domenica 10 ottobre 2010

Le buone "eco-balle"

In una società complessa i problemi non possono, ovviamente, avere che soluzioni complesse e articolate.

In tema di rifiuti i dati ufficialmente sanciti dai nostri organi di certificazione stabiliscono che nella sola Toscana nel 2009 ogni cittadino ha prodotto 663 Kg. di rifiuti (una delle medie più alte tra le regioni italiane): tale dato si riferisce peraltro solo ai cosiddetti rifiuti “urbani” (ne sono ad esempio esclusi gli speciali ed i pericolosi) ovvero appena un quarto del totale dei rifiuti prodotto. Attualmente solo 55 dei 287 Comuni della regione hanno raggiunto o superato la quota del 45% di raccolta differenziata (obiettivo 2008) e di questi solo 9 avrebbero già raggiunto il nuovo obiettivo del 55% previsto entro la fine del 2010.
La discarica di Case Passerini è ormai praticamente chiusa da un anno ed i rifiuti urbani di Firenze vengono trasportati in parte in Provincia di Pisa, a Peccioli, ed in parte in Provincia di Arezzo, a Terranuova Bracciolini.
In un simile contesto è chiaro che ogni piccolo progetto, ogni piccola idea, ogni personale, singola buona pratica volta a fornire un contributo all’attenuazione del problema “gestione e produzione dei rifiuti” rappresenta un passo importante.

E’ partendo da questo presupposto che ho deciso di parlare dell’esperienza di un socio degli Amici della Terra di Firenze, Aldo De Luca, che da circa due anni e mezzo sta gestendo un piccolo orto applicandovi delle soluzioni a mio avviso meritevoli di maggiore attenzione proprio perché del tutto sostenibili.
Aldo sta recuperando e riutilizzando le vecchie balle di juta usate dalle torrefazioni per il trasporto del caffè e destinandole, come vedremo, a più usi.

Innanzitutto egli ha creato all’interno del suo orto uno spazio adibito alla produzione del compost .

Qui le vecchie balle, abbinate al riutilizzo delle ceste normalmente usate per la raccolta delle olive, costituiscono un originale sistema per produrre l’humus che poi viene interamente recuperato sul posto per la produzione degli ortaggi.

Il compostaggio nella sua fase iniziale ...

... ed in quella finale a risultato raggiunto.
Le ceste per la raccolta delle olive, poggiate su vecchie tavole di legno, e rivestite con la tela dei sacchi del caffè vengono usate per la raccolta di tutti gli scarti organici della cucina, in tal modo interamente recuperati e sottratti alla raccolta tramite cassonetti. Man mano che si riempie una cesta, si avvia la raccolta dell’organico in quella successiva. Ma a questo sistema Aldo ha applicato la cosiddetta “lombricoltura”. I residui organici depositati nelle cassette iniziano la loro naturale fase di decomposizione nelle prime 6-8 settimane ed a partire proprio dal terzo mese di decomposizione essi sono “attaccati” dai lombrichi della specie “Rosso della California” che oltre a completare la fase di deterioramento dei residui organici contribuiscono a formare un terriccio particolarmente ricco di sostanze nutritive per le piante.

Tutto il procedimento avviene in maniera naturale e senza interventi esterni da parte dell’uomo. Una volta immessi, circa due anni fa, i primi lombrichi in una delle ceste per l’organico, essi hanno iniziato a riprodursi da soli così come da soli e spontaneamente questi vermetti - capaci di mangiare ogni giorno il doppio del proprio peso corporeo e vivere addirittura fino a 16 anni - migrano da una cassetta all’altra.

Ma il riutilizzo delle balle di juta non si limita solo a questo. Come illustrano le immagini qui riportate, esse sono utilizzate anche come pacciamanti. Aldo ha iniziato ad utilizzarle per coprire i camminamenti del suo orto facilitandosi gli attraversamenti. Quando si è accorto che la tela delle sacche impediva la crescita delle erbacce e delle piante infestanti ha deciso di applicare le balle anche come pacciamante ricavandone ulteriori vantaggi.
La coltivazione degli ortaggi ne ha tratto beneficio: grazie all’utilizzo della tela non è più necessario ricorrere a diserbanti chimici, inoltre le balle forniscono un ottimo sistema di drenaggio per l’acqua piovana che viene meglio assorbita. In questo modo si è praticamente dimezzato il fabbisogno di acqua per le piante. L’uso della tela di iuta è perfettamente sostenibile in quanto non inquina essendo un prodotto naturale ed in più consente quella traspirazione che invece il normale telo pacciamante in polietilene impedisce. Inoltre le balle preservano il terreno evitandone l’eccessivo indurimento con la conseguenza che al cambio di stagione non è più necessario ararlo ma sarà sufficiente zappettare un po’ la terra in superficie prime di procedere alle nuove semine.

