lunedì 5 aprile 2010

"La società post-crescita" di Giampaolo Fabris


Ormai è un dato di fatto incontrovertibile: la crescita economica non produce più benessere né migliora la qualità del nostro vivere. E’ l’assunto dal quale prende spunto il bel libro dal titolo “La società post-crescita” (Edizioni Egea, pp.420, €. 26,50), di Giampaolo Fabris, docente di Sociologia dei consumi alla IULM. In passato la crescita dell’economia è sempre stata considerata quasi un sinonimo e/o un presupposto del benessere che si identificava con la celebre American way of life ovvero quel modello esemplare di vita e di consumi che gli USA, per circa un secolo, hanno proposto al mondo.
La crisi economica ha drammaticamente messo in luce quanto la strada del consumismo portato all’eccesso, come unica via per la risoluzione dei nostri problemi, sia sempre meno praticabile.
Non è pensabile continuare a consumare sempre più, non solo per scelta, ma addirittura per una sorta di doverosità morale a sostegno dell’impalcatura economica, così come talora invece sentiamo suggerirci da alcuni.
Ha senso cambiare cellulare sempre più spesso (le statistiche parlano per l’Italia di una media di 18 mesi di vita per il nostro cellulare), ha senso dilatare il nostro guardaroba con nuovi capi quando i nostri armadi a casa non ne contengono più, ha ancora senso avere non una ma 2 auto di proprietà parcheggiate sotto casa e che le statistiche ci dicono in media usiamo 2 ore al giorno?
Luoghi emblematici di questo modello considero l’edicola sotto casa - dove ci vengono propinate settimanalmente collezioni di ogni genere di oggetti-paccottiglia (dai modellini di auto agli orologi) privi di qualunque valore – e il nostro ufficio postale ormai trasformato in gran bazar dove si acquista dalla scheda sim, ai giocattoli, ai libri, (e dove tra l’altro riuscire a pagare un bollettino è divenuta un’esperienza estenuante!).
Ormai le imprese inseguono il consumatore in tutti gli aspetti della sua vita fino a creare in lui talvolta stadi di vera esasperazione. Non so a voi, ma nella mia esperienza personale, ad esempio, non passa giorno in cui a casa o in ufficio non riceva telefonate e/o fax - non parliamo poi delle decine e decine di mail- con proposte di nuovi piani tariffari, cambi di gestore telefonico, offerte di acquisto di prodotti alimentari! Il classico spot pubblicitario va sempre più perdendo efficacia ed allora si cercano nuove strade sempre più invasive.
Il mondo occidentale sembra affetto da una sorta di bulimia da consumo che contraddistingue tutti gli aspetti della nostra vita. Un recente studio dell’Università della Carolina ha rilevato come per la prima volta nel mondo il numero di obesi (circa un miliardo) abbia superato il numero delle persone denutrite (circa 800 milioni).
Uno studio dell’Istituto Mario Negri mostra che in Italia ogni anno vengono gettate via perché scadute circa 10 confezioni di medicinali a famiglia (equivalenti a 800 milioni di Euro), ed i cui due terzi terminano in discarica in quanto non sono differenziate nella raccolta dei rifiuti. Ed a proposito dei rifiuti, il packaging dei nostri prodotti ci sta letteralmente sommergendo.
Le nostre città corrono il rischio di diventare sempre più simili alla Leonia che Italo Calvino, in uno dei suoi celebri racconti, immagina travolta dagli stessi rifiuti che produce (e i recenti casi di Napoli e Palermo in fondo ne sono un esempio emblematico).
Guido Viale osserva come “il costo di una confezione di pomodori in scatola è di pochi centesimi ma il costo del suo smaltimento come rifiuto è tre volte tanto. Se si considera poi il degrado ambientale che questo rifiuto provoca, il costo complessivo di questo imballaggio sarebbe anche dieci volte maggiore”. La spesa alimentare va costantemente riducendosi nei bilanci delle famiglie: ancora agli inizi degli anni Settanta essa assorbiva circa il 36% della spesa mentre nel 2009 ammonta al solo 15,6%. La spesa per la comunicazione sta superando quella alimentare. Il solo cellulare assorbe il 6% della spesa familiare per non parlare di quanto incida sui nostri budget quella per l’auto. Oggi un litro di benzina costa quanto un kg. di pasta che a sua volta costa quanto un biglietto per il tram!

