale, che potrebbe quindi avvantaggiarsi da un rilancio delle misure di sostegno, rafforzando il suo posizionamento competitivo, in Italia e all’estero.
Per ottimizzare il raggiungimento degli obiettivi europei al 2020, occorre una regia capace di razionalizzare gli incentivi per le rinnovabili elettriche e potenziare gli interventi di efficienza energetica, ivi inclusi quelli per le rinnovabili termiche, assai meno onerosi e ricchi di opportunità sotto ogni profilo, anche ambientale.

Certo non si può non considerare il principale scoglio a tutto questo: il costo di incentivazione dell’efficienza energetica quantificato da Amici della Terra in circa 24 miliardi di euro per il periodo 2010-2020 recuperabile in almeno due terzi attraverso il maggior gettito netto, ma che comunque presenta un conto di poco meno di un miliardo di euro all’anno.

Le tecnologie utilizzabili per il miglioramento dell’efficienza energetica riguardano praticamente tutti i settori della nostra economia. Nel corso della conferenza sono stati illustrati alcuni tra i principali casi studio sviluppati attualmente in Italia:
dalle pompe di calore per la climatizzazione che sfruttano l’energia rinnovabile a bassa temperatura; alla cogenerazione; agli impianti a ciclo Rankine a fluido organico per generazione elettrica da recupero di calore; alla integrazione di solare termico e caldaie ad alta efficienza; al teleriscaldamento; all’isolamento termico degli edifici; ai veicoli passeggeri e merci ad alta efficienza; ai servizi per la diagnosi e la gestione del risparmio energetico: sono solo alcune delle proposte dell’industria italiana nelle tecnologie e nei prodotti dell’efficienza, proposte che si stanno affermando -anche a livello internazionale- in un paese privo di fonti fossili e dal territorio scarso e delicato sotto il profilo ambientale e paesaggistico. Un paese che ricerca una maggiore competitività anche riducendo i costi esterni ambientali, che vuole risparmiare sui costi dell’energia, ridurre le emissioni di gas serra, e che vede nuove prospettive per un’occupazione stabile e qualificata.
Ora sta alla politica – ribadisce il Rapporto degli Amici della Terra - decidere se queste opportunità industriali devono rimanere residuali o se, invece, possono costituire un sistema vincente per diventare leader dell’efficienza energetica, un settore -trasversale a tutta l’economia- in cui tutto il mondo dovrà investire il massimo di risorse negli anni a venire.

Desidero infine chiudere con alcune brevi considerazioni di carattere personale. Nel corso degli interventi della conferenza, oltre a ribadire la necessità di apportare correzioni migliorative al meccanismo degli incentivi, da più parti è stata sollevata anche la questione di una scarsa predisposizione culturale da parte degli italiani ad accogliere queste nuove proposte e sulla grande importanza di contribuire alla diffusione ed alla conoscenza di queste nuove tecniche e pratiche alfine di concorrere ad un cambiamento di mentalità considerato da tutti indispensabile per il raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Alcuni sono ricorsi ad esempi molto elementari.
L’Amministratore Delegato di Enipower ha citato la campagna “Eni si toglie la cravatta” per ridurre il consumo degli impianti di aria condizionata, sollecitato l’utilizzo di lampadine a risparmio energetico, e ha infine suggerito di abbassare di 1 °C la temperatura dei termostati per il riscaldamento delle nostre abitazioni; Alessandro Ortis, Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, ha invitato ad un maggiore coinvolgimento delle scuole in queste pratiche ed alla lettura, a fini didattici e di sensibilizzazione, da parte degli studenti delle bollette della loro scuola; Giovanni Lelli, Commissario ENEA, ha invece suggerito d’insegnare la pratica della raccolta differenziata agli studenti delle scuole.

Come Amici della Terra tutto questo lo stiamo facendo da ormai molti anni. Abbiamo iniziato nel 1998 a portare nelle scuole un progetto "The Bet - La Scommessa" che si basava proprio sulla messa in pratica di tutti questi suggerimenti rivolti innanzitutto agli studenti ma non solo a questi.
Trovo conforto nel fatto che di questi temi parlino oggi anche i vertici delle più importanti aziende italiane.
Come si dice: meglio tardi che mai.
E trovo egualmente rilevante che alcuni tra i protagonisti di un’iniziativa di spessore come questa conferenza, che ha coinvolto il mondo della politica e dell’industria, abbiano voluto evidenziare l’importanza di stabilire un contatto stabile tra il mondo dei tecnici e quello che la nostra Presidente, Rosa Filippini, ha definito “il mondo che un tempo era chiamato della casalinga di Voghera”.
Ritengo che proprio questo compito di coniugare due realtà ancora oggi tanto distanti, il mondo della tecnologia in cui l’Italia dimostra di avere grandi potenzialità di eccellenza ma che di fatto è legato ancora ad una ristretta cerchia di adepti e quello delle persone comuni - la stragrande maggioranza di noi - ancora tanto distanti da queste tematiche, possa e debba continuare ad essere uno dei compiti fondamentali dell’ambientalismo degli anni a venire.

Michele Salvadori