martedì 13 luglio 2010

Buon Compleanno Che Pianeta faremo!

Oggi Che Pianeta faremo compie il suo primo anno di vita.
Un augurio orgoglioso da parte del suo "creatore" ed un sincero ringraziamento a quanti hanno avuto la bontà di leggerci.

Michele Salvadori

mercoledì 5 maggio 2010

"State of the World 2010"


Il prestigioso Centro Studi Worldwatch Institute, dall’ormai lontano 1974, si è dato la missione di fornire ai cosiddetti “decisori” suggerimenti, idee, stimoli per favorire la creazione di una società ecologicamente sostenibile cercando da sempre di conciliare le azioni promosse dai governi con quelle delle imprese del settore privato e, non ultime, le azioni dei singoli cittadini.
Fra le sue pubblicazioni quella che ormai ha raggiunto una fama internazionale è senza dubbio lo “State of the World”, un rapporto con cadenza annuale nel quale questo centro di ricerche con sede a Washington si pone l’obiettivo di analizzare lo stato del nostro pianeta, per l’appunto, e al contempo fornire indicazioni utili ad affrontare le principali problematiche rilevate.
A partire dal 1988 State of the World è realizzato anche in edizione italiana, e tra l’altro, presso la Biblioteca Ambientale degli Amici della Terra è possibile reperirvi con la formula del prestito o della consultazione tutte le 23 edizioni finora pubblicate.
L’edizione 2010 che reca come sottotitolo “trasformare la cultura del consumo” (Edizioni Ambiente, €. 24,00 pp. 380) è interamente dedicata a cosa sta accadendo nelle nostre società per avviare quella trasformazione indispensabile della nostra cultura e passare dall’attuale dimensione consumistica a quella della sostenibilità sia sul piano ambientale che su quello della giustizia sociale.
Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia, nella sua ormai consueta introduzione all’annuale edizione del rapporto, ribadisce alcuni punti fermi della riflessione sulla sostenibilità da parte degli ambientalisti.
“E’ possibile – egli si chiede – consentire uno stile di vita, quale quello medio degli abitanti dei paesi ricchi, all’intera popolazione mondiale attuale di 6,8 miliardi e a quella prevista per il 2050, di poco più di 9 miliardi? La risposta è, evidentemente, no, non è possibile.”
A dimostrazione della tesi, G. Bologna porta un esempio per tutti, quello sull’approvvigionamento energetico: un cittadino degli Stati Uniti consuma oggi energia come 2 europei, 6 cinesi, 22 indiani e addirittura 70 abitanti del Kenya. Senza considerare che nei prossimi trent’anni dovranno avere accesso all’energia altri 2,5 miliardi di persone.
Risulta evidente che le nostre società non possono continuare su questa strada.
Come ricorda Christopher Flavin, presidente del Worldwatch Institute: “Negli ultimi cinquant’anni il consumismo si è imposto quale cultura dominante… è diventato uno dei motori dell’inarrestabile crescita della domanda di risorse e della produzione di rifiuti, marchio distintivo della nostra epoca… ed ha contribuito a incentivare le altre forze che hanno permesso alla nostra civiltà di crescere oltre il limite di sopportazione dei rispettivi contesti ecologici.”

Oggi gli scienziati ci ricordano come le attività umane stiano influenzando l’ambiente in modi che vanno ben oltre la semplice immissione in atmosfera di gas serra; che non è più possibile comprendere tali modifiche con la semplice relazione causa-effetto che tanto domina la nostra cultura, rendendo di fatto assai difficoltosa l’interpretazione ed ancor più il predire le reali conseguenze innescate.
Non a caso il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen ha definito la nostra epoca geologica “Antropocene” individuando con questo termine la forte caratterizzazione di questa era da parte della specie umana.
Un altro dato riportato da questo rapporto e a mio parere significativo è quello relativo ai cosiddetti flussi di materia. L’estrazione di risorse a livello globale (biomassa, minerali, metalli e combustibili fossili) è cresciuta dai 40 miliardi di tonnellate nel 1980 ai 60 miliardi nel 2008 e le previsioni parlano di toccare gli 80 miliardi di tonnellate nel 2020. L’attuale economia mondiale utilizza qualcosa di equivalente al peso di 41.000 edifici come l’Empire State Building all’anno (112 al giorno!).
Il metabolismo delle società umane, sta divenendo, tra l’altro, un settore di ricerca sempre più significativo e alla base delle discipline che si occupano di sostenibilità.
A tal proposito, e lo dico con un certo orgoglio, lo stesso Gianfranco Bologna riconosce un grande merito alla ricerca avviata proprio dagli Amici della Terra negli anni ’80 sul concetto di “Spazio Ambientale” ovvero di quel “quantitativo di energia, di risorse non rinnovabili, di territorio, di acqua, di legname e di capacità di assorbire inquinamento che può essere utilizzato pro capite, senza determinare danni ambientali e senza mettere a rischio le generazioni future”.
L’insostenibilità degli attuali modelli di sviluppo è ulteriormente acclarata da un altro indicatore di cui abbiamo già parlato su questo blog: l’Impronta Ecologica. Essa mette in relazione l’impatto dell’umanità con la quantità di terreno produttivo e le aree marine disponibili per fornire importanti servizi all’ecosistema ed evidenzia che, attualmente, l’umanità utilizza le risorse ed i servizi di 1,3 Terre. Stiamo cioè utilizzando circa un terzo in più della capacità disponibile della Terra.
Cito brevemente alcuni esempi eclatanti dell’eccesso nei consumi che contraddistingue il nostro modo di vivere.
L’industria dell’acqua in bottiglia tra il 2000 ed il 2008 ha raddoppiato il proprio fatturato raggiungendo i 60 miliardi di dollari e oltre 240 miliardi di litri d’acqua venduti. L’acqua in bottiglia costa, rispetto a quella dell’acquedotto, dalle 240 alle 10.000 volte di più ma questo sembra essere un dato irrilevante per i consumatori.
L’industria del Fast-food nei soli USA vale 120 miliardi di dollari con oltre 200.000 punti di ristoro.
Agli inizi del 20° secolo l’hamburger veniva disprezzato e considerato il “cibo dei poveri”. Oggi il solo Mc Donald’s serve 58 milioni di persone al giorno.
Nella sola Cina l’industria dei cosiddetti prodotti “usa e getta” (tovaglioli e piatti di carta, pannolini e salviette per il viso) nel 2008 ha fatturato l’equivalente di 14,6 miliardi di dollari con un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente.
Nel solo 2008, globalmente, le statistiche ci dicono che si sono acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi, 297 milioni di computer e 1,2 miliardi di telefoni cellulari.
Il Rapporto stigmatizza anche un dato che probabilmente farà discutere gli amici animalisti. Sembra che l’industria degli animali domestici raggiunga un fatturato a livello globale di oltre 42 miliardi di dollari all’anno solo in cibo per animali. Nel 2005 il fatturato pubblicitario per questo settore ha superato negli USA i 300 milioni di dollari. Anche gli animali domestici consumano ingenti risorse ambientali. Ad esempio due pastori tedeschi in un anno consumano più risorse di un abitante del Bangladesh.