Per fortuna sembra che qualcosa stia mutando nel comportamento individuale. Una serie di indagini condotte sul consumo, e illustrate con dovizia di dati e rigore scientifico riportati in questo testo, tendono a dimostrare come stiano emergendo modelli di consumo diversi da quelli sinora egemoni e che vanno in direzione di un consumismo meno esasperato ma non verso la cosiddetta decrescita auspicata da taluni (Serge Latouche e Maurizio Pallante, solo per citare i primi che mi vengono in mente e non tralasciando Wolfgang Sachs le cui posizioni sono tuttavia meno ortodosse rispetto ai primi due).
Anzi, Fabris, nei confronti della filosofia della decrescita, è piuttosto critico definendola un’utopia anacronistica. Oggi il consumatore medio inizia a manifestare segni di disagio e sazietà nei confronti di un’iperofferta inarrestabile e cerca di reagire a questo stato di cose con un atteggiamento meno passivo rispetto al passato, più attento e consapevole e tuttavia lontano dal “fermate il mondo voglio scendere” proposto dai profeti della decrescita. A tale riguardo Fabris pone una questione molto semplice: “Come è possibile – egli si chiede - imporre di tirare il freno a mano a chi si affaccia appena adesso ad un livello di benessere diffuso? Ed ancora come possiamo lottare contro la povertà e la fame che attanaglia ancora più di un miliardo di persone nel mondo, riducendo drasticamente i consumi?”

Tra capitalismo e decrescita può svilupparsi, e ciò sta già accadendo in talune fasce ancora minoritarie della popolazione italiana, una terza via, quella appunto che Fabris definisce della post-crescita e che coniuga qualcosa di entrambe le due filosofie.
Sembra dunque che stia emergendo un nuovo trend. Tra i primi cambiamenti riscontrati da Fabris emerge una progressiva acquisizione di sensibilità ambientale. La presa di consapevolezza della progressiva distruzione delle risorse naturali, dell’innalzamento della temperatura del pianeta, degli effetti del consumo eccessivo delle risorse in precedenza trascurati, stanno finendo per convergere nella presa di coscienza da parte di alcuni di noi che l’attuale modello di sviluppo basato sul presupposto di una crescita continua e illimitata dei consumi comincia ormai a entrare in crisi.
Sta nascendo una nuova figura di consumatore riflessivo – sostiene ancora Fabris – in cerca di un equilibrio tra l’avidità di ieri e l’anoressia predicata dai sostenitori della decrescita. A tale proposito egli prende ad esempio la nascita in questi ultimi anni di fenomeni collettivi quali i GAC (Gruppi di Acquisto Collettivi) ed i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) che si ispirano ai principi del localismo e del consumo consapevole.
In fondo è proprio attraverso le scelte alimentari, del vestiario, dell’abitazione e del suo arredo, dell’impiego del tempo libero e delle letture che si definisce il nostro stile di vita. E questo in qualche modo supera, per importanza, perfino la scelta del voto politico. Oggi quando acquistiamo un prodotto esprimiamo una preferenza esattamente come quando andiamo a votare alle elezioni. La differenza sta nel fatto che il consumo appare ora un’arma molto più affilata del voto.
Anche Fabris, almeno in questo in totale sintonia con Serge Latouche, prende le distanze, nella propria analisi, dal PIL come attendibile misuratore della crescita economica e del benessere di un Paese. Esso si rivela, a suo parere, ormai un sistema anacronistico e addirittura “socialmente offensivo”. Del resto già nel lontano 1968 anche Bob Kennedy in un suo celebre discorso aveva affermato come “ad alimentare il PIL sono anche l’inquinamento dell’aria, il costo delle ambulanze che intervengono sulle strade per gli incidenti,… le serrature per barricare le nostre case, i costi della prigione per chi le infrange…”. Il PIL oggi non misura la qualità dei prodotti, la loro compatibilità ambientale, la qualità della vita. Da qui la necessità, ormai sostenuta da molti, di individuare nuovi indicatori per la misurazione dello stato di sviluppo di un Paese.

