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lunedì 16 maggio 2011

"Gaia" di James Lovelock

Come avviene in campo letterario, anche in quello scientifico e ambientalista si possono individuare dei testi che col tempo hanno assunto la fisionomia di “classici” del settore e dunque acquisito un proprio valore storico ancorchè, sul piano scientifico, abbiano inevitabilmente perduto quella validità che potevano possedere al momento della loro prima pubblicazione.

E’ il caso di “Gaia”, il celeberrimo libro scritto da James Lovelock nel 1979 che ha di fatto rivoluzionato l’ecologia e gli studi sull’ambiente offrendo una prospettiva nuova al settore degli studi dedicati all’ambiente. Questo testo che solo in Italia è stato pubblicato ben 4 volte (1979, 1987, 1995 e 2000) viene adesso riproposto dal suo editore (Bollati Boringhieri) in una nuova edizione 2011 (la quinta!) a dimostrazione del continuo interesse suscitato dai suoi contenuti che, se all’epoca del sua prima uscita suscitarono scarso interesse e condivisione delle teorie illustratevi, col tempo ha acquisito un numero sempre maggiore di sostenitori.

A differenza di un testo letterario, uno di carattere tecnico è condannato inevitabilmente a subire in modo repentino il passare degli anni. Qualunque teoria scientifica a distanza di pochi anni rischia di essere superata da nuove ricerche e scoperte. E’ in fondo uno degli aspetti positivi del nostro sapere quello di essere in continua evoluzione. Questa regola vale naturalmente anche per “Gaia”, la cui lettura odierna mostra inevitabilmente i segni del tempo ma che risulta ancora oggi di grande interesse, oltre a suscitare notevole ammirazione nei confronti del suo autore per il messaggio estremamente innovativo che egli seppe creare (se pensiamo, appunto, che lo fece ben oltre trent’anni fa!).

E qual è allora in sintesi la teoria illustrata in questo testo? Negli anni ’70, anche a causa della prima crisi petrolifera che costringe l’umanità a porsi i primi interrogativi sull’eccesso di consumi energetici, si assiste alla nascita dei principali movimenti ambientalisti e si sviluppa il primo serio dibattito su queste tematiche che vede svilupparsi due netti fronti contrapposti tra loro; quello dei cosiddetti “catastrofisti” che ritenevano che la Terra si sarebbe progressivamente raffreddata, che prevedevano la glaciazione anche del Mar Mediterraneo lasciando all’uomo poche possibilità di scampo; e quello dei loro detrattori, gli “ottimisti”, che erano invece sin troppo fiduciosi riguardo alle sorti del nostro pianeta a prescindere dai metodi utilizzati dall’uomo per attingere alle sue risorse.
James Lovelock
Di fronte a queste due strade, Lovelock – e qui sta la sua grande novità – propone un’ipotesi in qualche modo equidistante da entrambe. Nella sua prima formulazione l'ipotesi Gaia, che altro non è che il nome del pianeta vivente (derivato da quello dell'omonima divinità femminile greca, nota anche col nome di Gea), si basa sull'assunto che gli oceani, i mari, l'atmosfera, la crosta terrestre e tutte le altre componenti geofisiche del pianeta Terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all'azione di tutti quegli organismi che concorrono a formarla; la Terra (Gaia, appunto) è, secondo lo scienziato inglese, un unico organismo vivente capace di autoregolarsi e di rispondere a tutti quei fattori nuovi e avversi che ne turbano gli equilibri naturali. La materia vivente non rimane passiva di fronte a ciò che minaccia la sua esistenza. Ad esempio la temperatura, lo stato d'ossidazione, l'acidità, la salinità e altri parametri chimico-fisici fondamentali per la presenza della vita sulla Terra, presentano valori costanti. Questa omeostasi (la condizione di relativa stabilità interna ad un organismo, che deve mantenersi anche al variare delle condizioni esterne attraverso meccanismi autoregolatori) è l'effetto dei processi di feedback (la risposta ad un determinato effetto) attivo svolto in maniera autonoma e inconsapevole dal biota (l'insieme della vita vegetale e animale che caratterizzano una certa regione o area). Inoltre tutte queste variabili non mantengono un equilibrio costante nel tempo ma evolvono in sincronia con il biota. Quindi – afferma Lovelock - i fenomeni evoluzionistici non riguardano solo gli organismi o l'ambiente naturale, ma l'intera Gaia fornendo al contempo una risposta anche a coloro i quali ritengono la natura come una forza primitiva da soggiogare e da conquistare.