Sopra le balle non cresce praticamente nulla e quel poco che vi spunta lo si elimina facilmente con il gesto di una mano. Quello che cresce sotto la tela secca in breve tempo per mancanza di luce e viene riassorbito direttamente dal terreno.

Ricapitolando con l’uso di queste vere “eco balle”, così soprannominate da Aldo - che sul tema ha realizzato un sito internet a questo indirizzo davvero interessante - si recupera materiale organico, si riutilizza qualcosa altrimenti destinato alla discarica, si riduce il lavoro dell’uomo, si evita l’uso di diserbanti chimici, si risparmia sull’utilizzo dell’acqua e grazie al compostaggio si ottiene anche un ottimo ammendante prodotto sul posto e pronto per l’uso.

Inoltre l’orto di Aldo è una specie di salotto dove si può tranquillamente camminare senza dover ricorrere all’uso di stivali in gomma.

Le balle, essendo totalmente fabbricate in fibra naturale, hanno un ciclo di durata limitata nel tempo - circa un anno - al termine del quale debbono essere sostituite con delle nuove.
I filamenti che compongono le balle ancora nuove, una volta separati, possono essere impiegati e dunque riutilizzati anche come singoli legacci per sostenere le piante. Pensate che da una sola balla si possono ricavare 600 cordicelle da 70 cm e 300 da un metro!


Aldo in proposito ci fa però una raccomandazione importante: di recente è iniziata la produzione di sacche in misto nylon e iuta probabilmente più resistenti ed economiche rispetto alle tradizionali. Quest’ultime sono naturalmente da evitare in quanto non possiedono i requisiti ecologici delle originali interamente in tessuto naturale!

Nell’orto-salotto di Aldo non si butta via niente e così sono recuperate anche le vecchie compostiere un tempo distribuite dal Comune di Firenze che in parte sono adibite a contenitori per attrezzi e sementi ed in parte ancora utilizzate per la loro funzione originaria e tra l’altro come luogo di destinazione finale delle tele di juta ormai in stato di decomposizione.
Ma il risultato migliore di tutti è un altro: Aldo, al termine della mia visita mi ha regalato un sacchetto di pomodori che naturalmente ho subito “consumato” la sera a cena con mia moglie. Siamo ad ottobre inoltrato ed ormai la stagione dei pomodori si va esaurendo; eppure il colore, il sapore, la qualità del prodotto, ve lo assicuro, era decisamente, superbamente superiore a quanto siamo purtroppo abituati e costretti ad acquistare nei grandi centri commerciali.


Chi volesse avere maggiori informazioni può rivolgersi direttamente ad Aldo al seguente indirizzo mail: aldo@vereecoballe.it

Michele Salvadori












giovedì 9 settembre 2010

IPad, come cambia la nostra vita

Da ormai un paio di mesi sto utilizzando l’iPad questo nuovo strumento informatico ideato dalla Apple.
Ricordo i commenti dei suoi primi detrattori che s’interrogavano sull’effettiva necessità di creare un “attrezzo” di questo tipo a loro parere pressoché inutile.
A beneficio di quei pochi che ancora non lo conoscessero, l’iPad è una sorta di via di mezzo tra un iPhone (cellulare con un grosso display in grado di svolgere molte funzioni tra cui la principale è quella di garantire una facile accessibilità ad internet) e un piccolo computer portatile. Le sue dimensioni esatte sono 18,9 cm x 24,3 cm, il peso circa 700 gr.
Grazie all’iPad possiamo con estrema facilità coniugare praticamente tutte le funzioni di un normale personal computer e di un cellulare smartphone, a parte telefonare.