Ci stiamo avviando dunque ad una nuova fase che appunto Fabris definisce di post-crescita e di post-consumismo. Come protagonisti di questa nuova fase egli indica tre soggetti: il consumatore, lo Stato, il sistema delle imprese. Tra questi, a suo avviso, sarà proprio il consumatore ad avere il maggior peso e la maggiore importanza nel contribuire al cambiamento che ci attende. Il nuovo consumatore dovrà tenere un atteggiamento responsabile nei confronti delle patologie ambientali indotte dal consumo, critico verso modelli improntati allo spreco e consapevole anche del significato politico che le sue scelte di consumo potranno svolgere.
Fabris, tra le sue tante considerazioni, ne fa una che condivido particolarmente. Egli mostra seria preoccupazione e indica come uno dei principali ostacoli alla diffusione di questa sorta di new deal dei consumi, l’integralismo di segmenti di popolazione che si propongono come avanguardie di questo nuovo modello e segnatamente del cosiddetto “ambientalismo del NO” e di una cultura radical chic che hanno come comun denominatore l’avversione assoluta per il capitalismo, l’ostracismo incondizionato contro le grandi aziende multinazionali e l’adesione ad una visione del mondo tra l’ascetico e l’esclusivo impegno militante. Egli definisce queste frange che predicano una sorta di ritorno allo stato di natura preindustriale come “talebane” e stigmatizza certe loro scelte (il bagno da farsi una volta al mese, l’acqua del cesso da tirare una volta al giorno, la vocazione al bricolage e via dicendo) magari singolarmente apprezzabili ma che finiscono con lo scadere nel caricaturale quando si pretende vengano messe a sistema. Insomma pur manifestandone il massimo rispetto, Fabris teme che con il loro scostante massimalismo certi comportamenti possano alla fine scoraggiare un vasto pubblico di persone interclassista ed intergenerazionale che ha l’assoluta necessità di trovare punti di unione che coagulino queste nuove sensibilità emergenti che oggi iniziano a manifestarsi a più livelli e delle quali in questo testo viene proposta un’attenta analisi.
Vediamo di elencarne le principali:
Poco meno dei due terzi della popolazione oggi afferma di preferire, a parità di costo, una marca attiva in difesa dell’ambiente.
Una fetta sempre più consistente della popolazione oggi percepisce lo spreco come un disvalore. A sostegno di questa tesi mi si permetta una breve digressione: di tutte le forme di spreco quella alimentare è certo la più imbarazzante. Si calcola che circa un quinto della spesa alimentare finisca nelle immondizie. Una media di circa 600 euro annue per famiglia: 27 kg. di cibo!
Un altro trend significativo è il progressivo passaggio dal possesso di un oggetto al suo accesso: per dirla con le parole di Jeremy Rifkin si riscontra un passaggio dal regime di proprietà basato sulla titolarietà di un bene al regime di accesso basato sulla garanzia di disponibilità temporanea di quello stesso bene. Potremmo fare moltissimi esempi a tal proposito. Basti pensare alle note pratiche del leasing o del franchising. In generale tutto ciò che si può prendere in affitto, in luogo dell’acquisto, sta registrando una forte accelerazione. La stessa mitologia della seconda casa al mare o in montagna sta ridimensionandosi a vantaggio dei soggiorni in agriturismo o su navi da crociera o in alternativa delle case in multiproprietà. Lo scambio, il baratto, anche delle case, sono divenuti di grande attualità. La stessa gratuità comincia ad assumere connotazioni importanti ed in tal senso l’utilizzo di internet ne rappresenta un veicolo imprescindibile: pensiamo solo alla possibilità di scaricare dalla rete non solo una quantità enorme di dati ed informazioni gratuite, ma addirittura file musicali e film.
Una pratica già accennata è quella del diffondersi dei Gruppi di Acquisto, i GAS, cui si aggiunge il parallelo sviluppo dei cosiddetti Farmer Market ovvero punti vendita di prodotti alimentari gestiti direttamente dai contadini-produttori che riducono drasticamente l’intermediazione commerciale sul prezzo e garantiscono al consumatore la genuinità e la provenienza del prodotto oltre ad abbattere le cosiddette esternalità dei costi.
Si sta riscontrando un sempre maggiore gradimento per il biologico (22% di italiani nel 2008 e 26% nel 2009!). Questo dato risulta particolarmente interessante specie se ne valutiamo gli aspetti economici. Un prodotto biologico costa in media circa un quinto in più rispetto a quello tradizionale, eppure, nonostante la contingenza economica poco favorevole, se ne registra da alcuni anni un costante aumento nelle percentuali d’acquisto. Tra l’altro - altra brevissima digressione - l’Italia, con i suoi 50.000 produttori e gli oltre un milione di ettari di terreno dedicati, risulta essere il primo Paese al mondo nell’agroalimentare biologico.
Ma analoghe controtendenze le possiamo riscontrare sia nel settore dell’abbigliamento che in quello del consumo dei prodotti cosmetici e perfino in quello dei trasporti dove si registra un sensibile ritorno all’uso della bicicletta come mezzo di locomozione, specie nelle grandi città. A tal proposito il costante propagarsi del bike-sharing (la condivisione della bicicletta tra più utenti) ne è un’eccellente dimostrazione.
Un altro fenomeno in costante crescita è quello del cosiddetto “ecoturismo”. E’ ormai un dato di fatto facilmente riscontrabile quello del proliferare negli ultimi anni degli Agriturismi. Tra le principali motivazioni che hanno indotto molti a prediligere questa nuova forma di vacanza ci sono un diverso rapporto con la natura e l’ambiente, la ricerca di una formula meno omologabile alla vacanza tradizionale, ma soprattutto l’attenzione verso l’ambiente, l’idea di una vacanza ecosostenibile e la possibilità per chi vive da sempre in città di ristabilire un contatto e anche un interscambio culturale con il mondo rurale che, ad esempio, ormai i nostri figli ignorano.
Anche nel campo dei rifiuti si registrano dei passi importanti. Farsi carico dello smaltimento dei rifiuti sta divenendo un vero dovere civico. Oggi circa i due terzi dei nostri rifiuti sono da accreditare direttamente o indirettamente alle confezioni dei prodotti che acquistiamo. In questo senso la disponibilità delle persone a farsi carico del problema è decisamente aumentata rispetto ad una decina di anni fa. Le indagini restituiscono addirittura l’orgoglio dei cittadini di certe aree o comuni (in Toscana il Comune di Capannori (LU) ne è un esempio) nel dichiarare il primato della propria zona in questo tipo d’impegno considerato ormai come una battaglia di civiltà che deve vedere la partecipazione di tutti.
Anche il recente favore verso l’utilizzo di prodotti sfusi o alla spina è estremamente indicativo in proposito.
In generale da questa ricerca emerge con chiarezza una crescente consapevolezza da parte del consumatore che tramite le scelte di acquisto si può esprimere anche un implicito messaggio di premio per marche, prodotti, servizi virtuosi. Sia pur lentamente si sta facendo avanti un sentire sempre più critico verso il mondo dell’iperconsumo e sempre più attento non solo a come le merci possono soddisfare i bisogni, ma pure a quali danni sociali e politici esse possono essersi lasciate alle spalle nel loro processo di produzione.
Si sta delineando, insomma, sempre più chiaramente una nuova figura di consumatore autonomo, competente, esigente, selettivo, disincantato, responsabile e riflessivo, quello che con una felice intuizione Maria Romana Zorino ha definito un consum-attore.
Fabbri paragona questa nuova figura del "consum-attore" al personaggio mitologico di Prometeo. Così come Prometeo riuscì ad impossessarsi del fuoco sottraendolo all’Olimpo, oggi il neo consumatore è riuscito ad impossessarsi della conoscenza del prodotto un tempo esclusiva delle aziende produttrici. Tuttavia, e il paragone non è casuale, come Prometeo fu incatenato dagli Dei così ancora oggi sono molti gli ostacoli che le aziende frappongono tra il consumatore e l’acquisizione di una sua totale consapevolezza. Questo a considerazione del fatto che molto lavoro deve ancora essere compiuto e sarebbe davvero illusorio ritenere di essere già fuori dal problema. Ancora una volta però il mito ci viene in soccorso: così come Eracle liberò Prometeo dalle catene, le straordinarie potenzialità del Web nel consentire a chiunque di accedere a dati e informazioni altrimenti di difficile reperibilità vengono considerate da Fabris come una delle armi più potenti a nostra disposizione per contrastare questo deficit di conoscenze che ancora impedisce ai più tra noi di entrare in possesso della verità ed agire di conseguenza.