Naturalmente la teoria di Gaia è suffragata da una serie di dati e controprove che ci vengono illustrate in dettaglio nel testo che pur ha il grande pregio di utilizzare toni divulgativi che lo rendono accessibile anche ad un pubblico non troppo preparato alle tematiche affrontate.

Ma gli spunti di riflessione che questo testo ci offre sono davvero molti anche ad una sua lettura in chiave storica. Ad esempio la fine degli anni ’70 è l’epoca delle prime ipotesi di vita su altri pianeti. Vengono inviati i primi satelliti (il Viking, ad esempio) alla ricerca di elementi utili a stabilire la possibilità di vita in ambienti diversi dalla Terra. Lovelock ne trae spunto per affrontare delle considerazioni sul concetto stesso di vita. “Come possiamo essere sicuri – egli si chiede - che il tipo di vita su Marte, se esiste, possa rivelarsi con degli esami basati sul genere di vita della Terra?” e ancora: “Che cos’è la vita e come dovrebbe essere identificata?” Domande, a mio parere, ancora oggi senza una risposta definitiva.

Come primo argomento a favore della sua teoria, Lovelock utilizza il raffronto tra pianeti quali Marte, Venere e la Terra. Mentre la condizione di grande acidità atmosferica sia di Marte che di Venere ha reso su entrambi questi pianeti di fatto impossibile lo sviluppo della vita, (almeno per come lo intendiamo noi), sulla Terra si sono create delle eccezionali condizioni di neutralità chimica tali da favorirla, ma soprattutto, tali condizioni di neutralità si sono mantenute nel corso di milioni di anni a prescindere da eventi, anche traumatici, che pure l’avrebbero dovuta modificare drasticamente e forse irrimediabilmente. “Tutto questo è semplicemente dovuto al caso?”, si chiede l’autore.

E ancora. La Terra gira intorno a un’incontrollata fonte irradiante di calore, il Sole, la cui radiazione non è per nulla costante. Eppure fin dall’inizio della vita, circa tre miliardi e mezzo di anni fa, la temperatura media della Terra non si è mai scostata per più di alcuni gradi dai suoi attuali livelli. Non è mai stato troppo caldo o troppo freddo per la sopravvivenza della vita sul nostro pianeta.

Il ragionamento poi prosegue con l’analisi dei singoli gas componenti l’atmosfera: dal principale per noi, l’ossigeno, la cui percentuale (21%) resta miracolosamente costante e tale da consentire lo sviluppo della vita sul pianeta ed al contempo senza raggiungere valori appena di poco superiori (basterebbe il 25%!) da rendere la nostra atmosfera facilmente incendiabile! Fino all’ammoniaca, derivato dell’azoto, avente lo scopo principale, secondo Lovelock, di regolare appunto l’acidità dell’ambiente consentendo, ad esempio, alla pioggia di mantenere un PH vicino ad 8, ottimale per la vita, quando in assenza di ammoniaca in atmosfera il valore del PH sarebbe vicino a 3 ovvero estremamente acido (è il valore del nostro aceto). A questo proposito fa sorridere una prima constatazione di carattere storico quando, in merito alla questione dell’acidità atmosferica, l’autore parla delle prime ipotesi relative alle cosiddette “piogge acide” in Scandinavia e America Settentrionale causate (sembrerebbe!) dall’inquinamento prodotto dalla combustione degli oli industriali per il riscaldamento domestico!