Sfruttando il suo ampio display e la sua grande velocità vi si può leggere un quotidiano oppure un romanzo, possiamo scaricare film o file musicali, si può utilizzare come una piccola playstation portatile e naturalmente possiamo navigare in internet, scrivere, inviare mail, predisporre documenti di lavoro disponendo di programmi equivalenti (e decisamente migliori!) al comune pacchetto Office. E tutto questo, grazie alla opzione 3G che consente la connessione ad internet ovunque, lo possiamo fare in qualsiasi ora della giornata ed in qualunque luogo ci troviamo: in treno, in auto, in barca, a casa, su un’isoletta in mezzo al mare, sulla vetta di una montagna!
In pochi mesi dalla sua uscita, si calcola che nel mondo ne siano già stati venduti oltre 3,5 milioni di pezzi!

Naturalmente anche l’iPad ha dei limiti e dei difetti (le dimensioni ed il suo peso giudicati eccessivi da qualcuno, il prezzo – si parte da 499,00 euro per il modello base - ancora elevato, un sistema audio limitato, l’impossibilità di utilizzarlo anche come cellulare, lo rendono ancora un oggetto imperfetto) che i principali concorrenti della Apple si stanno affrettando a risolvere proponendo modelli alternativi forse più completi anche se esteticamente meno belli e che comunque arrivano “dopo” l’invenzione di Steve Jobs.
Non ho dubbi che nel giro di breve tempo il mercato offrirà valide alternative a questo strumento. Resta il fatto che questa “invenzione” al pari di quella del computer e del telefono cellulare è destinata a cambiare le nostre abitudini di vita e in gran parte in meglio.

Sono un lettore assiduo e onnivoro e da oltre vent’anni la mia prima azione alla mattina è quella di dirigermi all’edicola per acquistare almeno un quotidiano. Estate, inverno, in città, al mare, nel periodo di lavoro oppure in ferie corro ad acquistare il giornale spesso ancor prima di aver fatto colazione. Lo considero uno dei più bei piaceri della giornata bermi una bevanda calda sfogliando le pagine di un quotidiano.
Si dice che in Italia si legga poco, eppure per me quest’azione è talmente gradevole che in quei pochi giorni all’anno (16 agosto, 26 dicembre, 2 gennaio, lunedì di Pasquetta) in cui i quotidiani non escono, in quelle mattine mi sento un po’ spaesato, sento mancarmi qualcosa …

Da quando ho il mio iPad ho smesso di andare in edicola.
Continuo naturalmente a leggere il quotidiano tutti i giorni, però lo faccio scaricandolo via internet su questa piccola straordinaria tavoletta che tra l’altro mi consente di visionare tutte le varie edizioni locali del giornale a prescindere da dove mi trovi.
L’esperienza della lettura con l’iPad, ed in particolare quella di un quotidiano, è splendida ma difficile da descrivere. Semplicemente va provata.
Avevo già sperimentato la lettura dei giornali dal mio computer di casa. Ma quella su iPad è davvero un’altra cosa. La possibilità di sfogliare le pagine semplicemente sfiorando lo schermo, quella di ingrandire l’articolo prescelto con il solo tocco di un dito, la facoltà di visionare filmati correlati alla notizia che stiamo leggendo, accrescono ulteriormente, se possibile, il piacere della lettura.
A tutto questo vanno aggiunte altre considerazioni che oltretutto vanno in direzione di un maggiore rispetto per l’ambiente.

Uno dei difetti dell’ assidua lettura dei giornali, come ben sanno coloro che come me li acquistano con regolarità, è dato dal fatto che dopo 24 ore il giornale è vecchio, va buttato via, rappresenta cioè un rifiuto che di solito va a formare una piccola pesante catasta che periodicamente dobbiamo poi smaltire in qualche modo.
Avete mai provato a pesare un quotidiano? Il peso medio di un giornale si aggira tra i 200 ed i 250 gr., senza considerare il peso degli inserti e dei vari allegati, vero e proprio orpello obbligatorio da acquistare in edicola, di cui spesso faremmo volentieri a meno.
Facendo una media tra giornale e allegato, acquistando anche un solo quotidiano, un lettore comune produce qualcosa come 300-350 gr di carta e cartone al giorno.
In capo ad un anno sono circa 120 kg. di carta che accumuliamo!

Da circa due mesi, sparito l’accumulo dei giornali, mi sono accorto di avere praticamente ridotto di due terzi la produzione domestica di carta!
Visti i problemi di sovrapproduzione di rifiuti che caratterizzano la nostra epoca, credo che questo possa rappresentare senza dubbio un dato positivo.