Piero Bevilacqua, nel suo “Miseria dello sviluppo” scrive: “Cosa c’è da sviluppare o innovare in un habitat salubre o incontaminato, nel paesaggio delle campagne d’Italia o di Francia, nei centri storici delle città d’Europa e del mondo, nelle nostre piazze, nelle tradizioni alimentari mediterranee e di tutti i paesi ereditate da millenni di sapienza popolare? Che cosa c’è da innovare nell’immenso patrimonio artistico che ereditiamo dal passato, nell’eterno diletto di leggere romanzi, passeggiare per i boschi, osservare il mare, contemplare il cielo stellato? Che cosa rimane ancora da sviluppare della gioia di conversare con i propri figli, stare con gli amici, fare l’amore, giocare con i nostri animali? Nulla, in realtà, di ciò per cui vale la pena di vivere ha bisogno di essere sviluppato”.

Sogno il tempo in cui simili parole torneranno ad essere scontate per la maggioranza di noi.

Michele Salvadori

giovedì 4 marzo 2010

Il paradigma dei Creativi Culturali



Si è tenuta sabato 27 febbraio 2010, in un affollatissimo Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, la presentazione del film “Olos, l’Anima della Terra”, proiettato in anteprima al Klimaforum di Copenaghen lo scorso mese di dicembre.
Il film ambisce a rappresentare il manifesto di una nuova cultura planetaria trasversale che sembra stia emergendo tra la popolazione dei Paesi più sviluppati: quella che accomuna i cosiddetti creativi culturali.
Il termine “creativi culturali” è stato coniato per la prima volta dal sociologo americano Paul H. Ray che, tra la metà degli anni ’80 e la fine degli anni ’90, assieme alla psicologa Sherry R. Anderson ha svolto numerose ricerche e studi su questo campione di popolazione artefice, secondo i due studiosi, di un processo di cambiamento culturale tuttora in atto ed in continuo sviluppo.