All’aumento dei consumi corrisponde una maggiore estrazione dal sottosuolo di combustibili fossili, minerali e metalli, più alberi tagliati e più terreni coltivati. Tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio è aumentato di otto volte e quello del gas naturale di quattordici.

Per modificare questa situazione è perciò necessaria una vera e propria rivoluzione culturale i cui elementi, già in atto, in tante società in tutto il mondo, vengono propositivamente esposti in questo volume, da autori di diversa cultura e provenienza.
State of the World 2010 si sofferma ad analizzare ciò che sta accadendo nei vari fronti dell’attività umana per spostare i nostri modelli di sviluppo socio-economico.

Il testo inizia con il suggerire una rivalutazione strategica del ruolo delle organizzazioni religiose. Esse potrebbero essere di primaria importanza nello sviluppo della sostenibilità e nel disincentivare il consumismo. Oggi l’86% della popolazione mondiale afferma di appartenere a una religione organizzata. L’autorità morale rappresentata da queste organizzazioni potrebbe realmente svolgere un ruolo determinante nella diffusione della cultura della sostenibilità.

Altro ruolo giudicato strategico e nel quale mi trovo personalmente coinvolto è quello dell’istruzione. Ogni aspetto dell’istruzione scolastica dovrebbe essere orientato verso la sostenibilità. Abitudini, valori e preferenze si formano in prevalenza nell’infanzia e in generale nel corso della vita l’istruzione può avere grande influenza sulla formazione di un individuo. Nel Rapporto viene espressamente citato a titolo di esempio edificante le esperienze “pionieristiche” di paesi come Italia e Scozia nel campo delle mense scolastiche dove molto si sta facendo sia nell’ambito della qualità dell’alimentazione (promozione di cibi biologici) che in quello delle forniture (abbandono dell’usa e getta a favore di utensili riutilizzabili) che infine delle buone pratiche (promozione della raccolta differenziata).
L’istruzione potrà dunque costituire uno strumento cruciale per far fronte a tutti i problemi pertinenti lo sviluppo sostenibile.

Ma egualmente cruciale potrà essere il ruolo dell’industria e del mondo del lavoro in generale. In questa sezione il testo si sofferma in particolare sulla migliore distribuzione dell’orario lavorativo secondo il termine “lavorare meno, lavorare tutti” ma soprattutto “lavorare meno per avere un maggior numero di ore libere nella giornata da poter dedicare alla famiglia e allo svago”. L’analisi fatta in questo capitolo tende a dimostrare come in realtà l’ossessione per il maggior guadagno economico costringa a sacrificare all’attività lavorativa un maggior numero di ore della giornata senza di fatto trasformarsi in concreti benefici in termini di qualità della vita. Questa è del resto la tesi sostenuta anche dai cosiddetti filosofi della “decrescita felice” altro tema già in precedenza affrontato su queste pagine.