A questo va aggiunto poi l’aspetto economico.
Il prezzo di un quotidiano in edicola varia da 1,00 euro ad 1,20 euro senza i famosi (famigerati in alcuni casi!) allegati che in particolari giorni della settimana ci costringono a sborsare 1,50 euro.
In capo ad una settimana in media spendiamo circa 8-9 euro sempre limitandoci all’acquisto di un solo giornale. In un anno spendiamo in media circa 400,00-450,00 euro a quotidiano.

L’acquisto di una copia di un quotidiano su iPad (ma anche da un comune computer via internet) si aggira sui 0,70 euro a copia che diminuiscono, a seconda della tipologia di abbonamento che scegliamo, ed arrivano anche a circa 0,50 euro per copia se decidiamo di sottoscrivere un abbonamento annuale. Questo significa che in un anno, spendendo 180,00 euro anziché 450,00, potrò ottenere un risparmio di ben 270,00 euro sempre fermandomi all’acquisto di un solo quotidiano.

A questo va aggiunto poi anche il risparmio in termini di elettricità. La lettura su iPad non necessità di luce esterna e pertanto è possibile leggere in una stanza al buio sfruttando l’illuminazione dello schermo della mia tavoletta il cui consumo equivale a quello di un grosso cellulare (lo si ricarica allo stesso modo e la batteria ha una durata - testata da me - di circa 9 ore).

Tralascio volutamente la riduzione in termini di emissioni di CO2 conseguente alla scelta di questa nuova tecnologia, non avendo a disposizione dati certi in proposito e perché per onestà, alla quantità di anidride carbonica equivalente sottratta all’ambiente attraverso l’utilizzo dell’ iPad, dovremmo tuttavia aggiungere le emissioni prodotte nel medesimo ambiente nel suo percorso di fabbricazione.

L’altra grande opportunità offerta da questo strumento è quella legata alla possibilità di acquistare, scaricare e leggervi direttamente dei libri che per questa ragione sono oggi chiamati “libri elettronici” o, in inglese, “e-book”.
In Italia sono scaricabili al momento, sia pure a titolo totalmente gratuito, solo pochi testi  e tra questi quelli che appartengono al Progetto Gutenberg sui quali sono scaduti i diritti d’autore; ma dal prossimo mese di ottobre anche da noi saranno messi in vendita i primi testi contemporanei ed in lingua italiana.

L’esperienza di lettura di un lungo testo su iPad, pur non offrendo le stesse opportunità del quotidiano, è comunque estremamente pratica e agevole. Possiamo scegliere e modificare in qualsiasi momento il font e le dimensioni del carattere del testo che stiamo leggendo, addirittura modificare il colore dello sfondo; interrompere la lettura e riprenderla quando vogliamo dallo stesso punto, grazie ad una sorta di segnalibro elettronico.
L’iPad, così come gli altri similari strumenti di lettura elettronica – oggi si definiscono con i termini inglesi di “e-reader” oppure “tablet” – consente di poter scaricare e conservare centinaia di testi consultabili in qualsiasi momento ed ovunque ci troviamo.
Questi “tablet” sono destinati a cambiare in maniera radicale il futuro (e neppure tanto futuro!) mercato dell’editoria.
Negli Stati Uniti, paese da sempre un passo avanti rispetto agli altri in certi settori, questo sta già avvenendo.
Quanto affermato in precedenza per i quotidiani, ovviamente vale anche per i libri sia sul piano della produzione della carta che su quello economico.

Gli esperti del settore sostengono che, a prescindere dalle offerte promozionali di lancio nell’immediato, certo vantaggiose per gli acquirenti, una volta a regime il prezzo di un e-book si aggirerà attorno a circa la metà del costo del libro in formato cartaceo.

Tutto lascia supporre dunque che abbiamo trovato uno strumento che può contribuire (lui e i suoi simili) a migliorare la qualità della nostra vita, riducendo al contempo il nostro impatto sull’ambiente.
Vi saranno - è indubbio - anche delle conseguenze sui nostri stili di vita e sul mercato economico.
Da circa due mesi non mi reco in edicola e non saluto più il mio giornalaio.

La consuetudine di incontrarlo ogni mattina di buon ora con la scusa dell’acquisto dei giornali e di fermarmi qualche minuto con lui a commentare i fatti del giorno, la situazione meteorologica, le ultime “imprese” del Sindaco Renzi, le vittorie e gli scivoloni della Fiorentina, non avviene più, ed un po’ mi spiace.