Quando viene affrontato il tema dell’anidride carbonica, all’epoca della prima uscita del libro attestatasi a valori atmosferici attorno allo 0,03% , lo scienziato inglese si dimostra abbastanza scettico in merito alla teoria appena sviluppata secondo la quale il consumo dei combustibili fossili sarebbe destinato ad incrementare notevolmente negli anni seguenti la percentuale di CO2 in atmosfera con conseguenze sul surriscaldamento del pianeta. Ovvio che in’epoca in cui si guardava con preoccupazione al rischio glaciazione l’ipotesi di surriscaldamento fosse vista da alcuni quasi come auspicabile. Inoltre questo argomento, ammesso pure si rivelasse in futuro realistico, per Lovelock cozzava con la sua teoria secondo cui qualunque fenomeno di questo tipo poteva essere facilmente riequilibrato proprio dalla combinazione di tutti gli agenti che compongono il sistema Gaia. Analogo scetticismo viene manifestato nei confronti di un altro problema che inizia a manifestarsi alla fine degli anni ’70: il buco dell’ozono, causato dall’impiego di alcuni gas, i Clorofluorocarburi (CFC) usati all’epoca per il funzionamento di alcuni elettrodomestici (frigoriferi) e per le bombolette spray. Anche in questo caso secondo Lovelock il sistema Gaia sarebbe stato in grado col tempo di innescare dei meccanismi di riequilibrio. Significativo, a tal proposito, il fatto che col passare degli anni il nostro scienziato non solo avrebbe cambiato idea sull’effettiva pericolosità del fenomeno ma addirittura ne sarebbe divenuto uno dei principali artefici della battaglia che avrebbe condotto all’adozione di misure necessarie alla ricomposizione dello strato di ozono atmosferico.

Infine, lo stesso scetticismo Lovelock lo manifesta anche nei confronti della battaglia contro il famigerato pesticida DDT largamente usato negli anni passati dagli agricoltori ma ritenuto causa di gravi malattie. Ebbene anche in questo caso, pur manifestando la massima solidarietà con l’autrice di “Primavera Silenziosa”, Rachel Carson, la prima a denunciare i drammatici effetti dell’uso di questa sostanza a tal punto da paventare un futuro senza uccelli e per questo “silenzioso”, Lovelock si mantiene fiducioso riguardo alla possibilità che anche i danni prodotti da questo antiparassitario possano nel giro di breve tempo essere comunque riassorbiti.

Ciò che secondo il nostro scienziato inglese è fondamentale è che comunque l’uomo preservi alcune aree del pianeta da lui considerate vitali al mantenimento delle capacità di riequilibro da parte del sistema Terra. A riguardo di queste aree Lovelock appare, a mio parere, un po’ reticente. Parla in maniera generica delle zone dei tropici e poi si sofferma sugli estuari dei fiumi, sulle paludi e le piattaforme continentali. Questo patrimonio dovrà essere preservato dall’uomo- in fondo questa è l’unica conditio sine qua non che egli pone - se vorremo preservare la capacità del pianeta di ripristinare ogni volta l’equilibrio intaccato.

Sull’uomo Lovelock mostra di nutrire grandi speranze; secondo lui, l’uomo, rispetto ad altre specie viventi sulla Terra, non eccelle né nel volume del cervello, né nelle sue capacità di animale sociale, tantomeno per l’uso della parola o nell’uso di strumenti. Ciò in cui l’uomo eccelle è nella capacità di utilizzare tutti questi mezzi al contempo, ottimizzandone l’insieme e così facendo raccogliere, accumulare ed elaborare informazioni, e quindi usarle per manipolare l’ambiente con determinazione e in modo da anticipare i tempi.

L’ottimismo per il futuro tuttavia non offre certezze riguardo a quelli che potranno essere gli sviluppi. Secondo Lovelock “non siamo in grado di immaginare con precisione quello che avverrà” e aggiunge: “Non vi possono essere prescrizioni o insieme di regole per vivere su Gaia. Per ciascuna delle nostre diverse azioni vi sono solo conseguenze”.