Ed analogamente cruciale potrà e dovrà essere il ruolo delle Istituzioni nel farsi promotrici di questo cambiamento in un’ottica di eco compatibilità. In particolare autorità, governi e amministrazioni possono influire in modo determinante attraverso lo strumento chiamato “choice editing”, un meccanismo già adottato in molte comunità che consente di pilotare le scelte dei cittadini attraverso leggi, sanzioni fiscali, incentivi e altre forme di controllo allo scopo di rendere le opzioni sostenibili non più un’alternativa, ma la soluzione più ovvia e scontata. Viene citata a tal riguardo una moltitudine di esempi: dalla messa al bando dei sacchetti di plastica (in Irlanda è stata introdotta un’imposta specifica), al graduale ritiro dal commercio delle lampadine a incandescenza, alla rimozione dagli scaffali dei supermercati ad altezza occhi di quei prodotti alimentari ricchi di grassi per sfavorirne l’acquisto, al sistema di certificazione energetica degli edifici.
Un esempio che mi ha particolarmente colpito è quello realizzato a Perth, in Australia, e denominato TravelSmart. Il sistema si basa sull’interazione dei singoli cittadini attraverso il contatto diretto per lettera, mediante intervista telefonica oppure colloquio a domicilio nel corso dei quali si fornisce all’interessato il maggior numero d’informazioni utili possibili al fine di consentire loro una valida alternativa all’uso dell’auto privata per gli spostamenti prospettando tra l’altro quali vantaggi si potranno ottenere non solo in termini economici e per la comunità ma anche per la propria salute fisica nel rinunciare all’auto. L’esperimento iniziale ha coinvolto circa 200.000 famiglie ed ha tra l’altro consentito all’amministrazione di Perth di poter avviare la costruzione di una nuova linea ferroviaria con oltre il 90% dei consensi a favore del progetto da parte della cittadinanza.

State of the World dedica un capitolo anche al ruolo dei mass media.
I mezzi di comunicazione di massa, poiché ritraggono lo stile di vita degli individui, trasmettono norme sociali, modellano i comportamenti e agiscono dunque come veicolo di marketing diffondendo notizie e informazioni, confermandosi uno strumento estremamente efficace per plasmare le culture. E’ possibile usare questi mezzi sia per diffondere un modello culturale consumistico sia per contrastarlo, promuovendo sostenibilità. Benché oggi la stragrande maggioranza dei media alimenti il primo aspetto, a livello globale, si sta intervenendo per modificare questa tendenza. Visto il ruolo preponderante del marketing nella stimolazione dei consumi sarà strategico usarlo per promuovere comportamenti sostenibili. Gli esempi certo non mancano, basti pensare ad esempio alle campagne per scoraggiare il tabagismo, piuttosto che a quelle per praticare sesso sicuro, indossare le cinture di sicurezza, abbassare i consumi di alcool.

Oltre ai mass media anche le arti possono fornire un prezioso contributo: sono riportati esempi nel campo delle arti figurative, della musica e della cinematografia. In proposito la bella copertina dell’edizione americana di State of the World 2010 riporta “Gyre” l’opera di Chris Jordan ricreazione della celebre stampa su legno dell’artista giapponese K. Hokusai, “La Grande onda di Kanagawa", realizzata però grazie all’utilizzo di ben 2,4 milioni di pezzi di plastica.
Particolarmente interessanti ho trovato l’analisi ed i distinguo fatti su film narrativo e documentario. Il cinema in generale viene giustamente riconosciuto come potente mezzo in grado di contribuire alla comprensione che gli individui hanno del mondo e del loro ruolo in esso. Il documentario tuttavia in genere è in grado di coinvolgere solo un pubblico già sensibile ad una particolare tematica e dunque manifesta un potenziale limitato nell’ottica della trasformazione culturale che s’intende promuovere. Nel film narrativo è invece più facile coinvolgere emotivamente un pubblico anche estraneo a certe tematiche proprio perché l’azione virtuosa non viene fatta calare dall’alto ma viene in qualche modo “normalizzata” attraverso l’azione dei personaggi sullo schermo. E’ in fondo, quest’ultima, la logica che abbiamo provato a seguire nella realizzazione del nostro docu-film “Non buttarti via” sulla tematica assai delicata della riduzione della produzione di rifiuti domestici.

Il libro contiene naturalmente un’infinità di altri spunti che per tempo e spazio sono costretto a tralasciare ma che mi auguro possano essere vagliati con attenzione da chi avrà la bontà di cimentarsi nella lettura di quello che giudico un utilissimo strumento di stimolo a riflettere e agire, prima che sia troppo tardi.