Oggi un sempre maggior numero di persone si dichiara preoccupato per lo stato dell’ambiente, la pace nel mondo, il mutamento climatico, le ingiustizie sociali ed economiche e, per contro, cerca nei comportamenti di tutti i giorni di adottare atteggiamenti improntati ad uno stile di vita più consapevole, ecosostenibile, volti alla ricerca di una migliore qualità della vita ed ispirati alla ricerca di una crescita personale e interiore. Se vi riconoscete in questi valori e obiettivi anche voi potrete, con orgoglio, definirvi dei “creativi culturali”. Gli studi di Ray e Anderson hanno rilevato come negli USA i creativi culturali, ancora esigua minoranza di persone negli anni ’60, sono passati oggi a rappresentare un campione di oltre il 30% della popolazione americana.
Gli studi di Ray sono stati ripresi in Italia da Enrico Cheli, sociologo e docente all’Università di Siena e Nitamo Montecucco, medico psicosomatista, ricercatore del Centro di Medicina Naturale dell’Università di Milano, nonché presidente del Club di Budapest Italia (per info visita il sito: http://www.club-of-budapest.it/ ).

Questi due studiosi italiani, oltre ad aver collaborato alla realizzazione del film “Olos”, sono anche gli autori del libro “I Creativi Culturali” (Xenia Edizioni, €. 10,00) nel quale vengono presentate le analoghe indagini sul tema condotte nel nostro Paese e che dimostrano come anche da noi, ma in generale in tutti i principali Paesi europei, i creativi culturali si stanno negli anni moltiplicando con percentuali piuttosto vicine a quelle rilevate negli USA.
In generale, dagli studi italiani e da quelli effettuati da Ray, emerge come oltre il 30% della popolazione rientra oggi in questa categoria di persone, composta da una lieve e maggiore percentuale di donne rispetto agli uomini ( 55% donne e 45% uomini), e che il tema in assoluto più caro ai creativi culturali è la pace seguita subito a ruota dalla difesa dell’ambiente.
Ma il dato a mio parere più rilevante è un altro.
Dalla comparazione dei due studi emerge con chiarezza la presenza di una cultura trans-nazionale largamente condivisa e in continua espansione che si pone l’obiettivo di divenire nel tempo la nuova cultura dominante e contraddistinta dal senso di responsabilità diretta dell’individuo. I Creativi Culturali sostengono la necessità di impegnarsi in prima persona a seguire uno stile di vita in grado di fornire un contributo attivo affinché il cambiamento positivo auspicato possa verificarsi.
Il filosofo e premio Nobel per la Pace Ervin Laszlo sostiene che “noi non sappiamo con certezza quello che ci riserva il futuro. Tuttavia sappiamo di non poter continuare ad andare avanti come abbiamo fatto finora”.
Stiamo distruggendo la struttura della società, l’insicurezza sta crescendo sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri, e più di 900 milioni di persone nel mondo vivono in slum, baraccopoli.
Un miliardo di abitanti del pianeta ha a disposizione e utilizza l’80% delle risorse del pianeta, e il resto della popolazione della Terra (6 miliardi di persone) ha a disposizione il rimanente 20% di risorse. Non bastasse questo, stiamo anche distruggendo il pianeta. La produzione di risorse biologiche è giunta al suo massimo, le biodiversità sono minacciate e in via di estinzione, l’acqua scarseggia per più della metà della popolazione mondiale. I cambiamenti climatici minacciano di rendere inadatto parte del pianeta alla produzione di alimenti e alla vita stessa della popolazione che lo abita.
Il punto - sostiene ancora Laszlo - non è tanto quello di cambiare - quello lo dovremo fare per forza - ma piuttosto la domanda da porsi è un’altra: cambieremo in tempo? "
Già nel XVIII° secolo Thomas Malthus aveva teorizzato che un giorno il numero degli abitanti del pianeta avrebbe superato la capacità di produzione di cibo necessario a sfamarli.
Oggi consumiamo più di quanto possiamo rigenerare o rimpiazzare e scartiamo più di quanto la natura può assorbire.
E’ indispensabile pertanto acquisire una diversa consapevolezza che si basi su valori diversi e priorità diverse da quelle che hanno caratterizzato la nostra vita sino ad oggi. Questa è probabilmente l’unica strada che possiamo percorrere per salvaguardare la vita della specie umana sulla Terra. Perché il punto è anche un altro. La Terra ha 4 miliardi e mezzo di anni, è sopravvissuta all’estinzione dei dinosauri, sopravvivrà senz’altro anche all’estinzione dell’uomo.
Il problema è nostro e della nostra specie.
Che fare allora?
M. Ghandi sosteneva: “ sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.
A. Einstein aggiunse: “non puoi risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che ha creato il problema”.

Se vogliamo salvare il mondo attuale dobbiamo cambiare noi stessi e il nostro modo di pensare.

I Creativi Culturali partono da due presupposti per indurre tale auspicato cambiamento:
- il primo è la consapevolezza che uomo e natura sono un tutt’uno e non due entità separate.
- il secondo presupposto è il senso di responsabilità diretta di ognuno di noi.
Se siamo tutt’uno con la natura e con gli altri le nostre responsabilità non finiscono con noi stessi, con le nostre famiglie, col nostro Paese, ma comprendono l’intera famiglia umana e la Terra tutta.