Chi sostiene che la tecnologia informatica sta in realtà allontanando le persone probabilmente ha ragione.

Questa nuova tecnologia si presta particolarmente alla fruizione di quanto è distribuito ed ha una durata di consumo estremamente limitata nel tempo. Dunque a mio parere risulterà particolarmente adatta non solo per i quotidiani ma anche per settimanali e riviste mensili “usa e getta”.

Così come l’avvento dei cellulari ha causato la scomparsa progressiva delle cabine telefoniche, così come l’avvento del dvd e di internet ha progressivamente portato alla scomparsa dei videonoleggi (negli USA la catena Blockbuster ha già chiuso ed anche in Italia essa sta lentamente scomparendo) temo che l’avvento degli e-book porterà nel giro di qualche anno ad una nuova piccola rivoluzione.
Certo nei panni del mio edicolante non sarei troppo felice di questa novità …

Questo probabilmente causerà nel giro di un decennio (forse prima?) un drastico ridimensionamento anche dell’acquisto dei libri su carta e dunque anche nelle vesti di un libraio non sarei molto entusiasta.
Il mio iPad con la sua custodia
Sempre negli Stati Uniti una delle catene librarie più importanti, la Barnes & Noble, sta chiudendo i battenti sembra proprio a causa dell’avvento degli e-book.

Diverso invece il settore dell’editoria che certo dovrà adeguarsi, e in fretta, ma tuttavia avrà, credo, la possibilità di aprirsi comunque nuove strade commerciali.

Riguardo all’acquisto dei libri su carta credo che finiremo con probabilità per scegliere solo i testi di un certo valore artistico e culturale, destinando invece alla forma digitale i libri di una stagione, il romanzo dell’estate, il giallo del momento di cui tutti parlano ma che a distanza di qualche tempo nessuno legge più (vedasi i Dan Brown di qualche anno fa, gli Stieg Larsson di adesso, e altri analoghi).
Una copia cartacea della Divina Commedia, magari con le illustrazioni di Gustav Dorè, penso sarà ancora presente in qualcuna delle nostre case anche se probabilmente pochissimi avranno la curiosità di andarla ad aprire di tanto in tanto …

Resteranno comunque - sempre tra qualche anno - i nostalgici che magari si sveneranno per acquistare una vecchia copia cartacea della prima edizione di “Harry Potter e la pietra filosofale” oggi giudicata buona giusto come carta da macero …

Alla fine forse riusciremo a salvare la vita di qualche albero e a diminuire di qualche tonnellata la nostra produzione di rifiuti. Come risultato, in fondo, mica male!


Michele Salvadori





martedì 13 luglio 2010

Buon Compleanno Che Pianeta faremo!

Oggi Che Pianeta faremo compie il suo primo anno di vita.
Un augurio orgoglioso da parte del suo "creatore" ed un sincero ringraziamento a quanti hanno avuto la bontà di leggerci.

Michele Salvadori

mercoledì 5 maggio 2010

"State of the World 2010"