Michele Salvadori

lunedì 5 aprile 2010

"La società post-crescita" di Giampaolo Fabris


Ormai è un dato di fatto incontrovertibile: la crescita economica non produce più benessere né migliora la qualità del nostro vivere. E’ l’assunto dal quale prende spunto il bel libro dal titolo “La società post-crescita” (Edizioni Egea, pp.420, €. 26,50), di Giampaolo Fabris, docente di Sociologia dei consumi alla IULM. In passato la crescita dell’economia è sempre stata considerata quasi un sinonimo e/o un presupposto del benessere che si identificava con la celebre American way of life ovvero quel modello esemplare di vita e di consumi che gli USA, per circa un secolo, hanno proposto al mondo.
La crisi economica ha drammaticamente messo in luce quanto la strada del consumismo portato all’eccesso, come unica via per la risoluzione dei nostri problemi, sia sempre meno praticabile.
Non è pensabile continuare a consumare sempre più, non solo per scelta, ma addirittura per una sorta di doverosità morale a sostegno dell’impalcatura economica, così come talora invece sentiamo suggerirci da alcuni.
Ha senso cambiare cellulare sempre più spesso (le statistiche parlano per l’Italia di una media di 18 mesi di vita per il nostro cellulare), ha senso dilatare il nostro guardaroba con nuovi capi quando i nostri armadi a casa non ne contengono più, ha ancora senso avere non una ma 2 auto di proprietà parcheggiate sotto casa e che le statistiche ci dicono in media usiamo 2 ore al giorno?
Luoghi emblematici di questo modello considero l’edicola sotto casa - dove ci vengono propinate settimanalmente collezioni di ogni genere di oggetti-paccottiglia (dai modellini di auto agli orologi) privi di qualunque valore – e il nostro ufficio postale ormai trasformato in gran bazar dove si acquista dalla scheda sim, ai giocattoli, ai libri, (e dove tra l’altro riuscire a pagare un bollettino è divenuta un’esperienza estenuante!).
Ormai le imprese inseguono il consumatore in tutti gli aspetti della sua vita fino a creare in lui talvolta stadi di vera esasperazione. Non so a voi, ma nella mia esperienza personale, ad esempio, non passa giorno in cui a casa o in ufficio non riceva telefonate e/o fax - non parliamo poi delle decine e decine di mail- con proposte di nuovi piani tariffari, cambi di gestore telefonico, offerte di acquisto di prodotti alimentari! Il classico spot pubblicitario va sempre più perdendo efficacia ed allora si cercano nuove strade sempre più invasive.
Il mondo occidentale sembra affetto da una sorta di bulimia da consumo che contraddistingue tutti gli aspetti della nostra vita. Un recente studio dell’Università della Carolina ha rilevato come per la prima volta nel mondo il numero di obesi (circa un miliardo) abbia superato il numero delle persone denutrite (circa 800 milioni).
Uno studio dell’Istituto Mario Negri mostra che in Italia ogni anno vengono gettate via perché scadute circa 10 confezioni di medicinali a famiglia (equivalenti a 800 milioni di Euro), ed i cui due terzi terminano in discarica in quanto non sono differenziate nella raccolta dei rifiuti. Ed a proposito dei rifiuti, il packaging dei nostri prodotti ci sta letteralmente sommergendo.
Le nostre città corrono il rischio di diventare sempre più simili alla Leonia che Italo Calvino, in uno dei suoi celebri racconti, immagina travolta dagli stessi rifiuti che produce (e i recenti casi di Napoli e Palermo in fondo ne sono un esempio emblematico).
Guido Viale osserva come “il costo di una confezione di pomodori in scatola è di pochi centesimi ma il costo del suo smaltimento come rifiuto è tre volte tanto. Se si considera poi il degrado ambientale che questo rifiuto provoca, il costo complessivo di questo imballaggio sarebbe anche dieci volte maggiore”. La spesa alimentare va costantemente riducendosi nei bilanci delle famiglie: ancora agli inizi degli anni Settanta essa assorbiva circa il 36% della spesa mentre nel 2009 ammonta al solo 15,6%. La spesa per la comunicazione sta superando quella alimentare. Il solo cellulare assorbe il 6% della spesa familiare per non parlare di quanto incida sui nostri budget quella per l’auto. Oggi un litro di benzina costa quanto un kg. di pasta che a sua volta costa quanto un biglietto per il tram!

Per fortuna sembra che qualcosa stia mutando nel comportamento individuale. Una serie di indagini condotte sul consumo, e illustrate con dovizia di dati e rigore scientifico riportati in questo testo, tendono a dimostrare come stiano emergendo modelli di consumo diversi da quelli sinora egemoni e che vanno in direzione di un consumismo meno esasperato ma non verso la cosiddetta decrescita auspicata da taluni (Serge Latouche e Maurizio Pallante, solo per citare i primi che mi vengono in mente e non tralasciando Wolfgang Sachs le cui posizioni sono tuttavia meno ortodosse rispetto ai primi due).
Anzi, Fabris, nei confronti della filosofia della decrescita, è piuttosto critico definendola un’utopia anacronistica. Oggi il consumatore medio inizia a manifestare segni di disagio e sazietà nei confronti di un’iperofferta inarrestabile e cerca di reagire a questo stato di cose con un atteggiamento meno passivo rispetto al passato, più attento e consapevole e tuttavia lontano dal “fermate il mondo voglio scendere” proposto dai profeti della decrescita. A tale riguardo Fabris pone una questione molto semplice: “Come è possibile – egli si chiede - imporre di tirare il freno a mano a chi si affaccia appena adesso ad un livello di benessere diffuso? Ed ancora come possiamo lottare contro la povertà e la fame che attanaglia ancora più di un miliardo di persone nel mondo, riducendo drasticamente i consumi?”