Il film “Olos” prende il nome dal termine greco che sta proprio a significare il “tutto”, l’”intero” e cerca di sviluppare i concetti sopra accennati. Fà questo partendo dalla definizione del cosiddetto “paradigma olistico” ovvero uno schema d’interpretazione della realtà che prendendo le distanze dallo schema immaginato dal filosofo Cartesio e che separava decisamente materia e spirito, scienza e coscienza (res cogitans e res extensa, appunto), tenta invece di affermare il modello olistico basato invece su una concezione unitaria e più complessa dell’uomo e del pianeta in cui egli vive.
E’ in fondo quanto già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso hanno tentato di affermare movimenti culturali quali l’ambientalismo, l’ecologia, le medicine alternative o alcune pratiche meditative quali lo yoga, lo zen, il buddismo e altre ancora.
Avvalendosi della collaborazione di una trentina di illustri scienziati e studiosi di tutto il mondo, “Olos” tenta di dimostrare le basi scientifiche del paradigma olistico analizzandone le singole branche di ricerca: dalla medicina alla genetica, dalla psicologia alla filosofia fino all’ecologia dove si riconosce a James Lovelock e alla sua “Ipotesi Gaia” (dove l’intera gamma delle specie viventi sulla Terra viene vista come una singola grande unità attiva e capace di manipolare l’ambiente per le proprie necessità globali), probabilmente uno dei contributi più significativi allo sviluppo del paradigma olistico.
Lo stesso percorso, in maniera più articolata e dettagliata, viene seguito anche nel libro “I Creativi Culturali” di Cheli e Montecucco.
Scopo ultimo dei Creativi Culturali è quello, attraverso una divulgazione sempre più ampia e capillare possibile dei loro principi ispiratori, di costituire la cosiddetta “massa critica” necessaria al cambiamento globale.
La “massa critica” in fisica individua la quantità di materiale fissile (uranio, plutonio) necessaria ad innescare una reazione a catena. Essa viene presa a paragone in questo caso per indicare come una minoranza attiva della popolazione più sensibile delle altre a certe tematiche possa tuttavia indurre un grande cambiamento sociale nel momento in cui raggiunge un certo grado di numerosità o di intensità. E tale cambiamento al raggiungimento di questa soglia critica potrà a quel punto svilupparsi in maniera assai repentina e radicale.
E’ indubbio che l’umanità ed il pianeta si trovino ad attraversare un periodo storico di grandi sconvolgimenti climatici, sociali, economici ed esistenziali. Parallelamente è altrettanto indubbio come sia in atto anche un processo di messa in discussione della cultura dominante. Si tratta di due tendenze in netta contrapposizione tra loro: una distruttiva ed una costruttiva. L’esito di questo scontro è ancora incerto.
E’ però sicuro che non abbiamo ancora molto tempo a disposizione per la nostra scelta definitiva.

L’iniziativa in Palazzo Vecchio non aveva avuto quasi alcun risalto sugli organi di stampa locali e ciononostante il Salone dei Cinquecento a Firenze era gremitissimo.
Che davvero qualcosa sia stia muovendo a livello di consapevolezza collettiva e desiderio di cambiare per il meglio?

Per maggiori info consulta: http://www.reteolistica.it/ oppure http://www.creativiculturali.it/

Michele Salvadori

martedì 9 febbraio 2010

Sempreverde 2009: l'evento di chiusura




Domenica 7 Febbraio si è tenuta la giornata di chiusura della Campagna Sempreverde 2009 realizzata dalla Obi Italia e patrocinata dagli Amici della Terra.
Il progetto, avviatosi nello scorso mese di dicembre, offriva, agli acquirenti degli abeti natalizi in vendita in tutti i centri commerciali della Obi presenti sul territorio italiano, la possibilità, riconsegnando la pianta in buono stato vegetativo entro il 9 gennaio 2010, di ottenere un buono acquisto equivalente al prezzo e l’impegno da parte di Obi di provvedere alla ripiantumazione dell’abete, dietro la supervisione dell’associazione Amici della Terra.

Gli Amici della Terra di Firenze, coordinatori ufficiali della campagna nazionale, la scorsa domenica hanno organizzato una giornata con l’intento di celebrare l’evento e dare avvio ufficiale al recupero e ripiantumazione degli abeti natalizi.

Il tutto è stato reso possibile grazie alla disponibilità ed alla collaborazione dell’Azienda Agricola “Bani” di Castel San Niccolò (AR) nel Casentino che produce gli abeti e che ha accolto con entusiasmo la proposta di recupero delle piante.