L’errore più grande che l’uomo possa commettere è quello di ritenere di poter soggiogare la natura ai propri interessi. L’uomo è parte stessa della natura; egli può, anzi, deve sforzarsi di vivere con “intelligenza” in simbiosi con essa.

Lo scorso anno lo statunitense Peter Ward ha avanzato una nuova teoria in contrapposizione a quella di Lovelock definendola, non a caso, l’”Ipotesi Medea”. La tesi di fondo di Ward è che la Terra sia tutt’altro che benevola e per questo paragonandola alla malvagia Medea che nella mitologia greca giunse ad uccidere i suoi figli. Ma il testo di Ward è molto meno attendibile di quello di Lovelock in quanto si limita ad illustrare una sequela di disastri naturali, che nel corso della vita del pianeta hanno causato estinzioni di massa, senza il conforto di argomentazioni di carattere scientifico. A mio parere questo è troppo poco per supportare l’idea che la Terra sia una perfida matrigna.

Resta nonostante tutto il grande fascino invece dell’ipotesi “Gaia” di una Terra tutto sommato anche indulgente (come solo una madre talvolta sa essere!), che non a caso resiste da oltre trent’anni, anche se ogni tanto pure questa teoria mostra delle crepe. Dobbiamo ammettere infatti che le cose non sono sempre andate come Lovelock auspicava e che, quantomeno, di tanto in tanto, la Terra sembra perdere il pieno controllo di se (o la pazienza nei nostri confronti?) e qualche disastro naturale con conseguente estinzione di specie si verifica.

Michele Salvadori

sabato 2 gennaio 2021

"La sfida di Gaia" di Bruno Latour


Ormai da oltre una decina di anni mi muovo in lungo e in largo per l’Italia. Causa il tipo di lavoro che svolgo sono costretto ad utilizzare come mezzo di trasporto un’auto con la quale compio migliaia di chilometri viaggiando in ogni stagione ed in ogni condizione meteo. Ho potuto sperimentare di persona e più volte cosa significa il cambiamento climatico e come negli ultimi anni si sia verificata una accelerazione verso un’instabilità metereologica sempre più contraddistinta da fenomeni di estrema violenza. Mai come negli ultimi anni e con frequenza purtroppo sempre crescente, ho dovuto affrontare in auto piogge torrenziali quanto improvvise, bombe d’acqua, trombe d’aria e via dicendo, in ogni stagione ed in ogni zona d’Italia.

Ormai partire da casa per un viaggio di lavoro contempla inevitabilmente prendere in seria considerazione le previsioni metereologiche prima di ogni altra cosa ed agire di conseguenza. Se un tempo prima della partenza mi sentivo dire da mia moglie la consueta frase: “Mi raccomando, vai piano, sii prudente”. Ora la prima questione è diventata: “Che tempo farà nei prossimi giorni in Liguria? In Veneto? E in Campania?”.

Il cambiamento climatico in atto ai mei occhi è talmente evidente e mi procura così tanta ansia alla vigilia di ogni mia trasferta che sinceramente fatico a comprendere come ci siano ancora molti che ne sostengono l’inesistenza e, di conseguenza, non sembrano preoccuparsi di quanto stia avvenendo.

Per questo ho letto con grande interesse “La sfida di Gaia”, titolo del saggio edito da Meltemi che raccoglie otto conferenze del filosofo e antropologo francese, Bruno Latour attraverso le quali egli tenta di abbattere i muri che ancora separano i saperi scientifico e umanistico provando a dare un contributo anche da parte del mondo della filosofia alla causa della sostenibilità ambientale.