Il prestigioso Centro Studi Worldwatch Institute, dall’ormai lontano 1974, si è dato la missione di fornire ai cosiddetti “decisori” suggerimenti, idee, stimoli per favorire la creazione di una società ecologicamente sostenibile cercando da sempre di conciliare le azioni promosse dai governi con quelle delle imprese del settore privato e, non ultime, le azioni dei singoli cittadini.
Fra le sue pubblicazioni quella che ormai ha raggiunto una fama internazionale è senza dubbio lo “State of the World”, un rapporto con cadenza annuale nel quale questo centro di ricerche con sede a Washington si pone l’obiettivo di analizzare lo stato del nostro pianeta, per l’appunto, e al contempo fornire indicazioni utili ad affrontare le principali problematiche rilevate.
A partire dal 1988 State of the World è realizzato anche in edizione italiana, e tra l’altro, presso la Biblioteca Ambientale degli Amici della Terra è possibile reperirvi con la formula del prestito o della consultazione tutte le 23 edizioni finora pubblicate.
L’edizione 2010 che reca come sottotitolo “trasformare la cultura del consumo” (Edizioni Ambiente, €. 24,00 pp. 380) è interamente dedicata a cosa sta accadendo nelle nostre società per avviare quella trasformazione indispensabile della nostra cultura e passare dall’attuale dimensione consumistica a quella della sostenibilità sia sul piano ambientale che su quello della giustizia sociale.
Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia, nella sua ormai consueta introduzione all’annuale edizione del rapporto, ribadisce alcuni punti fermi della riflessione sulla sostenibilità da parte degli ambientalisti.
E’ possibile – egli si chiede – consentire uno stile di vita, quale quello medio degli abitanti dei paesi ricchi, all’intera popolazione mondiale attuale di 6,8 miliardi e a quella prevista per il 2050, di poco più di 9 miliardi? La risposta è, evidentemente, no, non è possibile.”
A dimostrazione della tesi, G. Bologna porta un esempio per tutti, quello sull’approvvigionamento energetico: un cittadino degli Stati Uniti consuma oggi energia come 2 europei, 6 cinesi, 22 indiani e addirittura 70 abitanti del Kenya. Senza considerare che nei prossimi trent’anni dovranno avere accesso all’energia altri 2,5 miliardi di persone.
Risulta evidente che le nostre società non possono continuare su questa strada.
Come ricorda Christopher Flavin, presidente del Worldwatch Institute: “Negli ultimi cinquant’anni il consumismo si è imposto quale cultura dominante… è diventato uno dei motori dell’inarrestabile crescita della domanda di risorse e della produzione di rifiuti, marchio distintivo della nostra epoca… ed ha contribuito a incentivare le altre forze che hanno permesso alla nostra civiltà di crescere oltre il limite di sopportazione dei rispettivi contesti ecologici.”

Oggi gli scienziati ci ricordano come le attività umane stiano influenzando l’ambiente in modi che vanno ben oltre la semplice immissione in atmosfera di gas serra; che non è più possibile comprendere tali modifiche con la semplice relazione causa-effetto che tanto domina la nostra cultura, rendendo di fatto assai difficoltosa l’interpretazione ed ancor più il predire le reali conseguenze innescate.
Non a caso il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen ha definito la nostra epoca geologica “Antropocene” individuando con questo termine la forte caratterizzazione di questa era da parte della specie umana.
Un altro dato riportato da questo rapporto e a mio parere significativo è quello relativo ai cosiddetti flussi di materia. L’estrazione di risorse a livello globale (biomassa, minerali, metalli e combustibili fossili) è cresciuta dai 40 miliardi di tonnellate nel 1980 ai 60 miliardi nel 2008 e le previsioni parlano di toccare gli 80 miliardi di tonnellate nel 2020. L’attuale economia mondiale utilizza qualcosa di equivalente al peso di 41.000 edifici come l’Empire State Building all’anno (112 al giorno!).
Il metabolismo delle società umane, sta divenendo, tra l’altro, un settore di ricerca sempre più significativo e alla base delle discipline che si occupano di sostenibilità.
A tal proposito, e lo dico con un certo orgoglio, lo stesso Gianfranco Bologna riconosce un grande merito alla ricerca avviata proprio dagli Amici della Terra negli anni ’80 sul concetto di “Spazio Ambientale” ovvero di quel “quantitativo di energia, di risorse non rinnovabili, di territorio, di acqua, di legname e di capacità di assorbire inquinamento che può essere utilizzato pro capite, senza determinare danni ambientali e senza mettere a rischio le generazioni future”.
L’insostenibilità degli attuali modelli di sviluppo è ulteriormente acclarata da un altro indicatore di cui abbiamo già parlato su questo blog: l’Impronta Ecologica. Essa mette in relazione l’impatto dell’umanità con la quantità di terreno produttivo e le aree marine disponibili per fornire importanti servizi all’ecosistema ed evidenzia che, attualmente, l’umanità utilizza le risorse ed i servizi di 1,3 Terre. Stiamo cioè utilizzando circa un terzo in più della capacità disponibile della Terra.
Cito brevemente alcuni esempi eclatanti dell’eccesso nei consumi che contraddistingue il nostro modo di vivere.
L’industria dell’acqua in bottiglia tra il 2000 ed il 2008 ha raddoppiato il proprio fatturato raggiungendo i 60 miliardi di dollari e oltre 240 miliardi di litri d’acqua venduti. L’acqua in bottiglia costa, rispetto a quella dell’acquedotto, dalle 240 alle 10.000 volte di più ma questo sembra essere un dato irrilevante per i consumatori.
L’industria del Fast-food nei soli USA vale 120 miliardi di dollari con oltre 200.000 punti di ristoro.
Agli inizi del 20° secolo l’hamburger veniva disprezzato e considerato il “cibo dei poveri”. Oggi il solo Mc Donald’s serve 58 milioni di persone al giorno.
Nella sola Cina l’industria dei cosiddetti prodotti “usa e getta” (tovaglioli e piatti di carta, pannolini e salviette per il viso) nel 2008 ha fatturato l’equivalente di 14,6 miliardi di dollari con un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente.
Nel solo 2008, globalmente, le statistiche ci dicono che si sono acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi, 297 milioni di computer e 1,2 miliardi di telefoni cellulari.
Il Rapporto stigmatizza anche un dato che probabilmente farà discutere gli amici animalisti. Sembra che l’industria degli animali domestici raggiunga un fatturato a livello globale di oltre 42 miliardi di dollari all’anno solo in cibo per animali. Nel 2005 il fatturato pubblicitario per questo settore ha superato negli USA i 300 milioni di dollari. Anche gli animali domestici consumano ingenti risorse ambientali. Ad esempio due pastori tedeschi in un anno consumano più risorse di un abitante del Bangladesh.