Tra capitalismo e decrescita può svilupparsi, e ciò sta già accadendo in talune fasce ancora minoritarie della popolazione italiana, una terza via, quella appunto che Fabris definisce della post-crescita e che coniuga qualcosa di entrambe le due filosofie.
Sembra dunque che stia emergendo un nuovo trend. Tra i primi cambiamenti riscontrati da Fabris emerge una progressiva acquisizione di sensibilità ambientale. La presa di consapevolezza della progressiva distruzione delle risorse naturali, dell’innalzamento della temperatura del pianeta, degli effetti del consumo eccessivo delle risorse in precedenza trascurati, stanno finendo per convergere nella presa di coscienza da parte di alcuni di noi che l’attuale modello di sviluppo basato sul presupposto di una crescita continua e illimitata dei consumi comincia ormai a entrare in crisi.
Sta nascendo una nuova figura di consumatore riflessivo – sostiene ancora Fabris – in cerca di un equilibrio tra l’avidità di ieri e l’anoressia predicata dai sostenitori della decrescita. A tale proposito egli prende ad esempio la nascita in questi ultimi anni di fenomeni collettivi quali i GAC (Gruppi di Acquisto Collettivi) ed i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) che si ispirano ai principi del localismo e del consumo consapevole.
In fondo è proprio attraverso le scelte alimentari, del vestiario, dell’abitazione e del suo arredo, dell’impiego del tempo libero e delle letture che si definisce il nostro stile di vita. E questo in qualche modo supera, per importanza, perfino la scelta del voto politico. Oggi quando acquistiamo un prodotto esprimiamo una preferenza esattamente come quando andiamo a votare alle elezioni. La differenza sta nel fatto che il consumo appare ora un’arma molto più affilata del voto.
Anche Fabris, almeno in questo in totale sintonia con Serge Latouche, prende le distanze, nella propria analisi, dal PIL come attendibile misuratore della crescita economica e del benessere di un Paese. Esso si rivela, a suo parere, ormai un sistema anacronistico e addirittura “socialmente offensivo”. Del resto già nel lontano 1968 anche Bob Kennedy in un suo celebre discorso aveva affermato come “ad alimentare il PIL sono anche l’inquinamento dell’aria, il costo delle ambulanze che intervengono sulle strade per gli incidenti,… le serrature per barricare le nostre case, i costi della prigione per chi le infrange…”. Il PIL oggi non misura la qualità dei prodotti, la loro compatibilità ambientale, la qualità della vita. Da qui la necessità, ormai sostenuta da molti, di individuare nuovi indicatori per la misurazione dello stato di sviluppo di un Paese.