Premetto che a differenza della gran parte delle altre opere che ho commentato su questo blog - tutte più o meno accomunate da intenti divulgativi e di più semplice presa - stavolta il contenuto di questo saggio è di complessità superiore e probabilmente di non facile comprensione per chiunque. Io almeno ho faticato non poco nell’affrontare alcuni passaggi di questo libro sui quali mi sono dovuto soffermare più a lungo del solito per comprenderne il significato. Ciononostante credo che ogni tanto ci si debba cimentare anche con testi superiori alle nostre capacità per compiere dei passi in avanti.

Bruno Latour parte proprio dalla domanda che in tanti ci poniamo quotidianamente. Fenomeni quali innalzamento del livello dei mari, scomparsa dei ghiacciai, innalzamento dei livelli di CO2, aumento delle temperature (sembra che il 2020 sia stato l’anno più caldo di sempre), acidificazione degli oceani, scomparsa delle specie animali, tutto conferma che stiamo vivendo una profonda crisi ecologica. Eppure, una consistente fetta della società continua a non dare segni di preoccuparsi di certi fenomeni quasi che questi fossero eventi che non la riguardano. Com’è possibile?

L’analisi di Bruno Latour è incentrata innanzitutto a trovare le cause principali a questa sorta d’indifferenza semi collettiva che contraddistingue una parte della nostra società.

A parere di Latour la refrattarietà da parte di parte dell’umanità a reagire alle conseguenze della crisi climatica è frutto di una realtà ormai estremamente complessa nella quale viviamo. Ma per il filosofo francese siamo giunti a questa situazione anche a causa di un mancato dialogo tra i vari saperi. Nell’ultimo mezzo secolo, le voci inascoltate degli scienziati avrebbero avuto probabilmente maggiore eco se a recepirle non ci fossero stati solamente i loro colleghi di altre discipline tecnico-scientifiche, ma gli umanisti, quei filosofi, sociologi e antropologi in grado di valutare gli impatti della crisi ecologica sugli esseri umani.

Latour parte dall’analisi di una delle teorie cardine della scienza ambientale ovvero dall’ “Ipotesi Gaia” di James Lovelock, già commentata anche dal sottoscritto su questo blog. Alla fine degli anni Settanta, Lovelock ipotizza l’idea che gli oceani, i mari, l'atmosfera, la crosta terrestre e tutte le altre componenti geofisiche del pianeta Terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all'azione di tutti quegli organismi che concorrono a formarla; la Terra (Gaia, appunto) è, secondo lo scienziato inglese, un unico organismo vivente capace di autoregolarsi e di rispondere a tutti quei fattori nuovi e avversi che ne turbano gli equilibri naturali. La materia vivente non rimane passiva di fronte a ciò che minaccia la sua esistenza.

Latour inizia con una provocazione: la rivoluzione auspicata dalle menti progressiste si è già realizzata, non per l’auspicato cambiamento nella proprietà dei mezzi di produzione, ma per un’accelerazione nel movimento del ciclo del carbonio. I mari si riscaldano, l’acidità degli oceani è in costante crescita, quali che siano le strategie di resilienza nell’immediato futuro faremo i conti con tutti i tipping points che sono stati superati da tempo. Siamo nell’età delle conseguenze. Per chi non lo avesse ben chiaro: nell’età delle conseguenze dell’attività umana.

Secondo Latour parte della società resta insensibile alle questioni ecologiche, appare indifferente quasi che quest’ultime non la coinvolgessero direttamente proprio perché contrariamente a quanto teorizzato da Lovelock, questa parte di società sente, erroneamente, di non appartenere più a Gaia, di non fare più parte dello stesso “mondo” fisico.

“Andare a dire agli occidentali che il tempo è finito, che il loro mondo è giunto al termine, che è necessario un cambiamento del loro stile di vita, non può che suscitare un sentimento di totale incomprensione poiché, per loro, l’apocalisse è già avvenuta.” A parere di Latour i cosiddetti scettici del clima reputano degli svitati, delle moderne “Cassandre” i profeti di sventura del cambiamento climatico.