Per maggiori info sull’iniziativa puoi consultare il precedente post all’indirizzo: http://chepianetafaremo.blogspot.com/2009/11/la-campagna-sempreverde-2009.html

Confortati anche da una splendida giornata di sole, una comitiva di volontari degli Amici della Terra di Firenze ha raggiunto nella mattinata il Comune di Castel San Niccolò in provincia di Arezzo, dove ha prima goduto dell’interessante visita al Castello del paese, e poi è stata accolta e abbondantemente rifocillata con un pasto a base di prodotti e specialità Casentinesi dall’Azienda Bani che ha voluto così gentilmente premiare tutti i partecipanti all’iniziativa.
Nel primo pomeriggio si è poi finalmente proceduto all’avvio della ripiantumazione degli alberi in un'area appositamente destinata e preparata.
I volontari degli Amici della Terra hanno naturalmente solo dato l’avvio all’operazione piantando circa una cinquantina di abeti. L’operazione vera e propria sarà infatti completata in questi giorni dagli operatori dell’Azienda Bani che ripiantumeranno oltre 3.000 piante, questo infatti è il lusinghiero numero complessivo di abeti recuperati con questa operazione.
Essendo ormai giunti alla terza edizione della Campagna Sempreverde e calcolando il numero di abeti raccolti nelle precedenti edizioni, sono già oltre 10.000 le piante recuperate grazie al progetto!


Per visionare lo slide show con le immagini dei protagonisti della giornata di chiusura di Sempreverde 2009 vai al seguente indirizzo ( e poi clicca sulla freccia di avvio): http://picasaweb.google.com/ms130965/Sempreverde2009?fgl=true&fgl=true&fgl=true&pli=1#slideshow/5435949261982201714


Un sincero grazie da parte mia a tutti coloro i quali hanno collaborato a questa bella iniziativa che mi auguro possa proseguire anche nei prossimi anni.

Michele Salvadori
Presidente
Amici della Terra Firenze Onlus

giovedì 21 gennaio 2010

Il messaggio ecologista di Avatar


Avatar, è il film del momento, tutti ne parlano e, una volta tanto, moltissimi, per la fortuna del cinema in generale, vanno a vederlo.
Si tratta di un capolavoro assoluto? Non lo credo, altrimenti le sale cinematografiche non si riempirebbero di certo…I veri capolavori non sono mai compresi da subito.
Tuttavia ho deciso di parlarne su questo blog perché ritengo che il film abbia molti pregi sia per il messaggio ecologista che lancia che per il suo indubbio valore sul piano storico-cinematografico.
Avatar si avvia a diventare a breve il film con il maggior incasso della storia del cinema. Milioni di persone lo hanno già visto ed altrettante si apprestano ad andare a vederlo. Il successo del film a livello planetario è tale che non ci si può limitare a considerarlo un semplice fenomeno di moda. Chi di voi fosse intenzionato a vedere questa pellicola si armi della pazienza necessaria a fare una lunga coda per accedere al cinema, si prepari a pagare un prezzo superiore alla norma ( costo del biglietto nei cinema di Firenze, euro 10,50) e soprattutto si appresti ad indossare gli ormai famosi e indispensabili occhialini per la visione tridimensionale.
Ammetto che assistere alla visione di un film con la sala pressoché esaurita è qualcosa che non sperimentavo ormai da tempo.