Ci stiamo avviando dunque ad una nuova fase che appunto Fabris definisce di post-crescita e di post-consumismo. Come protagonisti di questa nuova fase egli indica tre soggetti: il consumatore, lo Stato, il sistema delle imprese. Tra questi, a suo avviso, sarà proprio il consumatore ad avere il maggior peso e la maggiore importanza nel contribuire al cambiamento che ci attende. Il nuovo consumatore dovrà tenere un atteggiamento responsabile nei confronti delle patologie ambientali indotte dal consumo, critico verso modelli improntati allo spreco e consapevole anche del significato politico che le sue scelte di consumo potranno svolgere.
Fabris, tra le sue tante considerazioni, ne fa una che condivido particolarmente. Egli mostra seria preoccupazione e indica come uno dei principali ostacoli alla diffusione di questa sorta di new deal dei consumi, l’integralismo di segmenti di popolazione che si propongono come avanguardie di questo nuovo modello e segnatamente del cosiddetto “ambientalismo del NO” e di una cultura radical chic che hanno come comun denominatore l’avversione assoluta per il capitalismo, l’ostracismo incondizionato contro le grandi aziende multinazionali e l’adesione ad una visione del mondo tra l’ascetico e l’esclusivo impegno militante. Egli definisce queste frange che predicano una sorta di ritorno allo stato di natura preindustriale come “talebane” e stigmatizza certe loro scelte (il bagno da farsi una volta al mese, l’acqua del cesso da tirare una volta al giorno, la vocazione al bricolage e via dicendo) magari singolarmente apprezzabili ma che finiscono con lo scadere nel caricaturale quando si pretende vengano messe a sistema. Insomma pur manifestandone il massimo rispetto, Fabris teme che con il loro scostante massimalismo certi comportamenti possano alla fine scoraggiare un vasto pubblico di persone interclassista ed intergenerazionale che ha l’assoluta necessità di trovare punti di unione che coagulino queste nuove sensibilità emergenti che oggi iniziano a manifestarsi a più livelli e delle quali in questo testo viene proposta un’attenta analisi.
Vediamo di elencarne le principali:
Poco meno dei due terzi della popolazione oggi afferma di preferire, a parità di costo, una marca attiva in difesa dell’ambiente.
Una fetta sempre più consistente della popolazione oggi percepisce lo spreco come un disvalore. A sostegno di questa tesi mi si permetta una breve digressione: di tutte le forme di spreco quella alimentare è certo la più imbarazzante. Si calcola che circa un quinto della spesa alimentare finisca nelle immondizie. Una media di circa 600 euro annue per famiglia: 27 kg. di cibo!
Un altro trend significativo è il progressivo passaggio dal possesso di un oggetto al suo accesso: per dirla con le parole di Jeremy Rifkin si riscontra un passaggio dal regime di proprietà basato sulla titolarietà di un bene al regime di accesso basato sulla garanzia di disponibilità temporanea di quello stesso bene. Potremmo fare moltissimi esempi a tal proposito. Basti pensare alle note pratiche del leasing o del franchising. In generale tutto ciò che si può prendere in affitto, in luogo dell’acquisto, sta registrando una forte accelerazione. La stessa mitologia della seconda casa al mare o in montagna sta ridimensionandosi a vantaggio dei soggiorni in agriturismo o su navi da crociera o in alternativa delle case in multiproprietà. Lo scambio, il baratto, anche delle case, sono divenuti di grande attualità. La stessa gratuità comincia ad assumere connotazioni importanti ed in tal senso l’utilizzo di internet ne rappresenta un veicolo imprescindibile: pensiamo solo alla possibilità di scaricare dalla rete non solo una quantità enorme di dati ed informazioni gratuite, ma addirittura file musicali e film.
Una pratica già accennata è quella del diffondersi dei Gruppi di Acquisto, i GAS, cui si aggiunge il parallelo sviluppo dei cosiddetti Farmer Market ovvero punti vendita di prodotti alimentari gestiti direttamente dai contadini-produttori che riducono drasticamente l’intermediazione commerciale sul prezzo e garantiscono al consumatore la genuinità e la provenienza del prodotto oltre ad abbattere le cosiddette esternalità dei costi.
Si sta riscontrando un sempre maggiore gradimento per il biologico (22% di italiani nel 2008 e 26% nel 2009!). Questo dato risulta particolarmente interessante specie se ne valutiamo gli aspetti economici. Un prodotto biologico costa in media circa un quinto in più rispetto a quello tradizionale, eppure, nonostante la contingenza economica poco favorevole, se ne registra da alcuni anni un costante aumento nelle percentuali d’acquisto. Tra l’altro - altra brevissima digressione - l’Italia, con i suoi 50.000 produttori e gli oltre un milione di ettari di terreno dedicati, risulta essere il primo Paese al mondo nell’agroalimentare biologico.
Ma analoghe controtendenze le possiamo riscontrare sia nel settore dell’abbigliamento che in quello del consumo dei prodotti cosmetici e perfino in quello dei trasporti dove si registra un sensibile ritorno all’uso della bicicletta come mezzo di locomozione, specie nelle grandi città. A tal proposito il costante propagarsi del bike-sharing (la condivisione della bicicletta tra più utenti) ne è un’eccellente dimostrazione.
Un altro fenomeno in costante crescita è quello del cosiddetto “ecoturismo”. E’ ormai un dato di fatto facilmente riscontrabile quello del proliferare negli ultimi anni degli Agriturismi. Tra le principali motivazioni che hanno indotto molti a prediligere questa nuova forma di vacanza ci sono un diverso rapporto con la natura e l’ambiente, la ricerca di una formula meno omologabile alla vacanza tradizionale, ma soprattutto l’attenzione verso l’ambiente, l’idea di una vacanza ecosostenibile e la possibilità per chi vive da sempre in città di ristabilire un contatto e anche un interscambio culturale con il mondo rurale che, ad esempio, ormai i nostri figli ignorano.
Anche nel campo dei rifiuti si registrano dei passi importanti. Farsi carico dello smaltimento dei rifiuti sta divenendo un vero dovere civico. Oggi circa i due terzi dei nostri rifiuti sono da accreditare direttamente o indirettamente alle confezioni dei prodotti che acquistiamo. In questo senso la disponibilità delle persone a farsi carico del problema è decisamente aumentata rispetto ad una decina di anni fa. Le indagini restituiscono addirittura l’orgoglio dei cittadini di certe aree o comuni (in Toscana il Comune di Capannori (LU) ne è un esempio) nel dichiarare il primato della propria zona in questo tipo d’impegno considerato ormai come una battaglia di civiltà che deve vedere la partecipazione di tutti.
Anche il recente favore verso l’utilizzo di prodotti sfusi o alla spina è estremamente indicativo in proposito.
In generale da questa ricerca emerge con chiarezza una crescente consapevolezza da parte del consumatore che tramite le scelte di acquisto si può esprimere anche un implicito messaggio di premio per marche, prodotti, servizi virtuosi. Sia pur lentamente si sta facendo avanti un sentire sempre più critico verso il mondo dell’iperconsumo e sempre più attento non solo a come le merci possono soddisfare i bisogni, ma pure a quali danni sociali e politici esse possono essersi lasciate alle spalle nel loro processo di produzione.
Si sta delineando, insomma, sempre più chiaramente una nuova figura di consumatore autonomo, competente, esigente, selettivo, disincantato, responsabile e riflessivo, quello che con una felice intuizione Maria Romana Zorino ha definito un consum-attore.
Fabbri paragona questa nuova figura del "consum-attore" al personaggio mitologico di Prometeo. Così come Prometeo riuscì ad impossessarsi del fuoco sottraendolo all’Olimpo, oggi il neo consumatore è riuscito ad impossessarsi della conoscenza del prodotto un tempo esclusiva delle aziende produttrici. Tuttavia, e il paragone non è casuale, come Prometeo fu incatenato dagli Dei così ancora oggi sono molti gli ostacoli che le aziende frappongono tra il consumatore e l’acquisizione di una sua totale consapevolezza. Questo a considerazione del fatto che molto lavoro deve ancora essere compiuto e sarebbe davvero illusorio ritenere di essere già fuori dal problema. Ancora una volta però il mito ci viene in soccorso: così come Eracle liberò Prometeo dalle catene, le straordinarie potenzialità del Web nel consentire a chiunque di accedere a dati e informazioni altrimenti di difficile reperibilità vengono considerate da Fabris come una delle armi più potenti a nostra disposizione per contrastare questo deficit di conoscenze che ancora impedisce ai più tra noi di entrare in possesso della verità ed agire di conseguenza.