Ciò avviene, secondo Latour, “in un momento in cui la figura dell’umano non è mai apparsa così inadatta a tenerne conto”, un contesto storico in cui “siamo alfine riusciti a universalizzare su tutta la superficie della Terra lo stesso umanoide economizzatore e calcolatore”.  Da una parte c’è l’homo oeconomicus, dedito solo alla cura dei propri interessi individuali ed incarnazione del capitale, dall’altra Gaia.

In un Pianeta egemonizzato e omogeneizzato dall’economia, la presenza dell’umano è ovunque, così come la sua relazione con ciò che una volta era considerato naturale, eppure la centralità assunta da Gaia continua a essere percepita da una parte minoritaria di coloro che hanno accesso alla conoscenza:

“Avete sicuramente notato che gli individui che rimangono insensibili alle crisi ecologiche sono molto suscettibili su tutte le questioni di morale come di identità e pronti a scendere in piazza quando i loro interessi sono minacciati. Se hanno scelto di essere negligenti è solo nei confronti di esseri che appartengono al regno della ‘natura’”.

Ma, al contrario, a parere di Latour l’unica possibilità che abbiamo per allontanarci dall’Apocalisse che altrimenti ci attende sarà proprio tornare a percorrere la strada del linguaggio apocalittico, convincere questi “scettici” dell’immutato radicamento dell’essere umano alla Terra.

“Gaia è un’ingiunzione a rimaterializzare l’appartenenza al mondo”.

Nella parte finale del saggio Latour afferma con forza l’anacronismo di istanze sostenute dagli Stati-nazione e la necessità di dar voce a Gaia: “La finzione non risiede nel dare voce all’acqua, ma nel credere che si possa fare a meno di rappresentarla con una voce umana, capace di farsi comprendere da altri umani”.

La scienza dell’Economia ha depotenziato gli Stati, li ha privati della capacità di garantire la difesa ai propri soggetti:

“Il fallimento della lotta dello Stato contro le mondializzazioni successive non l’ha preparato affatto a tenere conto di questa nuova forma di mondializzazione da parte della Terra stessa. Nell’epoca dell’Antropocene lo Stato sovrano si ritrova quindi affetto da obsolescenza, proprio nel momento in cui la mondializzazione planetaria diviene letteralmente, e non più figurativamente, il pianeta”.

Michele Salvadori

giovedì 4 marzo 2010

Il paradigma dei Creativi Culturali



Si è tenuta sabato 27 febbraio 2010, in un affollatissimo Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, la presentazione del film “Olos, l’Anima della Terra”, proiettato in anteprima al Klimaforum di Copenaghen lo scorso mese di dicembre.
Il film ambisce a rappresentare il manifesto di una nuova cultura planetaria trasversale che sembra stia emergendo tra la popolazione dei Paesi più sviluppati: quella che accomuna i cosiddetti creativi culturali.
Il termine “creativi culturali” è stato coniato per la prima volta dal sociologo americano Paul H. Ray che, tra la metà degli anni ’80 e la fine degli anni ’90, assieme alla psicologa Sherry R. Anderson ha svolto numerose ricerche e studi su questo campione di popolazione artefice, secondo i due studiosi, di un processo di cambiamento culturale tuttora in atto ed in continuo sviluppo.

Oggi un sempre maggior numero di persone si dichiara preoccupato per lo stato dell’ambiente, la pace nel mondo, il mutamento climatico, le ingiustizie sociali ed economiche e, per contro, cerca nei comportamenti di tutti i giorni di adottare atteggiamenti improntati ad uno stile di vita più consapevole, ecosostenibile, volti alla ricerca di una migliore qualità della vita ed ispirati alla ricerca di una crescita personale e interiore. Se vi riconoscete in questi valori e obiettivi anche voi potrete, con orgoglio, definirvi dei “creativi culturali”. Gli studi di Ray e Anderson hanno rilevato come negli USA i creativi culturali, ancora esigua minoranza di persone negli anni ’60, sono passati oggi a rappresentare un campione di oltre il 30% della popolazione americana.
Gli studi di Ray sono stati ripresi in Italia da Enrico Cheli, sociologo e docente all’Università di Siena e Nitamo Montecucco, medico psicosomatista, ricercatore del Centro di Medicina Naturale dell’Università di Milano, nonché presidente del Club di Budapest Italia (per info visita il sito: http://www.club-of-budapest.it/ ).