All’aumento dei consumi corrisponde una maggiore estrazione dal sottosuolo di combustibili fossili, minerali e metalli, più alberi tagliati e più terreni coltivati. Tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio è aumentato di otto volte e quello del gas naturale di quattordici.

Per modificare questa situazione è perciò necessaria una vera e propria rivoluzione culturale i cui elementi, già in atto, in tante società in tutto il mondo, vengono propositivamente esposti in questo volume, da autori di diversa cultura e provenienza.
State of the World 2010 si sofferma ad analizzare ciò che sta accadendo nei vari fronti dell’attività umana per spostare i nostri modelli di sviluppo socio-economico.

Il testo inizia con il suggerire una rivalutazione strategica del ruolo delle organizzazioni religiose. Esse potrebbero essere di primaria importanza nello sviluppo della sostenibilità e nel disincentivare il consumismo. Oggi l’86% della popolazione mondiale afferma di appartenere a una religione organizzata. L’autorità morale rappresentata da queste organizzazioni potrebbe realmente svolgere un ruolo determinante nella diffusione della cultura della sostenibilità.

Altro ruolo giudicato strategico e nel quale mi trovo personalmente coinvolto è quello dell’istruzione. Ogni aspetto dell’istruzione scolastica dovrebbe essere orientato verso la sostenibilità. Abitudini, valori e preferenze si formano in prevalenza nell’infanzia e in generale nel corso della vita l’istruzione può avere grande influenza sulla formazione di un individuo. Nel Rapporto viene espressamente citato a titolo di esempio edificante le esperienze “pionieristiche” di paesi come Italia e Scozia nel campo delle mense scolastiche dove molto si sta facendo sia nell’ambito della qualità dell’alimentazione (promozione di cibi biologici) che in quello delle forniture (abbandono dell’usa e getta a favore di utensili riutilizzabili) che infine delle buone pratiche (promozione della raccolta differenziata).
L’istruzione potrà dunque costituire uno strumento cruciale per far fronte a tutti i problemi pertinenti lo sviluppo sostenibile.

Ma egualmente cruciale potrà essere il ruolo dell’industria e del mondo del lavoro in generale. In questa sezione il testo si sofferma in particolare sulla migliore distribuzione dell’orario lavorativo secondo il termine “lavorare meno, lavorare tutti” ma soprattutto “lavorare meno per avere un maggior numero di ore libere nella giornata da poter dedicare alla famiglia e allo svago”. L’analisi fatta in questo capitolo tende a dimostrare come in realtà l’ossessione per il maggior guadagno economico costringa a sacrificare all’attività lavorativa un maggior numero di ore della giornata senza di fatto trasformarsi in concreti benefici in termini di qualità della vita. Questa è del resto la tesi sostenuta anche dai cosiddetti filosofi della “decrescita felice” altro tema già in precedenza affrontato su queste pagine.