Piero Bevilacqua, nel suo “Miseria dello sviluppo” scrive: “Cosa c’è da sviluppare o innovare in un habitat salubre o incontaminato, nel paesaggio delle campagne d’Italia o di Francia, nei centri storici delle città d’Europa e del mondo, nelle nostre piazze, nelle tradizioni alimentari mediterranee e di tutti i paesi ereditate da millenni di sapienza popolare? Che cosa c’è da innovare nell’immenso patrimonio artistico che ereditiamo dal passato, nell’eterno diletto di leggere romanzi, passeggiare per i boschi, osservare il mare, contemplare il cielo stellato? Che cosa rimane ancora da sviluppare della gioia di conversare con i propri figli, stare con gli amici, fare l’amore, giocare con i nostri animali? Nulla, in realtà, di ciò per cui vale la pena di vivere ha bisogno di essere sviluppato”.

Sogno il tempo in cui simili parole torneranno ad essere scontate per la maggioranza di noi.

Michele Salvadori

giovedì 4 marzo 2010

Il paradigma dei Creativi Culturali



Si è tenuta sabato 27 febbraio 2010, in un affollatissimo Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, la presentazione del film “Olos, l’Anima della Terra”, proiettato in anteprima al Klimaforum di Copenaghen lo scorso mese di dicembre.
Il film ambisce a rappresentare il manifesto di una nuova cultura planetaria trasversale che sembra stia emergendo tra la popolazione dei Paesi più sviluppati: quella che accomuna i cosiddetti creativi culturali.
Il termine “creativi culturali” è stato coniato per la prima volta dal sociologo americano Paul H. Ray che, tra la metà degli anni ’80 e la fine degli anni ’90, assieme alla psicologa Sherry R. Anderson ha svolto numerose ricerche e studi su questo campione di popolazione artefice, secondo i due studiosi, di un processo di cambiamento culturale tuttora in atto ed in continuo sviluppo.

Oggi un sempre maggior numero di persone si dichiara preoccupato per lo stato dell’ambiente, la pace nel mondo, il mutamento climatico, le ingiustizie sociali ed economiche e, per contro, cerca nei comportamenti di tutti i giorni di adottare atteggiamenti improntati ad uno stile di vita più consapevole, ecosostenibile, volti alla ricerca di una migliore qualità della vita ed ispirati alla ricerca di una crescita personale e interiore. Se vi riconoscete in questi valori e obiettivi anche voi potrete, con orgoglio, definirvi dei “creativi culturali”. Gli studi di Ray e Anderson hanno rilevato come negli USA i creativi culturali, ancora esigua minoranza di persone negli anni ’60, sono passati oggi a rappresentare un campione di oltre il 30% della popolazione americana.
Gli studi di Ray sono stati ripresi in Italia da Enrico Cheli, sociologo e docente all’Università di Siena e Nitamo Montecucco, medico psicosomatista, ricercatore del Centro di Medicina Naturale dell’Università di Milano, nonché presidente del Club di Budapest Italia (per info visita il sito: http://www.club-of-budapest.it/ ).

Questi due studiosi italiani, oltre ad aver collaborato alla realizzazione del film “Olos”, sono anche gli autori del libro “I Creativi Culturali” (Xenia Edizioni, €. 10,00) nel quale vengono presentate le analoghe indagini sul tema condotte nel nostro Paese e che dimostrano come anche da noi, ma in generale in tutti i principali Paesi europei, i creativi culturali si stanno negli anni moltiplicando con percentuali piuttosto vicine a quelle rilevate negli USA.
In generale, dagli studi italiani e da quelli effettuati da Ray, emerge come oltre il 30% della popolazione rientra oggi in questa categoria di persone, composta da una lieve e maggiore percentuale di donne rispetto agli uomini ( 55% donne e 45% uomini), e che il tema in assoluto più caro ai creativi culturali è la pace seguita subito a ruota dalla difesa dell’ambiente.
Ma il dato a mio parere più rilevante è un altro.
Dalla comparazione dei due studi emerge con chiarezza la presenza di una cultura trans-nazionale largamente condivisa e in continua espansione che si pone l’obiettivo di divenire nel tempo la nuova cultura dominante e contraddistinta dal senso di responsabilità diretta dell’individuo. I Creativi Culturali sostengono la necessità di impegnarsi in prima persona a seguire uno stile di vita in grado di fornire un contributo attivo affinché il cambiamento positivo auspicato possa verificarsi.
Il filosofo e premio Nobel per la Pace Ervin Laszlo sostiene che “noi non sappiamo con certezza quello che ci riserva il futuro. Tuttavia sappiamo di non poter continuare ad andare avanti come abbiamo fatto finora”.
Stiamo distruggendo la struttura della società, l’insicurezza sta crescendo sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri, e più di 900 milioni di persone nel mondo vivono in slum, baraccopoli.
Un miliardo di abitanti del pianeta ha a disposizione e utilizza l’80% delle risorse del pianeta, e il resto della popolazione della Terra (6 miliardi di persone) ha a disposizione il rimanente 20% di risorse. Non bastasse questo, stiamo anche distruggendo il pianeta. La produzione di risorse biologiche è giunta al suo massimo, le biodiversità sono minacciate e in via di estinzione, l’acqua scarseggia per più della metà della popolazione mondiale. I cambiamenti climatici minacciano di rendere inadatto parte del pianeta alla produzione di alimenti e alla vita stessa della popolazione che lo abita.
“Il punto - sostiene ancora Laszlo - non è tanto quello di cambiare - quello lo dovremo fare per forza - ma piuttosto la domanda da porsi è un’altra: cambieremo in tempo? "
Già nel XVIII° secolo Thomas Malthus aveva teorizzato che un giorno il numero degli abitanti del pianeta avrebbe superato la capacità di produzione di cibo necessario a sfamarli.
Oggi consumiamo più di quanto possiamo rigenerare o rimpiazzare e scartiamo più di quanto la natura può assorbire.
E’ indispensabile pertanto acquisire una diversa consapevolezza che si basi su valori diversi e priorità diverse da quelle che hanno caratterizzato la nostra vita sino ad oggi. Questa è probabilmente l’unica strada che possiamo percorrere per salvaguardare la vita della specie umana sulla Terra. Perché il punto è anche un altro. La Terra ha 4 miliardi e mezzo di anni, è sopravvissuta all’estinzione dei dinosauri, sopravvivrà senz’altro anche all’estinzione dell’uomo.
Il problema è nostro e della nostra specie.
Che fare allora?
M. Ghandi sosteneva: “ sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.
A. Einstein aggiunse: “non puoi risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che ha creato il problema”.