Questi due studiosi italiani, oltre ad aver collaborato alla realizzazione del film “Olos”, sono anche gli autori del libro “I Creativi Culturali” (Xenia Edizioni, €. 10,00) nel quale vengono presentate le analoghe indagini sul tema condotte nel nostro Paese e che dimostrano come anche da noi, ma in generale in tutti i principali Paesi europei, i creativi culturali si stanno negli anni moltiplicando con percentuali piuttosto vicine a quelle rilevate negli USA.
In generale, dagli studi italiani e da quelli effettuati da Ray, emerge come oltre il 30% della popolazione rientra oggi in questa categoria di persone, composta da una lieve e maggiore percentuale di donne rispetto agli uomini ( 55% donne e 45% uomini), e che il tema in assoluto più caro ai creativi culturali è la pace seguita subito a ruota dalla difesa dell’ambiente.
Ma il dato a mio parere più rilevante è un altro.
Dalla comparazione dei due studi emerge con chiarezza la presenza di una cultura trans-nazionale largamente condivisa e in continua espansione che si pone l’obiettivo di divenire nel tempo la nuova cultura dominante e contraddistinta dal senso di responsabilità diretta dell’individuo. I Creativi Culturali sostengono la necessità di impegnarsi in prima persona a seguire uno stile di vita in grado di fornire un contributo attivo affinché il cambiamento positivo auspicato possa verificarsi.
Il filosofo e premio Nobel per la Pace Ervin Laszlo sostiene che “noi non sappiamo con certezza quello che ci riserva il futuro. Tuttavia sappiamo di non poter continuare ad andare avanti come abbiamo fatto finora”.
Stiamo distruggendo la struttura della società, l’insicurezza sta crescendo sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri, e più di 900 milioni di persone nel mondo vivono in slum, baraccopoli.
Un miliardo di abitanti del pianeta ha a disposizione e utilizza l’80% delle risorse del pianeta, e il resto della popolazione della Terra (6 miliardi di persone) ha a disposizione il rimanente 20% di risorse. Non bastasse questo, stiamo anche distruggendo il pianeta. La produzione di risorse biologiche è giunta al suo massimo, le biodiversità sono minacciate e in via di estinzione, l’acqua scarseggia per più della metà della popolazione mondiale. I cambiamenti climatici minacciano di rendere inadatto parte del pianeta alla produzione di alimenti e alla vita stessa della popolazione che lo abita.
“Il punto - sostiene ancora Laszlo - non è tanto quello di cambiare - quello lo dovremo fare per forza - ma piuttosto la domanda da porsi è un’altra: cambieremo in tempo? "
Già nel XVIII° secolo Thomas Malthus aveva teorizzato che un giorno il numero degli abitanti del pianeta avrebbe superato la capacità di produzione di cibo necessario a sfamarli.
Oggi consumiamo più di quanto possiamo rigenerare o rimpiazzare e scartiamo più di quanto la natura può assorbire.
E’ indispensabile pertanto acquisire una diversa consapevolezza che si basi su valori diversi e priorità diverse da quelle che hanno caratterizzato la nostra vita sino ad oggi. Questa è probabilmente l’unica strada che possiamo percorrere per salvaguardare la vita della specie umana sulla Terra. Perché il punto è anche un altro. La Terra ha 4 miliardi e mezzo di anni, è sopravvissuta all’estinzione dei dinosauri, sopravvivrà senz’altro anche all’estinzione dell’uomo.
Il problema è nostro e della nostra specie.
Che fare allora?
M. Ghandi sosteneva: “ sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.
A. Einstein aggiunse: “non puoi risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che ha creato il problema”.