Ed analogamente cruciale potrà e dovrà essere il ruolo delle Istituzioni nel farsi promotrici di questo cambiamento in un’ottica di eco compatibilità. In particolare autorità, governi e amministrazioni possono influire in modo determinante attraverso lo strumento chiamato “choice editing”, un meccanismo già adottato in molte comunità che consente di pilotare le scelte dei cittadini attraverso leggi, sanzioni fiscali, incentivi e altre forme di controllo allo scopo di rendere le opzioni sostenibili non più un’alternativa, ma la soluzione più ovvia e scontata. Viene citata a tal riguardo una moltitudine di esempi: dalla messa al bando dei sacchetti di plastica (in Irlanda è stata introdotta un’imposta specifica), al graduale ritiro dal commercio delle lampadine a incandescenza, alla rimozione dagli scaffali dei supermercati ad altezza occhi di quei prodotti alimentari ricchi di grassi per sfavorirne l’acquisto, al sistema di certificazione energetica degli edifici.
Un esempio che mi ha particolarmente colpito è quello realizzato a Perth, in Australia, e denominato TravelSmart. Il sistema si basa sull’interazione dei singoli cittadini attraverso il contatto diretto per lettera, mediante intervista telefonica oppure colloquio a domicilio nel corso dei quali si fornisce all’interessato il maggior numero d’informazioni utili possibili al fine di consentire loro una valida alternativa all’uso dell’auto privata per gli spostamenti prospettando tra l’altro quali vantaggi si potranno ottenere non solo in termini economici e per la comunità ma anche per la propria salute fisica nel rinunciare all’auto. L’esperimento iniziale ha coinvolto circa 200.000 famiglie ed ha tra l’altro consentito all’amministrazione di Perth di poter avviare la costruzione di una nuova linea ferroviaria con oltre il 90% dei consensi a favore del progetto da parte della cittadinanza.

State of the World dedica un capitolo anche al ruolo dei mass media.
I mezzi di comunicazione di massa, poiché ritraggono lo stile di vita degli individui, trasmettono norme sociali, modellano i comportamenti e agiscono dunque come veicolo di marketing diffondendo notizie e informazioni, confermandosi uno strumento estremamente efficace per plasmare le culture. E’ possibile usare questi mezzi sia per diffondere un modello culturale consumistico sia per contrastarlo, promuovendo sostenibilità. Benché oggi la stragrande maggioranza dei media alimenti il primo aspetto, a livello globale, si sta intervenendo per modificare questa tendenza. Visto il ruolo preponderante del marketing nella stimolazione dei consumi sarà strategico usarlo per promuovere comportamenti sostenibili. Gli esempi certo non mancano, basti pensare ad esempio alle campagne per scoraggiare il tabagismo, piuttosto che a quelle per praticare sesso sicuro, indossare le cinture di sicurezza, abbassare i consumi di alcool.

Oltre ai mass media anche le arti possono fornire un prezioso contributo: sono riportati esempi nel campo delle arti figurative, della musica e della cinematografia. In proposito la bella copertina dell’edizione americana di State of the World 2010 riporta “Gyre” l’opera di Chris Jordan ricreazione della celebre stampa su legno dell’artista giapponese K. Hokusai, “La Grande onda di Kanagawa", realizzata però grazie all’utilizzo di ben 2,4 milioni di pezzi di plastica.
Particolarmente interessanti ho trovato l’analisi ed i distinguo fatti su film narrativo e documentario. Il cinema in generale viene giustamente riconosciuto come potente mezzo in grado di contribuire alla comprensione che gli individui hanno del mondo e del loro ruolo in esso. Il documentario tuttavia in genere è in grado di coinvolgere solo un pubblico già sensibile ad una particolare tematica e dunque manifesta un potenziale limitato nell’ottica della trasformazione culturale che s’intende promuovere. Nel film narrativo è invece più facile coinvolgere emotivamente un pubblico anche estraneo a certe tematiche proprio perché l’azione virtuosa non viene fatta calare dall’alto ma viene in qualche modo “normalizzata” attraverso l’azione dei personaggi sullo schermo. E’ in fondo, quest’ultima, la logica che abbiamo provato a seguire nella realizzazione del nostro docu-film “Non buttarti via” sulla tematica assai delicata della riduzione della produzione di rifiuti domestici.

Il libro contiene naturalmente un’infinità di altri spunti che per tempo e spazio sono costretto a tralasciare ma che mi auguro possano essere vagliati con attenzione da chi avrà la bontà di cimentarsi nella lettura di quello che giudico un utilissimo strumento di stimolo a riflettere e agire, prima che sia troppo tardi.

Michele Salvadori