Da appassionato di cinema reputo questo un fatto importante e positivo. C’era davvero bisogno di dare nuovo ossigeno alle sale cinematografiche ormai in declino e affollate solo una volta all’anno in occasione delle feste natalizie. Ben vengano dunque film in grado di invertire questa tendenza. Sarò un nostalgico, probabilmente, ma per me i film vanno visti prima di tutto al cinema.
Cos’è dunque che spinge anche il pubblico più restio ad andare a vedere Avatar?
Tra i pregi del film vi è senza dubbio la grande capacità di coinvolgimento dello spettatore in un mondo parallelo dentro al quale è possibile immergersi a prescindere anche dagli strabilianti effetti del 3 D. Sono convinto che al successo del film stia contribuendo la sua proiezione tridimensionale, ma sono pure altrettanto convinto che il film avrebbe avuto ugualmente un successo eclatante anche se fosse stato distribuito solo in versione 2D.
Tra l’altro ho trovato un po’ faticoso mantenere questi pesanti occhialini per l’intera durata del film, (oltre 160 minuti). E non sono affatto certo che il 3D, in generale, sia poi quella rivoluzionaria invenzione che dicono.
I veri effetti speciali che Avatar produce nello spettatore sono quelli dell’immedesimazione che offre la trama che pure è costruita su meccanismi estremamente semplici e forse per questo facilmente comprensibili da tutti. Tutte le storie che si accavallano e sono narrate nel film ci sono già state raccontate in passato. Sono decine i film che Avatar può ricordarci: da Balla coi Lupi a Pocahontas, da Jurassic Park a Titanic ( che per inciso, per chi non lo sapesse, è stato realizzato nel 1997 dallo stesso regista di Avatar, James Cameron), solo per citarne alcuni, e per non parlare degli innumerevoli esempi di meta cinematografia (il cinema al cinema) che richiamano film come Effetto notte di Truffaut, Hollywood ending di Woody Allen, Viale del tramonto di Wilder, Il disprezzo di Godard o Lo stato delle cose di Wenders, solo per citare i primi titoli che mi vengono in mente.
Io vi ho trovato un grande parallelismo con La finestra sul cortile.
Se ben ricordate, tutta la nota vicenda di questo capolavoro di Alfred Hitchcock ruota attorno allo sguardo del protagonista. Il pubblico s’immedesima con il protagonista in quanto vede e conosce solo ciò che lui vede e sa. La finestra sul cortile, giustamente entrato a far parte della storia del cinema, in fondo non fa che rappresentarci una grandiosa metafora dello spettatore. Il protagonista immobilizzato e chiuso nel suo appartamento osserva il mondo esterno dalle sue finestre di casa esattamente come lo spettatore al buio di una sala cinematografica osserva ciò che gli viene mostrato da quella grandiosa finestra che è lo schermo.
Mutatis mutandis, James Cameron a distanza di oltre 50 anni rielabora e propone qualcosa di analogo aggiornandolo ai tempi nostri e sfruttando le enormi potenzialità della nuova tecnologia. Quello che viene offerto allo spettatore che vede Avatar al cinema è una riproposizione all’ennesima potenza di quanto fatto nel 1954 ne La finestra sul cortile.
Lo spettatore s’immedesima, anche grazie all’utilizzo del 3D, nel protagonista che a sua volta s’immedesima nel corpo di un essere alieno vivendone e percependone tutte le emozioni e sensazioni. Il tutto è ulteriormente amplificato dal fatto che vengono coinvolti nel medesimo meccanismo non uno ma più protagonisti della storia narrata nel film.
Ma la genialità di Avatar non risiede solo in questo.
Cameron costruisce il mondo perfetto nel quale molti di noi vorrebbero trasferirsi a vivere. Quello di Pandora, il pianeta sul quale è ambientata la storia di Avatar - contraddistinto da montagne fluttuanti, vegetazione bioluminescente, esseri volanti multicolori con 4 ali - rappresenta probabilmente il Paradiso ritrovato dell’immaginario umano non solo sul piano di una fisicità prorompente e una bellezza straordinaria dell’ambiente, ma anche su quello filosofico-morale impersonato dal popolo Na’vi che vive in totale simbiosi con la natura.
Ed ecco l’aspetto cruciale, sul piano ambientalista, del valore del film: il messaggio che Avatar lancia è alla fine quello che come ambientalisti ci sforziamo di trasmettere alle nuove generazioni e che, sia pur vagamente, a me ha ricordato anche i principi della permacultura, almeno nella costante ricerca di equilibrio tra uomo e natura che si propone di perseguire questa nuova pratica.
La vera genialità di James Cameron è stata quella di creare uno straordinario contenitore così appetibile e coinvolgente da far risultare credibile qualunque tipo di messaggio egli avesse deciso alla fine di propinarci. Bontà sua, Cameron ha scelto la strada della preservazione della natura e del pacifismo.
La specie umana è un tutt’uno con la natura e distruggendola essa condanna anche se stessa. Il messaggio, banale, se vogliamo, almeno per chi si occupa di certe tematiche da tempo, assume in realtà una valenza enorme se pensiamo alle grandi difficoltà e agli enormi sforzi che ogni ambientalista convinto impiega per trasmetterlo agli altri.
Questo film sarà visto da centinaia di milioni di persone. Dobbiamo esserne felici.
Certo il messaggio a tutela dell'ambiente può essere fin troppo convenzionale. Se non conoscessi la filmografia del regista, (negli ultimi anni si è dedicato a realizzare documentari naturalistici), e le sue convinzioni politiche (James Cameron, all’indomani della seconda vittoria di Bush alle elezioni presidenziali americane del 2004, scelse di ritirare la sua domanda di cittadinanza statunitense), sarei tentato di parlare di opportunismo da parte di Cameron che sfrutta il filone dell'ecologia, oggi di gran moda ed in grado di assicurargli un facile successo.
In realtà ritengo che dietro questa scelta ci siano delle reali convinzioni.
Del resto non si spiegherebbero altrimenti le soluzioni adottate nella costruzione della sceneggiatura; troppo accurate, logiche e complesse per non essere frutto di profondi convincimenti.

Se siete degli adulti ancora capaci di emozionarvi e tornare bambini per qualche ora, dimenticandovi della realtà e accettando con entusiasmo la voglia di vivere una bella favola, andate a vedere questo film. Vi divertirete.
In caso contrario, e un po’ vi compiango, meglio che risparmiate il tempo e la spesa.

Michele Salvadori