Se vogliamo salvare il mondo attuale dobbiamo cambiare noi stessi e il nostro modo di pensare.

I Creativi Culturali partono da due presupposti per indurre tale auspicato cambiamento:
- il primo è la consapevolezza che uomo e natura sono un tutt’uno e non due entità separate.
- il secondo presupposto è il senso di responsabilità diretta di ognuno di noi.
Se siamo tutt’uno con la natura e con gli altri le nostre responsabilità non finiscono con noi stessi, con le nostre famiglie, col nostro Paese, ma comprendono l’intera famiglia umana e la Terra tutta.

Il film “Olos” prende il nome dal termine greco che sta proprio a significare il “tutto”, l’”intero” e cerca di sviluppare i concetti sopra accennati. Fà questo partendo dalla definizione del cosiddetto “paradigma olistico” ovvero uno schema d’interpretazione della realtà che prendendo le distanze dallo schema immaginato dal filosofo Cartesio e che separava decisamente materia e spirito, scienza e coscienza (res cogitans e res extensa, appunto), tenta invece di affermare il modello olistico basato invece su una concezione unitaria e più complessa dell’uomo e del pianeta in cui egli vive.
E’ in fondo quanto già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso hanno tentato di affermare movimenti culturali quali l’ambientalismo, l’ecologia, le medicine alternative o alcune pratiche meditative quali lo yoga, lo zen, il buddismo e altre ancora.
Avvalendosi della collaborazione di una trentina di illustri scienziati e studiosi di tutto il mondo, “Olos” tenta di dimostrare le basi scientifiche del paradigma olistico analizzandone le singole branche di ricerca: dalla medicina alla genetica, dalla psicologia alla filosofia fino all’ecologia dove si riconosce a James Lovelock e alla sua “Ipotesi Gaia” (dove l’intera gamma delle specie viventi sulla Terra viene vista come una singola grande unità attiva e capace di manipolare l’ambiente per le proprie necessità globali), probabilmente uno dei contributi più significativi allo sviluppo del paradigma olistico.
Lo stesso percorso, in maniera più articolata e dettagliata, viene seguito anche nel libro “I Creativi Culturali” di Cheli e Montecucco.
Scopo ultimo dei Creativi Culturali è quello, attraverso una divulgazione sempre più ampia e capillare possibile dei loro principi ispiratori, di costituire la cosiddetta “massa critica” necessaria al cambiamento globale.
La “massa critica” in fisica individua la quantità di materiale fissile (uranio, plutonio) necessaria ad innescare una reazione a catena. Essa viene presa a paragone in questo caso per indicare come una minoranza attiva della popolazione più sensibile delle altre a certe tematiche possa tuttavia indurre un grande cambiamento sociale nel momento in cui raggiunge un certo grado di numerosità o di intensità. E tale cambiamento al raggiungimento di questa soglia critica potrà a quel punto svilupparsi in maniera assai repentina e radicale.
E’ indubbio che l’umanità ed il pianeta si trovino ad attraversare un periodo storico di grandi sconvolgimenti climatici, sociali, economici ed esistenziali. Parallelamente è altrettanto indubbio come sia in atto anche un processo di messa in discussione della cultura dominante. Si tratta di due tendenze in netta contrapposizione tra loro: una distruttiva ed una costruttiva. L’esito di questo scontro è ancora incerto.
E’ però sicuro che non abbiamo ancora molto tempo a disposizione per la nostra scelta definitiva.

L’iniziativa in Palazzo Vecchio non aveva avuto quasi alcun risalto sugli organi di stampa locali e ciononostante il Salone dei Cinquecento a Firenze era gremitissimo.
Che davvero qualcosa sia stia muovendo a livello di consapevolezza collettiva e desiderio di cambiare per il meglio?

Per maggiori info consulta: http://www.reteolistica.it/ oppure http://www.creativiculturali.it/

Michele Salvadori