Se vogliamo salvare il mondo attuale dobbiamo cambiare noi stessi e il nostro modo di pensare.

I Creativi Culturali partono da due presupposti per indurre tale auspicato cambiamento:
- il primo è la consapevolezza che uomo e natura sono un tutt’uno e non due entità separate.
- il secondo presupposto è il senso di responsabilità diretta di ognuno di noi.
Se siamo tutt’uno con la natura e con gli altri le nostre responsabilità non finiscono con noi stessi, con le nostre famiglie, col nostro Paese, ma comprendono l’intera famiglia umana e la Terra tutta.

Il film “Olos” prende il nome dal termine greco che sta proprio a significare il “tutto”, l’”intero” e cerca di sviluppare i concetti sopra accennati. Fà questo partendo dalla definizione del cosiddetto “paradigma olistico” ovvero uno schema d’interpretazione della realtà che prendendo le distanze dallo schema immaginato dal filosofo Cartesio e che separava decisamente materia e spirito, scienza e coscienza (res cogitans e res extensa, appunto), tenta invece di affermare il modello olistico basato invece su una concezione unitaria e più complessa dell’uomo e del pianeta in cui egli vive.
E’ in fondo quanto già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso hanno tentato di affermare movimenti culturali quali l’ambientalismo, l’ecologia, le medicine alternative o alcune pratiche meditative quali lo yoga, lo zen, il buddismo e altre ancora.
Avvalendosi della collaborazione di una trentina di illustri scienziati e studiosi di tutto il mondo, “Olos” tenta di dimostrare le basi scientifiche del paradigma olistico analizzandone le singole branche di ricerca: dalla medicina alla genetica, dalla psicologia alla filosofia fino all’ecologia dove si riconosce a James Lovelock e alla sua “Ipotesi Gaia” (dove l’intera gamma delle specie viventi sulla Terra viene vista come una singola grande unità attiva e capace di manipolare l’ambiente per le proprie necessità globali), probabilmente uno dei contributi più significativi allo sviluppo del paradigma olistico.
Lo stesso percorso, in maniera più articolata e dettagliata, viene seguito anche nel libro “I Creativi Culturali” di Cheli e Montecucco.
Scopo ultimo dei Creativi Culturali è quello, attraverso una divulgazione sempre più ampia e capillare possibile dei loro principi ispiratori, di costituire la cosiddetta “massa critica” necessaria al cambiamento globale.
La “massa critica” in fisica individua la quantità di materiale fissile (uranio, plutonio) necessaria ad innescare una reazione a catena. Essa viene presa a paragone in questo caso per indicare come una minoranza attiva della popolazione più sensibile delle altre a certe tematiche possa tuttavia indurre un grande cambiamento sociale nel momento in cui raggiunge un certo grado di numerosità o di intensità. E tale cambiamento al raggiungimento di questa soglia critica potrà a quel punto svilupparsi in maniera assai repentina e radicale.
E’ indubbio che l’umanità ed il pianeta si trovino ad attraversare un periodo storico di grandi sconvolgimenti climatici, sociali, economici ed esistenziali. Parallelamente è altrettanto indubbio come sia in atto anche un processo di messa in discussione della cultura dominante. Si tratta di due tendenze in netta contrapposizione tra loro: una distruttiva ed una costruttiva. L’esito di questo scontro è ancora incerto.
E’ però sicuro che non abbiamo ancora molto tempo a disposizione per la nostra scelta definitiva.

L’iniziativa in Palazzo Vecchio non aveva avuto quasi alcun risalto sugli organi di stampa locali e ciononostante il Salone dei Cinquecento a Firenze era gremitissimo.
Che davvero qualcosa sia stia muovendo a livello di consapevolezza collettiva e desiderio di cambiare per il meglio?

Per maggiori info consulta: http://www.reteolistica.it/ oppure http://www.creativiculturali.it/

Michele Salvadori